Draghi "dichiara guerra" alla Turchia e la Turchia attacca "il premier non eletto". Scoppia la crisi

Il "Sofa-Gate" sulla "sedia mancante" per Ursula von der Leyen irrompe sulla nostra scena politica e il premier in formato Churchill usa parole durissime nei confronti del "dittatore" Erdogan

Erdogan - Draghi: è scontro Italia-Turchia (Foto Ansa).
Erdogan - Draghi: è scontro Italia-Turchia (Foto Ansa).

 

Il ‘Sofa-gate’ irrompe anche sulla scena politica italiana. Ieri sera, nella sua conferenza stampa, il premier Mario Draghi ha usato parole durissime. Gli era stato chiesto un commento, dai giornalisti presenti a palazzo Chigi, sulla “sedia mancante” per la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la sua visita con il presidente del Consiglio, Charles Michel (tipo singolare), ad Ankara, all’incontro ufficiale con il capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan.

Magari i cronisti pensavano che Draghi dicesse una frase anodina, diplomatica, neutra, fredda. Macché. Draghi va giù con l’accetta, il machete: “Non condivido il comportamento di Erdogan nei confronti della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Credo che non sia stato un comportamento inappropriato, mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Europea ha dovuto subire”. Poi, non contento, ecco l’affondo finale: “Con questi dittatori, perché bisogna chiamarli per quello che sono, di cui però si ha bisogno per collaborare – anzi, meglio, per ‘cooperare’ (che è come dir loro: ci fate schifo, siete delle bestie, dei trogloditi, ma ci servite, purtroppo, e allora si fa la cooperazione internazionale, per il resto via, ndr.), bisogna essere franchi per affermare la propria posizione ma anche pronti a cooperare per gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare l’equilibrio giusto”. Draghi, cioè, con molta più forza e coraggio di altri leader europei, si scaglia contro Erdogan e le sue ubbie da ‘sultano’ che vuole comandare sull’Europa, ricattandola, che minaccia la Grecia, ogni anno, che s’ingerisce in mezzo Medio Oriente, dalla Siria ai Paesi arabi, che fa asse con Israele ma detesta la nuova America di Biden, che gioca di sponda con la Cina e fa ‘bau’ alla Russia, etc.

Draghi colpisce con cattiveria Erdogan. L’allarme diventa subito rosso. Defcon uno…

Ma di sicuro, forse, il piede sull’acceleratore è anche partito un po’ troppo, al nostro premier. Insomma, magari a Draghi gli è scappata un po’ la frizione, magari invece era calcolata, l’uscita, vai a sapere, non è ben chiaro, non si capisce. Sembra un’analisi di un politologo che interviene a un convegno di Limes, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo (ottima rivista, fin troppo elegante), e che è solo andato un po’ più in là della sua analisi dotta, e assai british, ma parla da palazzo Chigi. E’ il premier della Repubblica italiana. Finirà che Mattarella, capo delle Forze Armate, dovrà convocare il Consiglio supremo di Difesa e il ministro Guerini metterà navi e aerei sul chi vive. Le nostre truppe in mobilitazione? Insomma, come in un film americano d’altri tempi, stiamo per entrare, nella sala dei bottoni, a ‘Defcon Uno’, lo stadio di allerta massima, quello che precede il lancio dei missili balistici nucleari?

Certo è che meno male che fino all’altro ieri dicevano che “si sente poco, non parla mai, dovrebbe intervenire un po’ di più”… Ecco, ora l’ha fatto, Draghi ha ‘alzato la voce’, si è ‘fatto sentire’ e siamo entrati in una crisi diplomatica.

Un frame del video della European Union.

 

“Draghi pensi a Mussolini, lui sì un dittatore”. La politica turca reagisce indignata e irata

 La Turchia s’adonta subito, ovviamente (zen o gandhiani i turchi proprio non sono mai stati) e richiama l’ambasciatore. Il ministero degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il Ribbentrop (Hitler) o il Molotov (Stalin) di Erdogan, cioè uno cattivo quasi quanto il Capo, convoca l'ambasciatore italiano, Massimo Gaiani, ad Ankara. E poi dice: “Il premier italiano, nominato (notate la perfidia, l’ingerenza negli affari interni: ‘nominato’ vuol dire ‘non eletto dal Popolo Sovrano’ come invece è da decenni Erdogan, e poco importa che le elezioni siano sempre truccate, ndr.), Mario Draghi, ha rilasciato una dichiarazione populista e inaccettabile nei confronti del nostro presidente della Repubblica, che è stato scelto attraverso elezioni”, replica il ministro turco degli Esteri.

Il portavoce di Erdogan è ancora più duro: “Draghi ritiri subito le sue parole e si scusi”. Il direttore della comunicazione del ‘sultano’ dice che “Draghi ha superato il limite. I dittatori stanno in Italia”. Con chi ce l’ha? Lo esplicitano dall’Akp, il partito di Erdogan: “Un dittatore lo conosciamo, sta nella storia d’Italia e si chiamava Mussolini” (ci fanno pure il ‘ripassino’ di storia). Insomma, la Turchia ci rende pan per focaccia.

Certo è che è una di quelle cose, il ritiro dell’ambasciatore per consultazioni, che – se non sei come l’Italia come l’Egitto con il caso Regeni (se, cioè, non vuoi solo farti ridere dietro da tutti) – è una cosa seria, preoccupante, rischiosa. Una di quelle cose che - se le facevi all’inizio del Novecento - poi restava solo la ‘mobilitazione delle truppe’ alla frontiere e, di conseguenza, “la dichiarazione di guerra è stata consegnata agli ambasciatori di” etc. etc. etc. come amava dire, dal balcone di palazzo Venezia, a braccia conserte e davanti una folla osannante, il Duce.

E i turchi quello dicono, subito, con rara perfidia e cattiveria: parlate voi, gli ‘eredi’ di Mussolini, quello che ‘voleva spezzare le reni alla Grecia’, l’invasore di popoli liberi. Che poi, allora, il Gran Muftì di Gerusalemme stava dalla parte di Hitler e la Turchia era neutrale, sì, ma giusto per finta.

 

Ma nella Prima Guerra Mondiale, l’Impero turco stava direttamente con gli Imperi centrali, Germania e Giappone, sempre loro, e perdette. Certo è che l’antisemitismo dilagava, in Turchia e Medio Oriente, insieme al genocidio degli armeni e alla ‘guerra santa’ contro i laici e ribelli kurdi. Solo gli ‘alleati’ italiani – in quanto eredi degli italiani che avevano sconfitto i turchi prima, durante la guerra italo-turca del 1991-1913, quella vera e vinta dal liberale Giolitti e dagli interventisti, anche contro i socialisti e pacifisti nostrani, che invece erano neutralisti – sono sempre stati visti di malocchio dai nazionalisti turchi. Ma, si sa, la Storia è una fisarmonica, ognuno se la canta e se la suona come gli piace.

L’imbarazzo della Ue, degli Usa e della Nato…

A Bruxelles, intanto, dove il povero Michel chiede – pietose e finte – scuse alla Von der Layen e si è già aperto un regolamento di conti interno al sistema delle istituzioni europee, si mettono le mani nei capelli: ‘e ora?’, si chiedono, che con la Turchia ci dovevamo fare la pace, darle una paccata di miliardi (forse sei, forse otto) per far sì che si tenga in casa (sua) i profughi siriani e afghani sennò ci ‘invadono’? E ora, si diranno alla Nato, che la Turchia ci serve, in funzione anti-russa e pro-Ucraina, e sta pure nella Nato, con le basi Usa in casa, che facciamo? Insomma, forse neppure a Bruxelles (Nato e Ue) hanno preso bene l’intemerata di Draghi: già la polvere si era molto alzata, con il ‘Sofa-Gate’, in questi giorni, forse non conveniva alzarla ancora. Del resto, quello che, ormai, è mondialmente già noto come ‘Sofa-gate’ è un pastrocchio e un garbuglio politico, diplomatico, da guerra ‘calda’: i rapporti tra la Ue e la Turchia ne risentiranno. Cosa diranno gli Usa? Cosa dirà la Nato? E la Russia? E la Cina? Insomma, tira brutta aria, in Italia, in Europa e nel Mondo e non è solo Covid.

 

Erdogan, via di mezzo tra Solimano e Ataturk

Però è Erdogan il primo, vero, grande problema. Più che presidente della Turchia, si sente erede diretto di Solimano II il Magnifico: erano turchi selgiuchidi quelli che dilagarono in Europa, li fermarono magiari e polacchi alle porte di Vienna, allora Polonia e Ungheria erano toste. Vuol fare del Mediterraneo un ‘lago musulmano’ e dei Balcani una enclave nel nome del profeta di Allah. Resta, però, quella parola, ‘dittatore’, che pesa come un macigno, persino in Turchia. Un classico: la lingua che batte dove il dente duole.

 

Erdogan si sente pure il novello Ataturk turco, solo che quello era laico, progressista, aperturista, per quanto militare, questo è un fanatico, è diventato un mussulmano integralista, e pure pericoloso: “è un dittatore, diciamo le cose come stanno”, sono state, appunto, le parole di Draghi.

 

Di Maio e Salvini si ‘ricompattano’ su Draghi ma la loro solidarietà è assai ‘tartufesca’

 

Parole – quelle grevi, populiste e ribalde dei turchi - che sarebbero state bene in bocca, per dire, a un Di Maio che incontra i ‘gilet gialli’ anti-Macron in Francia o a un Salvini che flirta con la Le Pen, o con Orban. Invece, l’ironia della Politica (italiana) vuole che oggi Di Maio faccia il ministro degli Esteri (di Draghi) e Salvini il leader del principale partito di maggioranza che regge il governo (di Draghi): sono cambiati, e tanto, tutti e due, Salvini e Di Maio. Altro che ‘descamisados’, sovranisti, popolani e populisti. Sono diventati europeisti, atlantisti, moderati, loro. Draghi, invece, ci sta diventando ‘discolo’, un po’ ribelle, meno paludato del solito (era ora).

 

Salvini esterna subito la sua “solidarietà e stima” verso Draghi contro “le intimidazioni e le discriminazioni del dittatore turco Erdogan, che sono inaccettabili”. Salvini, contro la Turchia, ha un conto aperto da decenni. Non la vuole nell’Europa cristiana, cristianissima, la sua (sic) - quella “consacrata al cuore vergine di Maria”, come dice ispirato quando sembra Karol Wojtyla vestito con la felpa padana invece che di bianco – e da sempre porta avanti una personale battaglia contro l’Islam, la religione musulmana, i turchi. Insomma, ci va a nozze, con le parole di Draghi. E Roberto Calderoli – che creò un incidente diplomatico internazionale con le sue parole contro ‘i suini’ islamici (in quel caso erano libici) – si dice “fiero” di “avere Draghi come premier”.

“Nelle prossime ore sentirò Draghi” – fa sapere Di Maio - per decidere come affrontare la crisi diplomatica in corso con la Turchia che ha chiamato per consultazioni l'ambasciatore d'Italia ad Ankara Massimo Gaiani. “In queste ore sentirò Draghi e coordineremo le iniziative che si devono intraprendere, non anticipo niente”, ha detto, circospetto, il titolare della Farnesina parlando in diretta dal Mali ai microfoni della trasmissione “Dritto e rovescio” su Retequattro.

 

Su Erdogan non dice una sillaba, Di Maio, ma sul Sofa-gate ci va giù ben più soft: “Ritengo che si tratti, prima ancora di protocollo, di un minimo di galanteria”. Morale, il furbo Di Maio – il conte Galeazzo Ciano di Draghi/Mussolini (sic) – non si espone, che poi magari a Istanbul, con il rischio di farsi tagliar la testa, tocca a lui andarci, provare a metter pace, a rimetter insieme i cocci non suoi.

 

Epperò, anche se Di Maio voleva farlo lui, il premier, e prima Draghi gli ha sfilato palazzo Chigi e poi, ora, Conte gli sta sfilando il partito, si mette subito dalla parte del premier, lo difende, e tira persino fuori le unghie, affila i dentini. Del resto, il ‘ragazzo’ –lo chiamava Beppe Grillo – è assai cresciuto, sta lavorando bene, lo stimano persino alla Farnesina, dove si annidano le serpi (e i diplomatici di carriera, col frac e il monocolo) che detestano tutti i ministri politici che arrivano, stanno un anno, forse due, poi se ne vanno, poi ne arriva un altro, e non sanno neppure dov’è il Gabon e non sanno parlare l’inglese, o il francese (antica lingua della diplomazia), e non sanno cos’è la politica del ‘containment’, il ‘roll&back’, la’ check and balance’, insomma, i fondamentali.

Le reazioni di indignazione nel Parlamento Ue

Intanto, scoppiano proteste in ogni dove, dal Parlamento Ue (specie i gruppi del Pse e del PPE) al Parlamento italiano. Le donne socialiste, le italiane in testa, dalla Toia alla Picerno, se la prendono quasi più con Michel che con Erdogan.

Il caso è destinato a finire al Parlamento europeo. Dopo la condanna unanime, dai maggiori gruppi è arrivata la richiesta di un dibattito in plenaria per far luce sull'accaduto. “La visita ad Ankara avrebbe dovuto rappresentare un messaggio di fermezza e unità dell'approccio dell'Europa alla Turchia. Purtroppo, si è tradotta in un simbolo di disunione, poiché i presidenti non sono riusciti a stare insieme quando era necessario”, ha attaccato il presidente del Ppe, il tedesco Manfred Weber.

 

A sollecitare una discussione con von der Leyen e Michel è stata anche la presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), la spagnola Iratxe Garcia Perez: “L'unità dell'Unione europea e il rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle donne, sono fondamentali”.

 

Radicali e leghisti in piazza, sedia vuota nell’emiciclo della Camera. L’imbarazzo di FI

Scendendo in Italia Emma Bonino al Senato, parla di “atto gravissimo, da censurare con forza”, altri pure – ma pochini – si accodano. I Radicali, intanto, scendono subito in piazza davanti all’ambasciata turca. Oggi in piazza, sempre davanti all’ambasciata turca – che sta a via Palestro, dietro Castro Pretorio, zona di ambasciate - ci scende pure la Lega di Salvini, poi la Meloni e quelli di Fratelli d’Italia, ovvio, nel loro eterno gioco al rimpiattino, a destra. Forza Italia, invece, tace, che di Erdogan il Cavaliere è amico di lunga data, come di Putin.

Pure il Pd tace, ma non perché ‘ami’ i dittatori (oddio, Marco Minniti amava i dittatori libici, ma è altra storia, lo faceva per fermare gli sbarchi: uguale e peggio di Salvini, ma il leader della Lega lo odiano tutti, Minniti volevano farlo segretario, ora è a Leonardo a occuparsi di armi), ma perché, come al solito, è inebetito, tramortito, incapace di parlare di cose che non siano elezioni comunali, legge elettorale, ius soli, legge sulla omotransfobia, o sulle droghe, o amenità simili.

Per fortuna che molti deputati dem alla Camera si ribellano, ma ci vuole una ex forzista, ed ex Ncd, come Beatrice Lorenzin, oggi entrata nel Pd, per sentire parole forti, accese, indignate, ferme: la sua voce, vibrante, parla di “un'offesa arrecata a tutte le donne ed all'Unione Europea”. E la Lorenzin parla mentre una sedia vuota veniva messa al centro dell’emiciclo in segno di protesta. Il Parlamento, cioè, ha un sussulto di dignità, sarebbe anche una cosa buona, e giusta, evviva.

Poi, però, Valentino Valentini – uomo riservato, sempre nell’ombra, vero ‘ministro degli Esteri’ di Berlusconi per decenni, amico personale di Putin come di Trump (temiamo lo sia pure di Erdogan) – rompe l’unanimismo del ‘mamma li turchi!’ e parla di “reazioni eccessive, emotive, esagerate”.

Apriti cielo, s’indignano un po’ tutti. La giornata però così passa prima, che altrimenti è una noia. Il Parlamento non conta più nulla, sai che balls. I deputati ciondolano in cortile, e parlano, fumano, non sanno come ingannare il tempo per prendersi la diaria (i giorni di ‘paghetta’, se vai in aula, voti e fai credere al mondo che pure tu sei al lavoro). E allora ben venga lo scontro Draghi-Erdogan, così almeno non si parla solo dei candidati del Pd nelle città (che non ci sono), delle nuove regole del M5s (che non ci sono), dei nuovi incarichi nella Lega (che ci sono, ma non contano nulla). Insomma, “una giornata movimentata pure qui, vivaDio!, era ora!” sorride un deputato campano. Maschio, maschilista, però assai furbo e attento nell’abbassare la voce mentre sussurra al collega: “Però, ste’ femmine, ma che vonn’? Tengono il diritto di voto da quann’? O’ 1946? 1947? 1948? E vabbuo’, che s’acchetassero. Noi uomini sono almeno due millenni che ci occupiamo di politica. Du’ millenn’, Anto’. C’avimm’ nu’ poc’ cchiù d’esperienza. Ce facessero fa’ ‘e cose ‘a nuie…”. Non starebbe male, l’onorevole, a corte Erdogan.