Un altro record per Draghi: sarà il governo più ‘votato’ della storia repubblicana. Mercoledì la fiducia alle Camere

Ma già iniziano i primi guai. La partita del "sottogoverno"

Il premier Mario Draghi (foto Ansa)
Il premier Mario Draghi (foto Ansa)

Mercoledì il voto di fiducia alla Camera e al Senato. Mercoledì mattina, al Senato, e poi, poco dopo, in tandem, alla Camera. Sarà mercoledì 17 febbraio (Draghi, si sa, non è scaramantico…) il giorno della ‘fiducia’ per il Draghi I. Un appuntamento che sta per diventare ‘storico’. Dal punto di vista politico e istituzionale lo è già, ma sta per esserlo anche rispetto ai ‘numeri’. Certo, è vero che nella storia d’Italia, vi sono stati vari casi di governi votati da larghe maggioranze. I governi De Gasperi II, III e IV, del 1945-1947, appoggiati dalle sinistre social-comuniste, dai partiti laici di centro e dalla Dc; i governi di solidarietà nazionale del 1976-1979, si reggevano, però, sul voto di astensione, e non sui ‘sì’, dell’intero arco costituzionale (dalla Dc al Pci, passando per il Psi, il Psdi, il Pri e altre formazioni minori); i governi tecnici o tecnico-istituzionali guidati da Ciampi (1992-1993), Dini (1995-1996) e Monti (2012-2014) si sono basati su maggioranze larghe e molto ampie. Con Ciampi dal vecchio pentapartito fino al Pds, Rete e i Verdi; con Dini da Forza Italia al Pds, passando per il PPI e altri; con Monti vedendo insieme Pdl-Udc-Pd più altri minori). Ma, in tutti questi casi, i voti delle varie maggioranze citate, per un motivo o per l’altro (astensioni, defezioni, etc.), non superavano i 400 voti di media alla Camera e i 250 voti di media al Senato. Con Draghi, invece, lo scenario è inedito e tende a rappresentare un unicum nella storia repubblicana.

Maggioranza schiacciante. Il record del governo Draghi

Il governo di Mario Draghi, infatti, sta per diventare il più votato alle Camere della storia repubblicana. Se il premier otterrà, come è largamente previsto, il sostegno di Pd, Forza Italia, Iv, Leu e diversi gruppi minori, oltre a M5S e Lega, potrà godere di una maggioranza amplissima: oltre 260 sì al Senato, che potrebbero diventare anche di più, fino a 290 voti, contando i senatori a vita e considerando che, tra i 30 ‘incerti’ e possibili scissionisti del M5S, una parte voterà sì.

La dirigenza dei 5Stelle sta lavorando per ridurre l'area del dissenso a una decina di deputati e a massimo 20 senatori. Ma ieri sera, a intorbidare le acque, è arrivato anche l'appello di Davide Casaleggio a favore dell'astensione. La fiducia al governo Draghi sicuramente non verrà votata da FdI che conta solo 33 deputati e 19 senatori. Questa posizione verrà proposta da Giorgia Meloni oggi agli organi del partito che dovrebbero farla propria. Anche dentro LeU uno o due deputati e uno o due senatori diranno il loro ‘no’.

‘Mega-scissione’ nei 5Stelle e ‘mini-scissione’ in LeU

Morale, al Senato, almeno sulla carta il governo potrebbe arrivare a 296/298 voti, anche se molto dipenderà da quanto sarà grande la ‘scissione’ dei ‘duri e puri’ (ala Di Battista) dentro il M5s: se, cioè, arriverà a dieci, venta o più senatori. Nulla quaestio, invece, per la sparuta pattuglia di SI, la componente di Nicola Fratoianni che si scinderà da LeU, votando no alla fiducia: alla Camera c’è il solo Fratoianni (ex esponente del Prc), che non sarà seguito dall’altro on. Di LeU, Erasmo Palazzotto, presidente della commissione d’inchiesta sull’omicidio Regeni; al Senato, SI aveva solo la capogruppo, Loredana De Petris. La quale però voterà sì, insieme a tutti gli esponenti di LeU e che militano in Mdp-Articolo Uno, il movimento il cui segretario è, da anni, il ministro Speranza (ma i padri putativi Bersani e D’Alema), mentre voteranno no due senatrici iscritte, oggi, a Leu (Paola Nugnes ed Elena Fattori) che però vengono dal M5s.

Anche alla Camera, il governo Draghi avrà numeri record. Sicuri almeno 568 voti alla Camera su 629 (qui gli incerti M5S sono 25/30) Draghi, almeno sulla carta, può arrivare a 583/593 voti, anche se va valutata meglio, come al Senato, l’entità della scissione che si produrrà dentro il Movimento.

Il precedente del governo più votato è il governo Monti

Da ricordare che l’ultimo governo ‘tecnico’ della storia repubblica, quello guidato da Mario Monti, ottenne la fiducia al Senato con 281 voti favorevoli, mentre alla Camera ebbe 556 voti favorevoli. In passato, il governo più votato finora è sempre quello di Mario Monti, altro tecnico arrivato a Palazzo Chigi nel 2011 dopo la crisi economica che portò lo spread a 500 punti (ora siamo sotto i 100).

Un altro record già colto, quello delle consultazioni

Oltre a diventare il più votato, il governo Draghi potrebbe essere ricordato anche per il numero di incontri avvenuti durante le consultazioni. Sono stati 42, questi incontri, di cui 14 con le parti sociali e altrettanti con le delegazioni dei partiti, andate alla Camera però in due turni. Ai partiti il tempo dedicato è ammontato a complessivi 540 minuti, mentre con sindacati, associazioni ed enti locali Draghi ha trascorso 315 minuti. Negli ultimi governi, lo spettro di rappresentanze invitate è stato minore e in certi casi anche molto inferiore il tempo a disposizione prima di sciogliere la riserva. Con il governo di Enrico Letta, che ricevette l’incarico da Giorgio Napolitano il 24 aprile 2013, le consultazioni durarono per esempio un giorno soltanto. Letta, alle delegazioni dei partiti, dedicò solo 270 minuti. Con Matteo Renzi i giorni di consultazioni furono due, il 18 e il 19 febbraio 2016. Ricevuto l’incarico da Napolitano, tre giorni dopo le dimissioni di Letta, Renzi ascoltò i partiti per 570 minuti, sciogliendo poi la riserva il 21 febbraio.

I precedenti dei governi Conte: Conte I e Conte II

Con Paolo Gentiloni, succeduto a Renzi dopo l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, i tempi furono stretti. Il premier, incaricato da Sergio Mattarella il giorno 11 dicembre, svolse le consultazioni il 12 e la sera stessa giurò nelle mani del capo dello Stato. Disertati da Lega e M5S, gli incontri di Gentiloni durarono 240 minuti.

Nel caso del primo governo guidato da Giuseppe Conte, la lista dei ministri è stata invece presentata il medesimo giorno dell’incarico conferito da Mattarella, ovvero il 31 maggio 2018. Le consultazioni si erano svolte in precedenza, il 24 maggio, nell’iniziale tentativo di formare un esecutivo M5S-Lega, poi fallito per la presenza di Paolo Savona (critico sull’euro): 360 i minuti complessivi. Sarà maggiore il tempo dedicato alle consultazioni del governo Conte II, incardinato su due partiti, Pd e M5S, dopo la crisi del precedente. L’incarico viene assegnato il 29 agosto 2019, la riserva viene sciolta il 4 giugno. Gli incontri con le delegazioni, svolte il 29 e 30 agosto, durarono 510 minuti.

S’infiamma la ‘partita’ sui sottosegretari e i viceministri

Ma se fino ad ora siamo rimasti nel campo della Statistica, poi – va ricordato – c’è la Politica, quella nuda e cruda. Naturalmente è al premier che toccherà individuare il non facile punto di equilibrio sulla squadra dei sottosegretari.

La partita, secondo fonti qualificate di governo, sarà chiusa entro la settimana, al massimo per venerdì, dopo la fiducia. Le caselle da riempire sono diverse e, come per quelle di governo, non tutte sarebbero destinate a esponenti politici. Per il sottosegretario all'Editoria, ad esempio, Draghi starebbe pensando ad una figura tecnica, esperta del settore. Mentre la delega ai Servizi segreti, sulla quale Renzi ha disegnato il suo piano di defenestrazione di Conte, potrebbe tornare nelle mani del premier. I partiti, intanto, scalpitano.

Il loro obiettivo è portare alcuni big come vice dei ministri tecnici, puntando soprattutto su profili che già sono stati al governo, elemento che gradirebbe lo stesso Draghi. Ecco allora che Laura Castelli e Antonio Misiani potrebbero essere riconfermati al Mef. Vito Crimi, secondo alcune fonti di governo, potrebbe finire alla Giustizia guidata da Marta Cartabia, dicastero nelle mire anche di FI e Iv. Ma il M5S guarda anche al Mit e al ministero della Transizione Ecologica dove punta molte carte. Al primo, l’M5s chiede la riconferma Giancarlo Cancelleri, forte anche della protesta della Sicilia, finora assente nell'esecutivo. Al secondo potrebbe finire un big governista come Stefano Buffagni. La Lega guarda al Viminale, magari riportando all'Interno un salviniano doc come Nicola Molteni mentre nel Pd tiene banco il caso delle ‘quote rosa’. Sembrano quindi andare verso la riconferma tutte le sottosegretarie dem del Conte II, magari anche con qualche new entry. E poi, infine, il dossier Recovery, che Draghi svilupperà in strettissimo coordinamento con la Ue e con Bruxelles.

Al momento, di una cabina di regia vera e propria non c'è traccia ma una struttura per il monitoraggio dovrebbe essere varata. Invece, il Comitato interministeriale - che con Conte era presieduta da Enzo Amendola - sarà guidato dal neoministro Cingolani. Recovery che sarà certamente uno dei pilastri del discorso di Draghi mercoledì alle Camere, assieme al piano vaccini alla didattica in tempi di Covid.