[Il caso] Draghi dice stop ai veti incrociati sui sottosegretari. Fuori i tecnici, penalizzato il Pd

Al capo della polizia Franco Gabrielli, unico tecnico, la delega ai servizi segreti. I nodi dell’Editoria e dello Sport rischiano di far saltare tutto di nuovo per i veti di Pd e 5 Stelle. L’Editoria poi resta a Forza Italia. Ancora da decidere la casella Sport. Salvini piazza i suoi dove voleva: Viminale, Scuola e Lavoro

[Il caso] Draghi dice stop ai veti incrociati sui sottosegretari. Fuori i tecnici, penalizzato il Pd
Foto Ansa

Alla fine ha fischiato il fallo e ha tolto il pallone. Il metodo Draghi è anche questo: aspettare, dare a tutti il tempo di schiarirsi e confrontarsi e poi però basta. Ha chiuso liste e cronometro. Specie se tra i motivi del rinvio c’è quello che il premier ha definito, disprezzandolo, “farisaico rispetto delle quote rosa”. 

Così ieri pomeriggio il Consiglio dei Ministri convocato alle 17 “solo” per ufficializzare i funerali di stato (stamani) dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere, suo uomo di scorta, Vittorio Iacovacci, è slittato alle 18. E al posto delle “varie ed eventuali” è stata inserita la voce: “Nomina dei sottosegretari”. E’ stata una seduta più lunga e tribolata del previsto. La coperta era corta, gli appetiti molti e le aspettative sugli incarichi anche. Alle 19 30 è stata necessaria una sospensione per evitare che la situazione degenerasse. E anche l’impassibile Draghi ha potuto  assaggiare quali delizie possono offrire le coalizioni politiche. Che sono magicamente state risolte in quaranta minuti con il passo indietro del Pd e dei 5 Stelle. Il Nazareno ha dovuto accontentarsi di 6 posti invece che sette. Ha perso così il Viminale e la delega all’Editoria, Misiani e Martella sono rimasti fuori dalla rosa. I 5 Stelle sono arrivati a 11 caselle ma hanno dovuto accettare che Informazione ed Editoria, uno degli ultimi vessilli (assurdi) rimasti in piedi al grido “basta sussidi a radio e giornali”, venisse ceduta a Forza Italia. Così l’onorevole Giorgio Mulè, entrato nella riunione come il potente sottosegretario con delega all’Editoria, si è ritrovato alla Difesa e ha dovuto cedere il posto al collega Giuseppe Moles. I 5 Stelle hanno fatto valere lo sbarramento sul nome ma non sono riusciti a tenere per sè l’incarico.

Sono 39 le nomine fatte, 20 donne e 19 uomini con buona pace delle donne Pd che hanno denunciato  il mancato rispetto delle quote nella rosa dei ministri (unico partito a non avere una ministra donna perchè sono stati premiati i capicorrente che sono tutti uomini). Massimo rigore nell’applicazione del criterio Cencelli: 11 posti al  Movimento 5 stelle, 9 alla Lega, 6 al Pd, 6 di FI, 2 di Iv e uno per ciascuno a Leu, Noi con l'Italia, +Europa, Centro democratico. La quota tecnici si è ridotta a due caselle, forse una. Il “forse” è d’obbligo perchè resta ancora vacante la casella con la delega allo Sport su cui si sono concentrati, per motivi opposti,  gli appetiti di M5s e Pd schierati da anni su posizioni fronti opposti nella inutile e assurda guerra tra Coni e Sport e Salute. Meglio sarebbe dire a favore o contro Giovanni Malagò. Una guerra che va avanti da tempo e che rischia di fare molto male (abbiamo quasi rischiato di perdere il diritto alla bandiera alle prossime Olimpiadi) allo sport. Oltre all’Editoria, anche questo nodo ha rischiato di far saltare la riunione. E anche qui s’è fatto vedere il metodo Draghi: anzichè rinviare tutto come avrebbe sperato più d’uno dei ministri presenti per poter magari ridiscutere incarichi e spazi, il premier ha congelato solo la casella Sport. Spiegandola con una delicata formula: “Sarà successivamente designato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport”.  Una soluzione - andare avanti intanto con quello che c’è - che ha spiazzato chi fa del rinvio e della melina un metodo di governo.  Il Pd punta sull’onorevole Prestipino, i 5 Stelle insistono su Spadafora. Il tecnico sarebbe la soluzione che più soddisfa il Coni che punta sull’atleta olimpica Bianchedi al grido “fuori la politica dal sport”. In effetti. Vedremo. Intanto il blitz dei 5 Stelle è fallito: alcuni emendamenti non discussi con il resto della maggioranza sono stati ritirati.  

La quota tecnici brilla per ora di una sola stella. Diciamo subito di “alta qualità” e infatti condivisa da tutte le forze politiche. Il premier si leva subito un dossier scomodo e affida al prefetto Franco Gabrielli, attuale capo della Polizia, la delega all’intelligence. Gabrielli è la scelta più logica, oltre che la migliore: 61 anni appena compiuti, il prefetto, già a capo del Sisde (ora Aise), guida da cinque anni la Polizia di Stato dopo aver coordinato a lungo la Protezione civile e aver trascorso anni in prima fila conducendo le indagini negli omicidi D’Antona e Biagi e in molte inchieste sul terrorismo internazionale. Fin qui l’aspetto tecnico. Ciò che più conta è quello politico. La delega ai servizi segreti è stato uno dei motivi per cui Italia viva ha cominciato a contestare la leadership di Giuseppe Conte che invece quella delega ha voluto tenere per sé nei quasi tre anni a palazzo Chigi. Una concentrazione di poteri su cui prima Matteo Renzi e poi anche il Pd hanno preteso chiarezza. Sarebbe stato difficile da spiegare se Draghi non avesse subito dato ad altri la stessa delega.

Il dossier sottosegretari è stato gestito da Roberto Garofoli, braccio destro di Draghi a palazzo Chigi. Lunedì 15 febbraio, dopo il giuramento, Draghi aveva chiesto ai segretari di indicare una lista di nomi per un range di posti che, pesato con tanto di Cencelli in base alla forza parlamentare, oscillava tra i 10-12 per il Movimento 5 Stelle, 6-8 per Lega, Forza Italia e Pd che più o meno hanno gli stessi parlamentari, 2-3 per Italia viva e uno a testa per i piccoli gruppi in appoggio al governo. Dotazioni che, come visto, sono state limate tutte al ribasso tranne che per i più piccoli e la Lega. Il sottosegretario alla Presidenza si è trovato in una palude di veti incrociati che hanno tenuto il dossier fermo fino a ieri. E se fino a martedì erano i 5 Stelle a non aver ancora consegnato la lista, ieri pomeriggio i nomi mancanti erano proprio quelli del Nazareno. Bloccati dalla richiesta di alcune deputate e senatrici (il cosiddetto Lodo Pini) di aspettare la Direzione del Pd (oggi pomeriggio) prima di chiudere qualunque partita relativa alle nomine. Non è andata così per quello che riguarda i tempi. Ma non c’è dubbio che Zingaretti abbia fatto il restyling più corposo rispetto ai desiderata dei pretendenti, uomini e donne. Così nella lista arrivata ieri sul tavolo del Cdm c’erano sei nomi, cinque donne e un solo uomo, l’ex ministro Enzo Amendola che torna ad occuparsi di Politiche comunitarie. Draghi infatti lo ha indicato come tecnico per quella stessa delega. Motivo per cui il Pd può sperare ancora in un posto libero e di ambire allo Sport con la deputata Prestipino.

Tra le donne ci sono alcune conferme e qualche sorpresa. Confermate Simona Malpezzi (Rapporti con il Parlamento), Anna Ascani (lascia l’Istruzione e va allo Sviluppo economico) ) e Marina Sereni (Esteri). Le novità si chiamano Alessandra Sartore, assessore alla programmazione eonomica della Regione Lazio, un tecnico voluta da Zingaretti che ha ucciso le speranze dell’ex viceministro Misiani e destinata al Mef.  E Assuntela Messina al ministero del Sud. Ancora una volta dominano le correnti del Pd: se Sartore è area Zingaretti, Messina è area Boccia-Emiliano; Malpezzi e Ascani per Base Riformista, Sereni per Area dem (Franceschini). Senza riferimenti la corrente di Orfini. Sono rimasti fuori nomi di uso come Serracchiani e Madia (per cui potrebbe aprirsi la sfida per il Campidoglio).

La più tranquilla sembra la Lega che ha raggiunto tutti gli obiettivi prefissati: 9 caselle e nei posti richiesti, dove cioè poter controllare i dossier più “importanti” per Salvini: Interno, dove torna Nicola Molteni, l’uomo che ha scritto i decreti Sicurezza nel Conte 1; Lavoro, Scuola e Transizione ecologica dove approdano Tiziana Nisini, Rossano Sasso e Vannia Gava; il Mef dove arriva Claudio Durigon, anche per lui un ritorno dopo il Conte 1. Così come tornano Gian Marco Centinaio (Agricoltura) e Lucia Borgonzoni (Beni culturali). Tra gli esclusi fanno clamore Stefano Candiani e Claudio Bitonci. 

Il Movimento si deve alla fine accontentare di undici posti, sette donne e quattro uomini.  Erano tredici ma le ultime espulsioni (41 eletti in meno) hanno pesato e ridotto la quota di sottogoverno. Confermati Carlo Sibilia (Interno), Pierpaolo Sileri (Salute), Laura Castelli (viceministro al Mef Alessandra Todde (viceministro al Mise), Giancarlo Cancelleri (Mit), Manlio Di Stefano (Esteri). Tra le new entry Rossella Accoto (Lavoro), Dalila Nesci (Sud), Anna Macina (Giustizia), Barbara Floridia (Istruzione), Ilaria Fontana (Transizione ecologica). Fuori dalla lista Buffagni, esclusione che avrà strascichi. Non ce l’ha fatta un giovane bravo deputato come Luca Carabetta.

Italia viva torna alla formazione iniziale con Teresa Bellanova viceministro al Mit e Ivan Scalfarotto che viene promosso dagli Esteri al Viminale a fare da cerbero a Molteni. E’ questo il modo migliore per Matteo Renzi per chiudere la partita della crisi di governo. Forza Italia è stata “pesata” come il Pd, sei posti che sono andati a Debora Bergamini (Rapporti con il Parlamento, un cerchio che si chiude che per la deputata azzurra), Giorgio Mulè (Difesa), l’avvocato professore Francesco Paolo Sisto alla Giustizia, il senatore Gilberto Pichetto Fratin, protagonista in aula di preziosi  interventi di tipo economico, viceministro allo Sviluppo economico. Giuseppe Moles è il titolare dell’Editoria. Francesco Battistoni va alle Politiche agricole.

Bel ritorno per Benedetto delle Vedova (+ Europa) che va a irrobustire con la sua esperienza il team della Farnesina e vedremo come andranno le cose con Di Maio. Un incarico molto particolare per Bruno Tabacci che diventa sottosegretario con delega al coordinamento della politica economica. In pratica un gradino sotto Draghi e Franco. Un bel riconoscimento per chi (Tabacci) chiamò il giovane Draghi al Tesoro. Torna al Mef anche Cecilia Guerra e Leu diventa il partito che “perde di meno” tra il Conte 2 e il governo Draghi.    

A dodici giorni dal giuramento la squadra di governo a questo punto è pronta. Può marciare a regime. Anche la parte più difficile, la creazione del nuovo ministero per la Transizione ecologica affidata al fisico Cingolani, è stata completata. Definito, molto più facile, lo spacchettamento dal Turismo dalla Cultura: sono entrambi tra i settori più penalizzati dal Covid e in questo momento c’è bisogno che quei mondi possano avere un ministero di riferimento che si occupi in esclusiva di quei problemi. Il decreto di quattro pagine è pronto. Il Mise, affidato a Giorgetti, perde deleghe importantissime. Si potrebbe parlare di un Giorgetti svuotato. Ma il Richelieu della Lega, forse il politico che nella squadra di governo più si rapporta con Draghi, in realtà ha occhi e orecchie in ogni ministero che conta.