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Terzo Polo con il fiato corto. Dopo la sconfitta elettorale, i dubbi di Renzi sul partito unico

Calenda, invece, vuole accelerare

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Terzo Polo con il fiato corto. Dopo la sconfitta elettorale, i dubbi di Renzi sul partito unico
Foto Ansa

Perdere, come si sa, non aiuta mai a riflettere bene. Neppure, tantomeno, a ragionare sul futuro. Succede, per dire, dalle parti del Terzo Polo, dove diversi retroscena pubblicati in questi giorni danno i rapporti tra i due leader, Carlo Calenda e Matteo Renzi, tesi allo spasimo, sull’orlo di una (definitiva?) rottura. Gli staff, ovviamente, smentiscono ma al di là della ruvidezza dei toni e delle parole che, forse, sono volate tra i due (né Renzi né Calenda sono due educande e hanno, entrambi, caratteri assai fumantini) resta il punto. Mai il futuro del Terzo Polo è stato così poco roseo, dalla sua nascita, l’anno scorso, come ora. Ma meglio riavvolgere il nastro per raccontare bene tutta la storia.

I pessimi risultati elettorali delle Regionali

Si parte dal pessimo risultato ottenuto dal Terzo Polo alle elezioni regionali in Lazio e Lombardia. In Lombardia la federazione di Carlo Calenda e Matteo Renzi aveva scelto la corsa solitaria con l’ex ministra azzurra Letizia Moratti nel chiaro intento di “rubare” voti ai moderati delusi del centrodestra, ma si ferma al 9,8%. E in più nel voto di lista precipita dal 10% raccolto alle politiche a un misero 4,2%. In pratica, 200 mila voti in meno rispetto a quanto avevano raccolto Iv e Az alle politiche di settembre. In particolare, a Milano, dove il Terzo Polo aveva superato il 20%, la loro somma si ferma sotto il 14%. Nel Lazio, il Terzo polo, che qui ha appoggiato la candidatura del dem Alessio D’Amato, cala dall’8,4% a meno del 5%. In termini assoluti, il Terzo Polo è passato da 220 mila voti (sempre presi alle Politiche) ad appena 75 mila. A Roma, dove alle comunali Calenda aveva preso il 20%, ottiene la metà dei voti (10%) delle Politiche. La sconfitta a Roma è una disfatta personale per Calenda, ma anche la scelta di correre da soli, in Lombardia, dietro la Moratti, non ha pagato, bloccando qualsiasi possibile trattativa con il centrosinistra e lasciando mano libera alla Moratti nella composizione delle liste, infarcite di uomini suoi (alcuni, persino, ex leghisti) non terzopolisti. Il segretario regionale lombardo di Azione, Niccolò Carretta, sbatte la porta e si dimette: lui aveva cercato, fino all’ultimo, l’accordo col Pd. Calenda ne spara una delle sue, come commento a caldo (“Gli elettori decidono, ma non hanno sempre ragione”…, sic), ma anche il conto degli eletti, quando arrivano le preferenze, fa male.

Il magro bottino degli eletti terzopolisti

Come candidato presidente, la Moratti prende il 9,87% e resta fuori dal consiglio regionale, ma la lista del Terzo polo non le è stata molto da traino, ottenendo appena il 4,25% dei voti (mentre la lista Moratti ha fatto il 5,3%). E così saranno solo tre i consiglieri eletti di Azione e Italia Viva (Massimo Vizzardi a Brescia, l’ex deputata Lisa Noja a Milano e Giuseppe Licata a Varese: tre su tre sono renziani), contro i quattro della lista Moratti: Ivan Rota a Bergamo, il consigliere uscente Manfredi Palmeri a Milano, Martina Sassoli in Brianza e Luca Ferrazzi a Varese.

Anche peggio vanno le cose in Lazio, con tanto di thriller nel Terzo Polo, che elegge solo due consiglieri. Ma se l'elezione di Marietta Tidei veniva data per certa anche prima del voto, il secondo posto è stato assegnato al fotofinish per sole 32 preferenze. A conquistarlo, a discapito del renziano Luciano Nobili, l'ex Udc ed ex sindaco di Canterano, Pierluca Dionisi, in quota Azione. Morale, una doppia debacle, politica e numerica per un’area che aveva puntato tutto sul protagonismo politico alle Regionali: in Lombardia per sfondare al centro, tra gli elettori azzurri che credevano sarebbero stati affascinati dalla proposta della Moratti, e in Lazio per trainare in alto la remuntada del candidato del Pd, dopo aver detto ‘no’ ad ogni accordo coi 5stelle.

Calenda accelera sull’idea del partito unico

A questo punto, Calenda rilancia subito e prova, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali dell’anno che verrà (europee e comunali 2024) a rilanciare sulla “costruzione di un partito unico del centro riformista, liberale e popolare” che, per lui, diventa “ancora più urgente”. Renzi, all’inizio, nicchia: resta in silenzio per due giorni, tranne una E-news dove minimizza i risultati (“calo fisiologico”) e rilancia verso le Europee. Niente interviste, niente dichiarazioni, soprattutto niente frontali con il frontman della coalizione terzopolista: si limita a godersi il (magro) bottino degli eletti: tre su cinque, nelle due Regioni, sono renziani doc. I calendiani hanno faticato di più, anche se il non ingresso, per un pugno di voti, del renzianissimo Nobili in Lazio pesa e fa male.

Renzi non voleva il nome di Calenda nel logo

Il problema, sono, appunto, le prospettive politiche. Calenda vuole accelerare, sul partito unico, ancora non nato, Renzi frena. E’ convinto che la dead line restino le Europee del 2024, tra un anno e mezzo. Ma un altro nodo, rimasto sottotraccia, esplode. Il simbolo della nuova formazione politica. Renzi non vuole più che il cognome di Calenda campeggi nel simbolo. Ritiene sia un errore ‘personalizzare’, tanto che non lo fece neppure quando era segretario del Pd. Fosse stato per lui la scritta ‘Calenda’ non doveva comparire neppure a queste ultime Regionali. Voleva mettere, accanto ai simboli dei due partiti, i nomi di Moratti e D’Amato, i due candidati. Alla fine, dopo uno scambio di messaggini tra i due leader, si è rimasti con il logo già conosciuto, e quindi con il nome di Calenda, ma il risultato è stato che la lista Moratti da un lato e la campagna tutta interna al Pd di D’Amato hanno cannibalizzato eventuali consensi del Terzo Polo.

Le smentite sugli attriti tra i due leader

Ma le ricostruzioni di giorni di attriti e telefonate di fuoco tra Calenda e Renzi costringono a cercare di metterci una pezza, almeno a livello di immagine, per salvare il salvabile: «Carlo Calenda e Matteo Renzi si sono sentiti anche oggi come fanno praticamente tutti i giorni e hanno sorriso sulle strampalate ricostruzioni offerte dai media in queste ore. Il risultato delle Regionali non soddisfa nessuno, ma per molti aspetti era fisiologico: la vera sfida rimane quella delle Europee 2024. Calenda e Renzi condividono l’idea di accelerare sul partito unico dei riformisti proseguendo il cammino già individuato, fin dalla prossima riunione del comitato politico convocata dal Presidente Calenda il prossimo 27 febbraio».

Calenda e Renzi: lo scontro dei «caratteri»

Tutto a posto, dunque? Chiaro che no, dal momento che note così sono spesso una conferma di quello che si vuole smentire. D'altra parte, due personalità come quelle di Calenda e di Renzi - per carattere, per storia politica e per ego - sono destinate a scontrarsi. Fin dall’inizio. La scelta di Renzi di delegare la leadership a Calenda, in particolare, più che da reale convinzione è stata dettata dalla consapevolezza di essere diventato una figura divisiva e dalla necessità di “salvare” la sua Italia Viva in un contenitore più grande. E non è un mistero che Calenda avrebbe preferito andare da solo alle elezioni politiche del 25 settembre, puntando tutto sulla novità della sua persona e della sua proposta terzopolista. Invece, ha dovuto unire la sua Azione alle truppe renziane perché gli era impossibile raccogliere in tempo le firme per presentare una nuova lista. Insomma, le differenze c’erano e restano intatte.

Vero è, però, che, al di là delle differenze di ambizione e di carattere, il progetto di unire in un partito unico Azione e Italia Viva con l'orizzonte delle europee del 2024 resta fermo per entrambi. E paradossalmente proprio il risultato deludente delle regionali non lascia alternative. Con le cifre prese alle regionali, pensare a una prematura scissione sarebbe suicida. Oltre al fatto che si dovrebbero sacrificare i gruppi nelle due Camere sparpagliandosi nel Misto, con quello che comporterebbe in termini di vantaggi economici.

Dubbi e dissapori su tempi e modi della fusione

Le divergenze tuttavia restano. E riguardano in sostanza tempi e modi del futuro partito unico. Calenda vuole accelerare già nelle prossime settimane, mentre Renzi guarda all'orizzonte delle europee del 2024, tra più di un anno, e preferisce restare in una sorta di vigile attesa. Il punto è che l'ex premier non vuole che il nuovo partito abbia troppo l'impronta del partito calendiano, a partire dal nome inciso a caratteri cubitali nel simbolo. Per Renzi la novità, nel panorama politico italiano, non è la nascita del partito di Calenda, ma la nascita di un partito liberal-democratico che guarda alla macroniana Renew Europe. Un partito, insomma, destinato nelle sue aspettative a cambiare il campo da gioco e a sopravvivere alla leadership del momento. Ossia anche a Calenda.

Calenda, con i suoi, rispetto alla richiesta, un po’ sembra esserci rimasto male: “Alle Politiche il mio nome sul simbolo andava bene a tutti”. Sottotesto: perché portava voti. In ogni caso, il leader di Azione è disponibile a cancellarlo dal simbolo, pur di tenere in piedi il matrimonio politico con l’ex rottamatore. “Purché il nome nuovo non sia Renew Europe, la formazione di Macron, perché in Italia non lo capisce nessuno. Serve un nome nuovo”. Quale, però, non si sa.

Verso le europee. Calenda ha fretta, Renzi no

E poi c’è la tempistica. Se Calenda ha urgenza di varare subito il nuovo partito anche per consolidare la sua leadership - nome o non nome nel simbolo - Renzi è forse per la prima volta nella sua burrascosa vita politica nella modalità wait and see. Vigile attesa.

Inoltre c'è da capire se - al di là delle europee, quando si voterà con il sistema proporzionale, più congeniale alla strategia terzopolista - la legge elettorale resterà quella attuale, il Rosatellum, che permette di andare da soli e fare buoni risultati, o una legge che, per via della riforma costituzionale del presidenzialismo, incentivi i partiti a coalizioni anche forzate, ma di fatto obbligate. E qui si potrebbe riaprire un discorso di alleanza con il Pd cui guarda, paradossalmente, più Renzi (se il congresso dem lo vincerà Bonaccini) che Calenda. L'ex premier immagina il suo nuovo partito come davvero liberale, e quindi pronto ad allearsi di volta in volta con questo o quel partito a seconda dei programmi, mentre Calenda ragiona in un'ottica di incontro-scontro con il Pd per spostare l'asse del centrosinistra su posizioni più riformiste e anti-grilline. Se vincesse la Schlein per il Terzo Polo si aprirebbero praterie, ma se vincesse Bonaccini e riuscisse nel compito di tenere a bada la sinistra interna e imporre una vera svolta riformista al Pd, per Renzi l’alleanza tra ‘riformisti’ sarebbe nelle cose, per Calenda no.

Ieri, in ogni caso, in casa dei terzopolisti è scoppiata l’ennesima polemica e l’ennesimo tiro alla fune tra Renzi e Calenda. “Renzi dica se ci sta, entro 10 giorni. Sì o no” sarebbe sbottato Carlo Calenda sempre in merito all’obiettivo del partito unico dei centristi che vuole lanciare subito, a marzo, lanciando all’ex premier quasi un ultimatum. Prendere o lasciare. La federazione con Italia Viva, secondo l’ex ministro dello Sviluppo, va superata alla svelta. “Non reggiamo per un anno e mezzo”, cioè fino alle Europee, come vorrebbe Renzi. Ha in mente un cronoprogramma serrato, Calenda: lanciare entro un mese il cantiere del partito unico, “cambiandogli nome perché Terzo Polo non funziona”, chiudere rapidamente i tesseramenti di Azione e Iv, per arrivare all’elezione del leader della nuova formazione (cui lui si candiderà, ovvio) entro settembre-ottobre. “Possibilmente allargandoci ad altre forze”. Provando a ricucire cioè con gli ex sodali di Più Europa, ma anche con “altri esponenti del mondo liberale”.

“Dobbiamo superare le quote, chi sta con Azione, chi con Iv. Ci fanno solo male. Anche perché io – ha detto sempre Calenda in una riunione interna di martedì scorso – ho sostenuto tutti i candidati, andando in giro per mezza Italia, mentre Renzi sosteneva solo i suoi, giustamente, essendo presidente di Italia Viva, al contrario di me, che lo sono di tutta la federazione”. Una puntura di spillo velenosa, figlia di uno squilibrio che ha scontentato i calendiani, penalizzati nella conta delle preferenze.

L’annuncio arriverà dopo le primarie del Pd

Nonostante le smentite, dunque, le frizioni tra i due restano, dunque. Renzi ieri ha parlato in Senato, cercando di ridimensionare i litigi (“No che non divorzio da Calenda”), riaffermando la volontà di andare verso il partito unico, ma confermando i dubbi sui tempi (“il problema è il quando e il come farlo, ma di certo lo faremo”).

Calenda staccherà qualche giorno per andare in montagna coi figli. Si rivedranno entrambi lunedì 27, quando è stato convocato il comitato politico del Terzo Polo, per decidere una volta per tutte quale strada imboccare. Temporeggiare o virare sul partito unico è il busillis. E non è una data a caso, il 27: è il day after delle primarie del Pd, con cui un pezzo di Italia Viva, a partire da Teresa Bellanova, vorrebbe riallacciare un dialogo. Soprattutto se, come da pronostici, venisse eletto segretario un ex renziano, Stefano Bonaccini.

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