Draghi fa “qualcosa di sinistra” e dice stop alla Santa Sede. Il centrosinistra strappa: “Ddl Zan in aula”

Il premier ribadisce la “laicità dello Stato” e “l’autonomia del Parlamento”. La nota della Santa Sede cade nel vuoto. Pd, Iv, Leu e M5s prendono coraggio e decidono di portare la legge in aula. Si vota il luglio. Rischi per la maggioranza  di governo

Draghi fa “qualcosa di sinistra” e dice stop alla Santa Sede. Il centrosinistra strappa: “Ddl Zan in aula”
Foto Ansa

Mario Draghi fa qualcosa di “sinistra”, ribadisce la laicità dello stato e fa scattare il semaforo rosso alle richieste della Santa Sede di “modificare” il disegno di legge Zan contro l’omostransfobia. I partiti di centrosinistra in Parlamento prendono coraggio e fanno qualcosa che non avevano osato fare finora: il 6 luglio l’aula del Senato voterà la calendarizzazione del disegno di legge in aula dal 13 luglio togliendo il provvedimento dalla palude della Commissione Giustizia dove giace ormai da mesi (il via libera della Camera è arrivato a novembre 2020) bloccato dai veti incrociati delle destre e del presidente Ostellari (Lega).

Rischio calcolato?

Dopo 48 ore surreali, ieri sera nella capigruppo del Senato quattro partiti hanno chiesto di andare avanti con l’iter di approvazione della legge. Pd, 5 Stelle, Leu e Italia viva sono tornati una cosa sola e hanno puntato i piedi nella riunione con la presidente Casellati. Lega e Fratelli d’Italia hanno invece chiesto di bloccare la legge per valutare le richieste della Santa Sede. Non essendoci l’unanimità necessaria, il verdetto toccherà direttamente all’aula. Quel giorno, il 6 luglio e poi il 13, potrebbe anche essere il primo in cui il governo di unità (quasi) nazionale del governo Draghi si divide. Si conterà una nuova maggioranza. E una nuova minoranza. E’ un rischio politico - non è chiaro fino a che punto calcolato - per la tenuta stessa del governo che il centrosinistra decide di assumere. In nome dei diritti civili e della laicità dello Stato. Uno scossone non previsto. E che potrebbe regalare sorprese visto che la variante cattolica divide ed è trasversale all’interno dei singoli partiti. “Non si può stare nello stesso governo con chi dovesse imporre con metodi stalinisti la #leggeZan. Attenti a sfasciare il Paese. Avviso ai naviganti” ha twittato ieri sera il senatore Maurizio Gasparri (Fi). Poco prima era stata la capogruppo Pd Simona Malpezzi a dare la notizia:  “In capigruppo, con M5s, Leu, Iv e Autonomie abbiamo chiesto di calendarizzare il ddl Zan. Dopo le parole di Draghi che hanno riaffermato la laicità dello Stato, il 6 luglio voteremo in Senato il calendario per chiedere che dal 13 il provvedimento venga finalmente discusso in Aula”. Lancia la sfida anche Davide Faraone, capogruppo di Italia viva.  “Noi chiediamo che si discuta il ddl Zan in Senato visto che, come ha detto Draghi, lo stato italiano è laico e il Parlamento è libero. Una legge contro le discriminazioni omontransfobiche è indispensabile, ora auspichiamo che si trovi un consenso largo che non ne pregiudichi l’approvazione”.

Contropiede

Alla fine quindi l’attacco della Santa Sede apre la strada ad una controffensiva che fa trovare il centrodestra spiazzato e il centrosinistra in contropiede solo davanti alla porta per fare goal.

L’occasione del contropiede è servita a metà pomeriggio dal premier Draghi in aula al Senato nella replica dopo il dibattito sulle comunicazioni per la riunione del Consiglio europeo in programma oggi e domani a Bruxelles. “Il nostro è uno Stato laico e non confessionale” ha detto il premier, “questo vuol dire che il Parlamento è libero di legiferare e discutere” avendo peraltro tutti gli anticorpi per farlo “nel rispetto della Costituzione e degli accordi internazionali”. In questo caso i Patti lateranensi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa, rivisti nel 1984 (Craxi) e recepiti dalla nostra carta costituzionale.

Si chiude così la delicata partita iniziata martedì mattina quando il Corriere della Sera ha pubblicato la notizia di una Nota verbale molto critica della Segreteria di stato Vaticana sul ddl Zan, notificata tramite i canali diplomatici all'ambasciata italiana presso la S.Sede e da qui al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio. Se ne apre però un’altra che interpella direttamente la tenuta della maggioranza. Draghi però, per come si erano messe le cose, non poteva che dare campo libero al Parlamento e ricordare che viviamo in uno stato non confessionale.

La Nota del Vaticano

La Nota porta la data del 17 giugno, giovedì della scorsa settimana, e chiede di "trovare una diversa  modulazione del testo normativo" del ddl Zan "in base agli  accordi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa e ai quali la  stessa Costituzione Repubblicana riserva una speciale menzione".  Nello specifico la Segreteria di Stato rileva che “alcuni contenuti dell'iniziativa legislativa particolarmente nella parte in cui si stabilisce la criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere avrebbero l'effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi, che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perchè derivata dalla stessa Rivelazione divina. Tale prospettiva è infatti garantita dall'Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana di Revisione del concordato lateranense, sottoscritto il 18 febbraio 1984”.  In poche parole, il ddl Zan va in conflitto con i Patti lateranensi ed è per questo a rischio di incostituzionalità. Il punto è che il "genere" deriva "dalla stessa rivelazione divina" e non può essere un concetto "disponibile".

Un inedito

Un intervento a gamba tesa di uno Stato certamente "amico" come il Vaticano su una legge di iniziativa parlamentare e ancora in fase di approvazione. Un inedito di cui gli stessi vaticanisti non hanno memoria e che è esploso come una bomba atomica nel giorno, martedì, in cui Draghi celebrava con la presidente von der Leyen il via libera ufficiale del Pnrr italiano da parte della Commissione Ue. Intromissione, anche questa, non gradita a palazzo Chigi dal punto di vista della tempistica.

Nella cerimonia a Cinecittà Draghi aveva rinviato la risposta "che sarà strutturata" perchè "la questione è importante", a ieri, giornata dedicata alle comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio europeo di domani e dopo. L'ultimo prima della pausa estiva e avrà all'ordine del giorno il dossier gestione dei flussi migratori.

“Libera chiesa in libero Stato”

Tutti dunque ieri siamo andati in Parlamento, alla Camera prima e al Senato nel pomeriggio, in attesa della risposta di Draghi. Un'attesa surreale perchè nel dibattito a Montecitorio il tema non è stato neppure sfiorato. "E' tutto concordato - spiega una fonte Pd - Draghi risponderà al Senato su nostra specifica domanda".  A palazzo Madama nel pomerioggio la senatrice Monica Cirinnà si presenta  con una tshirt rossa e la scritta: "Some people are gay". La capogruppo Pd Simona Malpezzi veicola la notizia che ben quattro gruppi (Pd, Iv, Leu, M5s) in serata chiederanno la calendarizzazione del ddl Zan che per tutto il giorno è il convitato di pietra del dibattito parlamentare.

 La domanda, cioè il segnale, arriva in discussione generale, prima della replica di Draghi. L'incaricato è il senatore Alessandro Alfieri che, sebbene con qualche timidezza di troppo, alla fine dell'intervento che parla di Europa, Pnrr, soldi da spendere "tutti e bene", chiede il rispetto di un principio cardine: "Libera chiesa in libero stato, presidente Draghi. Il Parlamento lavorerà  ascoltando, dialogando, con rispetto delle norme nazionali e  internazionali ma ispirandosi ai principi della laicità". Chiarimenti analoghi arrivano anche dai banchi dei 5 Stelle e dal senatore Gregorio De Falco del Misto.

“Stato laico e non confessionale”

La risposta del premier o Draghi, attesa da oltre 24 ore e non solo in Italia, rimette le cose a posto. Anche oltre le aspettative. I retroscenisti avevano previsto un intervento alla ricerca di un “punto di mediazione” perchè certo palazzo Chigi non si può permettere di andare contro le sensibilità della Santa Sede. Il punto è che la stessa Santa Sede è divisa su questo punto e l’aver attivato i canali ufficiali della diplomazia è una scelta che ha scontentato anche all’interno. “Il nostro è uno stato laico e non confessionale”chiarisce subito Draghi “il Parlamento è libero di discutere e legiferare” e ovviamente lo fa “nel rispetto della Costituzione e degli accordi internazionali per cui possiede gli strumenti per le verifiche preventive in Parlamento e successive con la Corte costituzionale”. E' una risposta “strutturata” - come promesso - e abile quando cita proprio una sentenza della Corte Costituzionale del 1989: “La laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali”. E anche di genere, ovviamente. A riprova del primato dei diritti civili su ogni altra istanza, Draghi ha voluto sottolineare anche che l'Italia è tra i sedici paesi europei che martedì hanno firmato un documento contro le leggi ungheresi che discriminano rispetto all'orientamento sessuale. “Come vedete il governo segue ma questo è il momento è del Parlamento” ha chiuso Draghi.  Applausi compatti e sinceri dai banchi del centrosinistra come mai s'erano visti in questi quattro mesi. Draghi ha fatto qualcosa di sinistra. Le recriminazioni del Vaticano sono state derubricate per quello che sono: inopportune. La laicità dello Stato e la sovranità del Parlamento sono “cose ovvie”. La sinistra lo ringrazia.