Mezzo miracolo per ciascuno: Draghi e Cartabia chiudono all’unanimità l’era Bonafede

Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità la riforma della giustizia penale. Il processo avrà tempi certi. M5s voleva astenersi. L’aut-aut del premier: “E’ una riforma del Pnrr, o ci mettiamo tutti la faccia o la chiudiamo qua”. Anche Forza Italia ha alzato il prezzo

Mario Draghi (foto Ansa)
Mario Draghi (foto Ansa)

Per due volte in questa legislatura i governi sono caduti per “colpa” della giustizia. Ieri sera ha rischiato anche il governo Draghi. Poi il premier di ghiaccio deve aver pensato che fare una riforma della giustizia penale dopo una guerra di trent’anni, e avendo in maggioranza Forza Italia e 5 Stelle, metteva in conto qualche azzardo e qualche ulteriore limatura. Ha usato entrambe: l’aut-aut, o si chiude questo dossier mettendoci tutti la faccia, senza astensioni nè assenze, oppure il governo finisce qua; ha limato, fatto qualche concessione. Così, se ieri sera “è finita l’era della riforma Bonafede” (come ha subito rivendicato Lucia Annibali di Italia Viva) che nel 2019 ha introdotto la prescrizione infinita e il “fine processo mai”, i 5 Stelle possono comunque dire di aver tenuto alta “la bandiera” della lotta alla corruzione.

Montagne russe

E’ stato un Consiglio dei ministri sulla montagne russe quello che ieri sera alle 20 e 35 ha dato il via libera all’unanimità alla riforma della giustizia penale. E’ l’unanimità il miracolo compiuto da Draghi e dalla ministra Cartabia. Soprattutto le ultime 48 ore sono state durissime, piene di insidie, spesso ad un passo dal precipizio. Oltre alla materia - incandescente e identitaria per i 5 Stelle - c’è anche il momento caotico interno al Movimento, l’assenza di una guida e il difficile confronto interno per cercare di evitare la scissione dopo i vaffa tra Grillo e Conte. Anche per questo i 5 Stelle ieri poco dopo le 16 si sono presentati in delegazione da Draghi: per chiedere un rinvio, uno slittamento, comunque di esentarli da una decisione ieri. Il Consiglio dei ministri era previsto alle 17. E’ iniziato un’ora e 45 minuti più tardi. Draghi e Cartabia hanno chiuso Patuanelli, Di Maio e D’Incà - la delegazione 5 stelle al governo - nello studiolo antistante l’ufficio del premier e hanno iniziato una discussione durissima. Premier e ministro sono stati subito chiaro su un punto: sul Pnrr ci si mette tutti la faccia altrimenti è un cambio di maggioranza; non possiamo giocare con i tempi perchè i soldi del Recovery fund vengono dati se è rispetta il cronoprogramma. “Non potete astenervi da un provvedimento così importante tecnicamente e politicamente per la realizzazione del Pnrr e per l’affidabilità del governo” è il senso delle parole di Draghi ricostruite con fonti di governo. Poi sarebbe arrivato l’aut aut: “O la riforma viene approvata anche da voi oppure ipotizziamo una crisi di governo perchè è chiaro che questa riforma una volta in aula passerà ma con una maggioranza diversa da quella attuale”. C’è anche un problema di tempi. La ministra Cartabia non ha voluto umiliare il suo predecessore e si è limitata a proporre emendamenti ai 17 articoli della riforma Bonafede. Gli emendamenti devono però arrivare il prima possibile in Commissione Giustizia alla Camera dove giace, da tre anni, nelle sue innumerevoli versioni, la riforma della riforma Bonafede che sarà in aula il 23 luglio. E per l’appunto la fine di luglio è la data inserita nel cronoprogramma consegnato a Bruxelles alla voce “riforma giustizia”. Dunque il via libera alla riforma Cartabia doveva essere ieri e da parte di tutti.

Divisi in tre

Prima di entrare a palazzo Chigi, i 5 stelle si sono consumati in più riunioni, iniziate il giorno prima, dove sono emerse tre posizioni diverse: Di Maio a favore del via libera alla proposta Cartabia, rinviando alla sede parlamentare eventuali correzioni; Patuanelli, contiano di ferro, a favore dell’astensione; l’ex ministro Bonafede, anche lui contiano doc ma anche colui che più ha da perdere, convinto che l’unica cosa da fare in questa fase sia quella di non prendere parte al Consiglio dei ministri. Alle 16 di ieri pomeriggio fonti di governo 5 Stelle fanno uscire la notizia che ha vinto la linea dell’astensione.

La delegazione è arrivata a palazzo Chigi posizionata in modo ferreo su questa linea. Solo che il premier Draghi gliel’ha fatta cambiare nell’arco di un’ora e mezzo. Presidente e ministra si sono chiusi nell’anticamera di Draghi e hanno dato il via ad un “serrato” confronto con i ministri Patuanelli, Di Maio e D’Incà. Hanno ascoltato per l’ennesima volta le istanze grilline - o contiane, comunque non così granitiche - e poi hanno confermato l’aut-aut: o si va avanti tutti insieme, con questa maggioranza, sugli impegni e la tempistica già assunti in sede di approvazione del Pnrr, o si va tutti a casa.

A nulla sono valsi i tentativi di usare il precedente della Lega, quando Salvini costrinse Giorgetti e la delegazione leghista all’astensione sulle chiusure/aperture. “Quello non era Pnrr, non si può paragonare” è stata la risposta secca. Così la delegazione ha potuto fare l’unica cosa che le era concessa: ammainare la bandiera della prescrizione Bonafede e trattare, un po’. Ancora una volta vince il metodo Draghi, che è stato anche il metodo Cartabia: lungo e approfondito ascolto di tutte le parti della larga maggioranza ma poi arriva il momento in cui si decide. Senza ulteriori rinvii o tentennamenti. Così è stato.

La mediazione

Il Movimento 5 Stelle porta a casa una modifica dei tempi di prescrizione “del processo” per i reati contro la pubblica amministrazione: 3 anni in appello (anzichè due); 18 mesi in Cassazione invece di un anno prima che scatti “l’improcedibilità”. E’ una mediazione che non intacca l’impianto della riforma Cartabia. E che consente ai 5 Stelle di non uscire sconfitti.

Ma andiamo con ordine. L’illustrazione degli emendamenti era al primo punto dell’ordine del giorno della riunione del consiglio dei ministri. Dopo mesi di consultazioni e confronti la ministra Cartabia ha calato le carte (già più volte condivise con i capigruppo di Camera e Senato). Il nodo della prescrizione è rimasto fino alla fine il più ostico. L’ex ministro Bonafede l’aveva nei fatti cancellata dopo la sentenza di primo grado: condannati o colpevoli, gli imputati dopo il primo grado non possono più contare sui benefici della prescrizione, la “morte” del reato. E’ la bandierina che il Movimento non avrebbe mai voluto ammainare. E che invece è stato costretto a ripiegare. La proposta Cartabia prevede lo stop alla prescrizione per tutti gli imputati (assolti o condannati) dopo il verdetto di primo grado. Poi interviene la “prescrizione” del processo: in due anni si deve concludere l’Appello; in un anno il terzo grado in Cassazione. Questi termini sono prorogabili di un anno ( in Appello) e di sei mesi (in Cassazione) per i casi “più gravi e complessi”, dal terrorismo alle associazioni mafiose, pedofilia e reati sessuali. A questo punto sarà dichiarata “l’improcedibilità”, che è cosa diversa dalla prescrizione: il reato vive ma si blocca il processo.

Nella trattativa preconsiglio i 5 Stelle hanno ottenuto di inserire tra i casi “più gravi e complessi” per cui l’improcedibilità scatta più tardi di un anno in Appello e di sei mesi in Cassazione, anche i reati contro la pubblica amministrazione. Per il partito che ha fatto della legge spazzacorrotti una delle sue bandiere identitarie, sarebbe stato insostenibile liquidare in così “poco” tempo reati che è sempre più difficile dimostrare.

Cartabia poteva anche evitare il Cdm

I 5 stelle erano già stati accontentati su altri due punti: è stata abbandonata l'ipotesi dell’inappellabilità delle sentenze di primo grado da parte dei pm; è caduta anche l’indicazione da parte del Parlamento dei “criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale e nella trattazione dei processi”. Saranno i procuratori, ufficio per ufficio, a definire la lista delle priorità dei reati da trattare. Come già accade adesso in caso di grandi arretrati e dietro circolare del Csm.

La ministra Giustizia avrebbe potuto presentare i suoi emendamenti direttamente in Commissione Giustizia. Ma ha voluto il timbro del Cdm per coinvolgere tutto il governo, avere il via libera di tutta la maggioranza e limitare il più possibile le sorprese nell’iter parlamentare. Ecco perchè è stata definita “irricevibile” la proposta grillina dell’astensione. Peggio ancora quella di non presentarsi alla riunione del Cdm. Irricevibile anche l’altra ipotesi: quella di illustrare gli emendamenti senza metterli in votazione. “Su questa riforma, come sulle altre del Pnrr, ci devono mettere tutti la faccia” ha chiarito il premier. Ecco perchè Draghi, pur alzando il muro del “no ad ogni rinvio” ha lavorato fino all’ultimo per limare e convincere ma avere.

L’imprevisto Forza Italia

Lo ha fatto anche quando Forza Italia ha storto la bocca per l’inserimento della corruzione nella lista dei reati speciali (con tempi più lunghi in Appello e Cassazione). Che i 5 Stelle avrebbero alzato il prezzo, avendoci molto da rimettere, era previsto. Che lo facesse anche Forza Italia, che tutto sommato ha solo da guadagnare, non era invece previsto. A quel punto, comprese le concessioni fatte ai 5 Stelle, è stato Renato Brunetta ad alzare la voce. Non gli andava più bene neppure il blocco della prescrizione per tutti gli imputati ( voleva escludere gli assolti in primo grado). Meno che mai che i reati contro la Pubblica amministrazione fossero inseriti nella lista dei reati “speciali”. A quel punto il Consiglio dei ministri è stato sospeso, dalle 19 e 25 alle 19.50. Forza Italia ha accettato di rinviare all’aula altre correzioni e limature.

L’appello finale di Draghi

Quando la riunione è ripresa Draghi ha chiesto ai ministri che “tutti sostengano convintamente il testo della riforma del processo penale”, si è appellato alla “responsabilità” e ha chiesto “lealtà” in Parlamento. Nessuno ha fatto obiezioni e le proposte emendative della ministra Cartabia sono passate all’unanimità. Un capolavoro. O un miracolo. dipende.

Dopo ore di scaramucce e rivendicazioni, oltre a Forza Italia anche Italia viva (che aveva dovuto rinunciare ad intervenire sulle intercettazioni) era contraria all’allungamento dei tempi per concussione e corruzione, non c’è stata alcuna obiezione e il voto è stato unanime.

Intanto ognuno, come previsto, potrà alzare la propria bandiera. I 5 stelle potranno rivendicare la permanenza del principio dello stop definitivo della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Tutti gli altri potranno dire di aver debellato il virus del processo infinito introdotto da Bonafede. Draghi ha voluto giocare pulito. Chissà se gli altri sapranno, vorranno, potranno faranno uguale con lui.

Nel lungo e afoso pomeriggio di ieri, Di Battista tuonava dalle Ande: “Il governo dei migliori sa solo aiutare ladri e malfattori”. Non un buon segnale. Rispetto alla trattativa interna per trovare una linea, un’identità e un capo. E all’iter del testo in aula.