[il caso] Draghi, l’Italia e Erdogan:l ’asse Roma-Washington per ridare forza all’Ue nel Mediterraneo

Oggi Di Maio alla Casa Bianca primo leader straniero ad incontrare il Segretario di Stato Antony Blinken. Il messaggio per Erdogan e Putin è che è finita la stagione dell’occidente remissivo e silente davanti alle loro politiche aggressive. Il premier italiano e la leadership europea

Il presidente del Consiglio Mario Draghi (foto Imagoeconomica)
Il presidente del Consiglio Mario Draghi (Foto Imagoeconomica)

Dietro la frase “Erdogan è un dittatore” con cui però “è necessario” mantenere rapporti diplomatici” c’è una partita sottile fatta di grandi manovre. Ha tempi lunghi, coinvolge le principali diplomazie, riguarda i posizionamenti dei grandi blocchi, Europa, Stati Uniti, Medioriente e Russia fino alla Cina e sottindende interessi commerciali strategici, a cominciare dal controllo delle fonti energetiche. Se ne intravedono, per ora qua e là, alcuni indizi. Che spazzano via, casomai qualcuno ne coltivasse ancora, ogni dubbio circa la casualità di quella frase. Che è stata certo la risposta al sofagate e alla cattiva educazione di un capo di stato, il “sultanoErdogan, nei confronti del numero 1 d’Europa, la presidente Von der Leyen a cui è stata negata, con la complicità di uno sciatto presidente Michel, la sedia del confronto bilaterale Europa-Turchia. Ma è stata soprattutto, quella frase, la prima pedina mossa e visibile sullo scacchiere dell’ordine mondiale. In questa partita l’Italia di Mario Draghi gioca un ruolo da protagonista e non di comparsa. E il premier quello di una nuova leadership europea. In asse non più con la Germania ma con la Francia.

La frase di Draghi esce quindi dalla casella “in difesa di Ursula e del ruolo delle donne” e va collocata in un contesto con orizzonti larghi. Che deve partire dalle prime parole assai assertive pronunciate dall’ex presidente della Bce nel discorso di insediamento al Parlamento: in politica estera l’Italia si colloca stabilmente nel contesto atlantico e punta alla costruzione degli stati uniti d’Europa. 

Parigi in asse con Roma

La Francia, con la Germania, è stata tra le prime a dare l’appoggio a Draghi dopo che Ankara giovedì sera ha richiamato l’ambasciatore italiano in Turchia Massimo Gaiani per chiedere di “ritirare quelle parole inopportune brutte e sfacciate”. Sul momento parlarono il ministro economico Le Maire e anche il leader del Ppe, il tedesco Manfred Weber. Ieri, dopo che Ankara ha congelato una commessa con la nostra Leonardo di 70 milioni di euro, prima tranche di un accordo di circa 150 milioni per sostituire i vecchi Augusta Bell 206 in dotazione alle forme militari turche, il ministro francese agli Affari europei Clement Beaune ha dichiarato che la Turchia ha ordito “una trappola” nei confronti di von der Leyen e che l'affaire è un “atto deliberato contro di noi”, “un insulto”. Sulla scia delle parole di Draghi, Beaune ha aggiunto: “La vicenda mostra la mancanza di rispetto per la democrazia” e c’è “una deriva autoritaria” che deve spingere gli europei a essere molto determinati con Ankara

Il caso Leonardo

Ora, la commessa con Leonardo risulta ancora in piedi. Come ha spiegato Guido Crosetto, presidente dell’Aiad, la Confindustria delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, “non c’è stata alcuna comunicazione formale, al momento si tratta di un allungamento dei tempi. Mancavano alcuni passaggi formali per un contratto in lavorazione da due anni, sostanzialmente definito - ha spiegato Crosetto - ma è stata una comunicazione informale, è come se non avessero detto niente. Non è stato chiesto il perché. Nessuno domanda e nessuno risponde in modo da non creare imbarazzi”. Ad oggi, quindi, in mancanza di comunicazioni ufficiali, “il contratto va avanti”. Impossibile dire se sia stata una ritorsione. Ma non è possibile escluderlo. E’ certamente un segnale. Aggiunge Crosetto: “Il mondo è pieno di prese di posizione come quella di Draghi. Ma i rapporti tra Italia e Turchia sono bilaterali. Normalmente il piano politico è separato da quello economico”.

La Turchia è nella Nato, per l’Occidente è un avamposto strategico verso Russia e Medioriente e Ankara tiene molto al suo ruolo nella Nato e guarda all’Europa. Dal 2014, prima con la guerra a Daesh e poi con la Siria, gli equilibri sono cambiati. A volte Turchia e Russia si sono trovate dalla stessa parte, altre volte contro (in Libia ad esempio). E’ un fatto che il Mediterraneo è sembrato quasi “cosa loro”. 

La campagna libica

Non è un caso che l’affondo di Draghi (mai ritrattato nonostante le pressanti richieste di Ankara) sia arrivato tre giorni dopo il suo viaggio a Tripoli, la prima missione all’estero come capo del governo. Con il premier del nuovo governo di unità nazionale libico Abdelhamid Dbeibah, Draghi si è impegnato a rinnovare “l’antico patto di amicizia” Italia-Libia. Opere pubbliche (fatte dall’Italia) in cambio di altro che va dalle fonti energetiche (Eni è decisiva in Libia, per noi e per i libici) alla lotta contro il traffico degli esseri umani. Il punto è che dal 2018 l’Italia non è riuscita a giocare un ruolo chiave in nord Africa. E dal 2019 Mosca ha inviato truppe speciali (le brigate Wagner) in Cirenaica in appoggio al generale Haftar e Ankara ha fatto la stessa cosa in aiuto però di Al Serraj a Tripoli. Il voto in Libia, atteso per il 24 dicembre, chiarirà molte cose. Ma è chiaro che l’Italia ha perso terreno in Libia e se Tripoli è salva, il merito è dei turchi.

Non sfugge a Roma, ma neppure a Bruxelles nè a Washington, che lo stesso Dbeibah che ha incontrato Draghi lunedì scorso oggi voli ad Ankara accompagnato da quattordici ministri e cinque vicepremier dove sarà ricevuto da Erdogan. La Turchia non ha alcuna intenzione di cedere di un passo, in Libia, in favore dell'Europa, e ancor meno dell’Italia. Ed è chiaro che scopo della trasferta è suggellare un'alleanza che di per sè cozza con gli interessi dell’Italia. Roma è determinata a ricoprire il ruolo di primo partner strategico ed economico della nuova Libia. Ma adesso se la deve vedere con la Turchia di Erdogan. Ieri il portavoce del governo turco ha fatto sapere che i colloqui nel palazzo presidenziale verteranno sul partnerariato nel settore dei servizi, come l'energia e la salute, e sul ritorno delle aziende turche per riprendere le attività interrotte a causa della crisi in Libia. Si parlerà anche del controverso trattato sui confini marittimi nel Mediterraneo, in un’area di rivendicazioni ed appetiti energetici per tutti gli attori del bacino, Eni inclusa.

Nell’accordo di cessate il fuoco (ottobre ’20), si prevede che una volta insediato il nuovo governo (cioè Dbeibah), le milizie straniere devono lasciare il paese. Non solo non è successo ma non è neppure in agenda. Russi e turchi adesso pensano solo a partecipare da protagonisti al mercato libico. 

E Di Maio vola da Blinken alla Casa Bianca

Non è quindi un fortuita coincidenza se oggi mentre Ankara e Tripoli trattano, Luigi di Maio sia in missione a Washington, primo ministro degli Esteri della Ue ad incontrare il segretario di Stato americano Antony Blinken. L’occasione sono i 160 anni delle Relazioni bilaterali, ma l’Italia guida il G20, e questo “giustifica” molti altri temi che, se non in agenda, sono comuni a Stati Uniti e Italia: l’ambiente e il green che sono anche cuore del Next generation Eu; la gestione della pandemia anche nei paesi poveri; i vaccini, in considerazione del fatto che gli Usa dalla fine di aprile potrebbero iniziare una produzione dedicati alla Ue e paesi alleati; la web tax. Biden ha conosciuto e lavorato con Draghi ai tempi dell’amministrazione Obama. L’allora capo della Bce era stato individuato dal presidente come il punto di riferimento sui dossier economici e di politica monetaria. “Chiedi a Mario” suggeriva Obama al suo vice.

E se Draghi ha iniziato il mandato dicendo “più Europa e più atlantismo”, Biden ha risposto con la “centralità dell’Europa” dopo la stagione Trump che non solo aveva cancellato la Ue dai rapporti diplomatici ma ne aveva teorizzato la distruzione e favorito la Brexit. Questa sintonia non può non riflettersi nelle questioni più strettamente strategiche. Ad esempio, come scriveva ieri mattina Maurizio Molinari su Repubblica, “nel rapporto con le autocrazie, le potenze che negli ultimi anni hanno sfidato l’Occidente puntando ad indebolirlo”. Se Biden ha definito “killer” il leader russo Vladimir Putin e “autocrate” Erdogan che Draghi ha bollato come “dittatore”, “è al fine di far comprendere ad entrambi che la stagione dell’Occidente remissivo e silente davanti alle loro politiche aggressive è ormai alle spalle”. Altolà espliciti a leader energici che negli ultimi anni hanno trovato gli Usa assenti e la Ue distratta. Un gigantesco campo libero che adesso va rimesso sotto controllo. Va da sè che la Casa Bianca non vuole rompere con Putin ma punta a riequilibrare i rapporti” con un paese che negli ultimi quattro anni ne ha fatte di ogni, dalla Crimea alla Siria passando per il Donbass e le interferenze cyber in più paesi Nato. Allo stesso modo “Draghi non vuole rompere con Erdogan ma riequilibrare i rapporti con un leader energico che punta ad egemonizzare l risorse di gas naturale nel Mediterraneo”. La qual cosa di per sè val bene un acuto come dare del “dittatore” a Erdogan. Dunque l’Italia cerca la sponda dell’amministrazione Biden sui dossier mediterranei.

 

La costruzione della leadership

Insieme al riposizionamento atlantico nel Mediterraneo, dietro l’attacco a Erdogan, c’è la costruzione della leadership di Mario Draghi. Molto politica, autonoma e proiettata al futuro. E dopo anni l’Italia potrebbe avere un ruolo di primo attore anziché comparsa.

Al di là della linea in politica estera - più Europa e più atlantismo, l’affermazione dei valori dell’Occidente e la ricostruzione del ruolo dell’Europa - il 24 marzo, alla vigilia del Consiglio Ue, ha detto: “In Libia l’Italia difende i propri interessi internazionali e la cooperazione. Se vi fossero interessi contrapposti, non dobbiamo avere timori referenziali verso qual che sia il partner. Nel corso della mia vita mi pare di aver dimostrato estrema indipendenza nella difesa dei valori fondamentali dell’Europa e della nazione”. A questa stessa Europa che mette in cima a tutto, Draghi non ha però lesinato critiche. Aspre e dirette. Sul contratto europeo sui vaccini Draghi ha ampiamente espresso il suo disappunto. “Le responsabilità sono tante - ha ripetuto giovedì - c’è stata un po’ di leggerezza nei contratti. Ma state tranquilli che i rinnovi saranno fatti meglio”. E poi, ne usciremo con l’Europa certo, “ma se dovesse servire anche da soli”. Fu sua l’idea di bloccare l’export di vaccini “fabbricati” in Italia in caso di “violazione della reciprocità” e in “assenza di proporzionalità”, verso paesi molto già avanti con l’immunizzazione. Non le ha mandate a dire alla Gran Bretagna della Brexit: “Con Astrazeneca (il vaccino di Johnson, ndr) è stato facile bloccare l’export: non hanno rispetto alcun accordo e si sono venduti le dosi tre e anche quattro volte”. Non le ha mandate a dire neppure a Putin: “Sputnik? Vediamo, aspettiamo la valutazioni di Ema, però ci risulta che gli emissari russi stiano vendendo qualcosa che non possono produrre”.

Più Europa ma mai col piatto in mano rispetto a Bruxelles. E’ stato molto duro ad esempio sul dossier Alitalia: l’Italia, è stato il senso dell’intervento, non accetterà discriminazioni nella trattativa tra il Governo e la Ue per far decollare al più presto la newco di Alitalia. No ad “asimmetrie ingiustificate o discriminazioni arbitrarie da parte della Commissaria Ue Vestager”. Con l’addio di Angela Merkel ( a settembre la Germania va al voto) e Emmanuele Macron impegnato per le presidenziali (maggio 2022), potrebbe essere Mario Draghi l’interlocutore primo nell’Europa postpandemia. Quella della ripresa e della ripartenza.