Draghi ha ascoltato tutti ma deciderà da solo. M5s entra in maggioranza, il voto on line è una formalità 

Concluse le consultazioni. Il colpaccio di Grillo che s’intesta la nascita del superministero per la Transizione ecologica. Il presidente incaricato si sottrae a pressioni e ricatti per dare “segnali”. Oggi il voto su Rousseau con quesito blindato. Tra oggi e domani la lista dei ministri 

Draghi ha ascoltato tutti ma deciderà da solo. M5s entra in maggioranza, il voto on line è una formalità 
Foto Ansa

Tra le poche parole pronunciate da Mario Draghi in questa lunga settimana di consultazioni alla Camera, ce ne sono alcune che hanno bucato più di altre. Ad esempio: “Fidatevi di me,  farò la sintesi delle vostre proposte”. Ha colpito il tono definito “gentile ma assertivo”. Ha spiazzato la consapevolezza che alla fine “la lista dei ministri non sarà negoziata”. Ci saranno i politici, rispetteranno in quota parte il peso di ciascuna forza in Parlamento. Ma deciderà Draghi. Dopo un lungo confronto con il Presidente della Repubblica. Confronto che potrebbe avvenire già oggi pomeriggio dopo le 18, una volta reso noto il verdetto di Rousseau. O direttamente domani se oggi Draghi preferirà, come probabile, riorganizzare le idee e lavorare al telefono. Ad esempio con i segretari dei partiti.

La vulgata grillina

Ecco perché ieri ha avuto un sapore stucchevole la vulgata grillina per cui “stasera Draghi parlerà in pubblico e darà il segnale che vogliamo sul programma per poi andare a chiedere ai nostri iscritti di votare su Rousseau l’adesione al nuovo governo”. Diceva ieri una persona dello staff di un importante ministro in carica: “Fatemi capire, se Draghi parla per dare un segnale ai 5 Stelle,  allora lo deve dare anche a noi. Il mio ministro non ha ricevuto una telefonata che sia una in questi giorni dal professor Draghi”. Irricevibile, e anche improponibile, la richiesta del messaggio in bottiglia diretto ai 5 Stelle per dare il via libera all’ingresso nel governo. La novella è stata alimentata fino a metà pomeriggio. Per poi essere smontata direttamente da Grillo che l’aveva spinta. Alle 18 e 30 fonti del Movimento hanno veicolato la notizia che “in mattinata c’era stato una telefonata tra Draghi e Grillo” in cui era stato confermata la nascita del superministero per la Transizione ecologica su cui Grillo e la delegazione 5 Stelle il giorno prima avevano intrattenuto il presidente incaricato. Negli stessi minuti, alla Camera, esce la delegazione ambientalista Wwf, Greenpeace e Legambiente. Sono loro ad ufficializzare la nascita dell’inedito ministero che dovrà racchiudere le competenze di Ambiente, Sviluppo economico e Energia.

Con lo stratagemma del super ministero, Grillo in una settimana ho portato il Movimento dal fronte del No a quello del Sì e gli ha trovato pure uno scalpo da agitare e una bandierina da sventolare. Il nuovo ministero è comunque una buona idea. Il 37% del Recovery plan è vincolato alla svolta green. E resterà che quello è “il ministero dei 5 Stelle, voluto da Grillo” a prescindere da chi lo guiderà. Vero? Falso? Non conta. E’ un’idea. E funziona.    

Quesito blindato

Di Maio è il primo ad esultare per la bella notizia. A ruota arrivano Fraccaro, Buffagni. Lo stesso Conte: “Se fossi iscritto a Rousseau non avrei dubbi e voterei per il governo Draghi”.  Le votazioni su Rousseau saranno aperte oggi, dalle 10 alle 18.  Il quesito non lascia alternative. “Sei d'accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”. Non si parla della Lega, né di Forza Italia, meno che mai di Renzi e di Italia viva.  I motivi di imbarazzo politico, a cominciare dal nome degli alleati,  C’è l’indicazione in chiaro della tipologia di governo (“tecnico-politico”). Ma è una domanda bloccata, che tutela e rivendica i “principali risultati raggiunti” dal Movimento in questi anni. E a cui è quasi scontato rispondere Sì.

Quelli del No

Il Movimento esce così dall’imbarazzo per una votazione che Grillo sicuramente non aveva cercato.  Tutela una prassi per evitare di buttare benzina sul malcontento che cresce “perchè non si può fare il governo anche con Berlusconi e Salvini dopo che ci siamo subito rimangiati Renzi”. Anche questo è fare politica: sfruttare tutto quello che è possibile usare pur di arrivare all’obiettivo. E per il fondatore del Movimento l’obiettivo, condiviso con Di Maio e Patuanelli, è sempre stato entrare nel governo Draghi. Bisognava lasciar decantare un po’ la situazione per far ingoiare anche questo boccone.

Alla fine di questa lunga settimana di consultazioni Mario Draghi si conferma per quello che è: prima l’ascolto, poi  la decisione. Senza alcun negoziato. Era sembrato certamente goffo il tentativo pentastellato di tirarlo per la giacca e “spingerlo” a dare loro un segnale parlando alla stampa che sarebbe diventato il via libera per entrare al governo. Draghi non può sottostare, neppure per sbaglio e neppure una volta, ai “ricatti” dei partiti. Questo vale per oggi e per il dopo.

Resta il problema dei dissidenti. E di cosa potrebbe succedere se vincesse il No. Eventualità da non escludere. . A quel punto la scissione sarebbe inevitabile. Ma si parla di piccoli numeri, circa una dozzina tra Camera e Senato guidati da Di Battista: Barbara Lezzi, Elio Lannutti, Bianca Laura Granato, Andrea Colletti, Mattia Crucioli e Pino Cabras. Uno che di Draghi pensa le seguenti cose: “Dire Sì a Draghi significa dismettere le  nostre battaglie storiche. E’ l’uomo che nel 2015 faceva il waterboarding (una tortura, ndr) alla Grecia: nel momento in cui avevano bisogno di liquidità, gli ha chiuso i bancomat... E' un curatore fallimentare. Il suo è un gattopardismo tecnocratico che sta cambiando anche la natura dei partiti in Italia”.  

Il corpaccione degli eletti sarà comunque della partita convinto di non poter rinunciare ad un governo dove nasce un nuovo ministero “voluto dal Movimento e che è la nostra firma sul governo Draghi” e alla gestione dei 209 miliardi che Conte e Di Maio considerano un loro risultato. dimentichi, entrambi, dell’insofferenza per l’Europa ostentata nel Conte 1.

Far saltare i nervi alla Lega

La  cosa che il Movimento fa ancora fatica a capire è che nel governo di unità nazionale i 191 deputati e i 92 senatori grillini, per quanto “pesino” il 33 per cento del Parlamento, non hanno più in tasca la golden share della maggioranza.  Pd, Iv, Forza Italia e Lega hanno da soli la maggioranza. Ecco perchè nelle ultime ore abbiano assistito al tentativo, anche questo goffo, di una parte di Pd e del Movimento di far saltare i nervi alla Lega per via del repentino giro di volta di Salvini da leader dei no euro ad europeista convinto e pragmatico.  Grillo ha detto che "la Lega non capisce nulla di ambiente” e quindi la sua presenza è inutile. anzi, dannosa. Il Pd ha usato le seconde e terze file per raccontare di aver visto un Salvini “nervoso”. Il leader della Lega e lo stato maggiore del partito non sono stati più compatti nel prendere una decisione che era nell’aria almeno da ottobre. Il virus ha esaurito e svuotato sovranismi e nazionalismi. Si trattava di trovare il momento migliore e più credibile per fare la conversione e renderla credibile. Draghi è quella occasione.   

Il perimetro

Il presidente incaricato Mario Draghi userà la cortesia ai 5 Stelle di aspettare la conclusione della votazione su Rousseau. Per rispetto delle regole interne di una forza democratica. Si rischia di finire in qualche rassegna stampa straniera con titoli del tipo “Supermario sottoposto al voto on line” ma così è. Dalle 18 di stasera, ogni momento è buono per salire al Quirinale e confrontarsi con il Capo dello Stato sulla lista dei ministri. Di sicuro il Vaticano ha rinviato le celebrazioni per i Patti Lateranensi previste domani. E l’agenda di Matteralla è libera per ogni eventualità.

Il perimetro della maggioranza è definito: tutti dentro tranne Fratelli d’Italia che potrà così guidare alcune Commissioni di garanzia importanti, a cominciare dal Copasir.  Pochi conoscono i nomi che andranno a occupare le caselle. Di certo è un lavoro che dovrà tenere conto di molti equilibri.  La formula che continua a essere più gettonata è quella di un mix con presenze di tecnici in alcuni ministeri chiave e politici negli altri. Un modo per rafforzare il dialogo con i partiti e garantire una navigazione parlamentare più serena. Anche più lunga. Ieri Draghi ha sentito circa venti delegazioni tra associazioni di categoria e sindacati, da Abi a Confindustria, tutti i sindacati, dal Forum del Terzo settore all’Agis perchè la cultura, e quindi cinema e teatri, è uno dei settori in crisi su cui il Presidente incaricato ha insistito di più. Dal lato economico. E perchè anche da qui può arrivare la speranza per un paese depresso.

Il mix

Al massimo domani la lista dei ministri sarà nota. Il giuramento potrebbe già essere nel pomeriggio. Il voto di fiducia tra lunedì e martedì. Si parte dal Senato. Non avendo però, Mattarella, dato limiti di alcun genere, potrebbe anche slittare tutto alla prossima settimana. Mai come questa volta ogni cosa è coperta dal massimo riserbo. E’ tutto nella testa di Draghi. E decide lui. Dopo aver ascoltato tutti. Tra rose e totoministri, la cosa più credibile è che su 21 ministeri (ma qualcuno potrebbe essere accorpato e altri spacchettati sapendo che la Bassanini mette un tetto a 65 caselle)  la metà, quelli più importanti, saranno affidati a uomini e donne di fiducia del Presidente del consiglio. Gli altri ai partiti. Seguendo pesi e contrappesi in puro stile Cencelli. Così tre ministeri dovrebbero andare a M5s in quanto forza più grande, due a testa a Pd, Lega e Forza Italia, uno a testa a Italia viva, Leu, Centristi e Calenda-Bonino. Sarebbero già tredici le caselle politiche. E i conti già non tornano. Per quel che riguarda i nomi dei tecnici di fiducia, restano molto quotati quelli di Cottarelli, Bentivogli, Giovannini, Cartabia e Lamorgese, Franco, Scannapieco e Reichlin. Più difficile la situazione nei partiti. La Lega dovrebbe puntare su Giorgetti e Garavaglia e lasciare così mani libere Salvini. Forza Italia dovrebbe insistere sulle donne (Gelmini e Carfagna anche se Brunetta resta tra i papabili). Nei 5 Stelle i tre prescelti dovrebbero essere Di Maio, Patuanelli e D’Incà. Per Leu è quasi scontata la conferma di Roberto Speranza alla Salute anche se sarà richiesto un diverso utilizzo del Cts. Tabacci, Bellanova e Bonino dovrebbero completare la squadra.