[Il retroscena] Diciotti, il piano in tre mosse di Salvini per evitare il processo

Il Pos, la decisione politica e collettiva e il rischio terroristi a bordo: sono i tre pilastri intorno cui ruoterà la difesa del ministro dell'Interno. Ma i magistrati, nella loro memoria, li smontano pezzetto dopo pezzetto. L’assist di Conte: “Mi assumo tutta la responsabilità di ciò che è successo”.  Oggi l’inizio della discussione in Giunta per le autorizzazioni  

[Il retroscena] Diciotti, il piano in tre mosse di Salvini per evitare il processo

Tre pilastri per una difesa che tenta di compattare la maggioranza e salvare Matteo Salvini da un processo che sembra, in via di diritto, quasi scontato. Un piano in tre mosse per convincere non i magistrati ma i 5 Stelle a perdere l’ultimo baluardo di innocenza e presunta diversità: dire no ad una verifica giudiziaria, sfuggire ad un regolare processo. Il Movimento si avvia ancora una volta a cambiare pelle e a modificare il suo dna fondativo.

La giornata, segnata dalla mattina con la lettera con cui il ministro dell’Interno ha chiesto di non essere processato perchè ha agito “nell’interesse pubblico e per realizzare ciò per cui è stato votato”,  è stata un crescendo di tensioni, imbarazzi e cambi di rotta fino a sera quando Di Maio ha incontrato (fino all’una di notte)  i senatori grillini che stamani nella Giunta per le autorizzazioni del Senato inizieranno l’iter di valutazione della richiesta arrivata dal Tribunale di Catania sezione reati ministeriali. Concluso l’incontro con i suoi, il vicepremier 5 Stelle è andato a “prendere un caffè da Conte” a palazzo Chigi per un nuovo vertice con Salvini durato fino all’una e mezza di notte.

Una frenesia d’incontri che la dice lunga sulla preoccupazione all’interno della maggioranza finita nell’angolo proprio per quelle politiche sull’immigrazione e la sicurezza che stanno dando tanto consenso al leader della Lega.

Oggi lo sbarco dalla Sea Watch

Ufficialmente il vertice notturno (hanno dovuto aspettare il ritorno di Conte da Cipro dove era volato per il Med7) è stato convocato per chiudere il caso della Sea Watch 3, undici giorni in mare e quinta notte alla fonda davanti al porto di Siracusa, che alla fine rischia essere più grave dell’altro caso, quello del pattugliatore Diciotti per cui la procura chiede il processo del ministro dell’Interno per sequestro di persona. Lo sbarco dei 47 naufraghi e dei 22 membri dell’equipaggio è atteso ad ore ed è stato sbloccato a metà pomeriggio quando cinque paesi europei - Germania, Francia, Malta, Portogallo, Romania - hanno dato la disponibilità a farsi carico di una quota parte dei migranti. Anche questa volta Salvini potrà dire di aver “vinto” (“abbiamo chiuso i porti, abbiamo detto no e abbiamo dato la sveglia agli altri paesi”), in realtà i migranti sbarcano e poi si vede (come è successo per altri sbarchi). Se il titolare del Viminale ha lavorato per avere una parola definitiva su questa storia “costruita” dei porti aperti e chiusi e delle gente tenuta in mare per giorni, è rimasto deluso. La Corte europea per i diritti dell’uomo (Cedu), interpellata dal comandante della Sea Watch e dal governo italiano con tanto di memoria, si è limitata a chiedere all’Italia di  “prendere il prima possibile tutte le misure necessarie per assicurare ai ricorrenti cure mediche adeguate, cibo e acqua”. E di assicurare “adeguata tutela legale per i minori a bordo”. Ma non ha accolto la richiesta di ordinare all’Italia lo sbarco dei migranti.  Segno che anche per la Cedu troppe cose ancora non sono chiare sulla reale dinamica dei fatti. Anche il procuratore di Siracusa Fabio Scavone si è chiamato fuori: “Non posso ordinare lo sbarco, posso solo verificare che vengano rispettate le condizioni minime di sicurezza. Cosa che stiamo facendo giorno per giorno”. Tutte “belle notizie” dal punto di vista del leader leghista: “L’Italia - si commenta dal Viminale -   non avrebbe quindi l’obbligo a far sbarcare la nave olandese su cui opera la ong tedesca”. 

Place of security

Il secondo dossier del vertice serale è stato il caso Diciotti. Il ministro dell’Interno ha messo in fila quella che sarà la sua linea di difesa concordata con il ministro Bongiorno, suo consulente personale in materia di giustizia, con i tecnici del Viminale e su cui ci sarebbe già anche l’ok dell’avvocatura dello Stato. Un piano, si diceva, in tre mosse. Il primo riguarda il cosiddetto Pos, place of security che il paese che coordina i soccorsi è obbligato, in base alla convenzioni internazionali, a dare in tempi stretti dopo il salvataggio per mettere in sicurezza i naufraghi. Nel caso della Diciotti (per la Sea Watch sarebbe già tutto di verso) è importante tenere presente che parliamo di una nave militare italiana che, si legge nella relazione del Tribunale di Catania inviata al Senato, “il 16 agosto 2018 svolge operazioni di soccorso e salvataggio di 190 migranti in acque sai maltesi”. Una parte di quei migranti (13) vengono fatti scendere a Lampedusa per emergenza sanitaria. Gli altri arrivano il 20 agosto al porto di Catania ma potranno scendere solo la sera del 25 agosto. Sono i cinque giorni in cui, secondo il Tribunale di Catania, il ministro Salvini commette il reato di sequestro di persona “abusando delle proprie funzioni di ministro”. Dai verbali dei vari prefetti sentiti (il capo di gabinetto Matteo Piantedosi, Bruno Corda e Gerarda Maria Pantalone, responsabile del Dipartimento Libertà Civili) emerge infatti, seppure tra qualche rettifica postuma, che il ministro “non ha mai indicato il Pos  nonostante le richieste”.  E sebbene la Diciotti arrivi a Catania la sera del 20 agosto, naufraghi ed equipaggio non possono scendere fin quando la notte tra il 25 e il 26 il ministro Salvini indica il Place of safety (Pos).

Il primo pilastro

L’ipotesi di reato per cui si chiede di procedere ruota insomma e soprattutto intorno alla definizione Pos. In base alle “Linee guida Imo”, un po’ la bibbia delle regole della navigazione e del soccorso a mare, il “Pos” è il luogo, il posto più sicuro per i naufraghi salvati dal mare. Attenzione però, “a place of safety - si legge - may be on land or it may be aboard a rescue unit”, può essere sulla terra ma anche a bordo di una unità di soccorso. Dunque la Diciotti può essere considerata un posto sicuro. Se così fosse, è chiaro che viene meno l’ipotesi del sequestro.

Questa tesi fu già espressa dal prefetto Piantedosi, capo di gabinetto di Salvini  e considerato il vero ministro tecnico, ai magistrati quando lo hanno sentito. Il Tribunale all’epoca ha “censurato” l’opinione del capo di gabinetto del Viminale perchè “il luogo sicuro è quello dove le operazioni di soccorso si considerano concluse; quello in cui la vita non è minacciata, sono garantite le esigenze primarie e da cui può essere organizzato il trasporto dei naufraghi nella destinazione vicina e finale”. In realtà, però, ragionano i tecnici del ministero, “tutto ciò era più che garantito alle persone soccorse sulla nave Diciotti”. 

Secondo pilastro difensivo

Non è stata la decisione di uno solo ma collegiale di tutto il governo. Su questo secondo argomento di difesa si è a lungo espresso Salvini ieri mattina nella lettera al Corriere della Sera. Nel pomeriggio il premier Conte, direttamente da Cipro, ha confezionato l’assist perfetto a supportare questa tesi. “Sono responsabile di questa politica di governo. Mi assumo la piena responsabilità politica di ciò che è stato fatto e della vicenda Diciotti”. Non solo: “Se l'avessi ritenuta illegittima sarei intervenuto”. Un assist raccolto al volo da altri ministri, primo tra tutti Danilo Toninelli: “Ci processino tutti. La decisione l’abbiamo presa insieme, io, lui, il presidente del Consiglio e tutto il Governo”. Che sia stata una scelta politica lo scrivono anche i giudici del Tribunale dei ministri quando che “le ragioni che hanno determinato il trattenimento a bordo dei migranti esulano da valutazioni di tipo tecnico ed investono invece profili di indirizzo prettamente politico connessi al controllo dei flussi migratori attesa la volontà del ministro di investire della problematica dei migranti sbarcati in Italia le istituzioni europee”. Il punto è che l’atto politico è individuale, in capo esclusivamente al ministro dell’Interno come dicono del resto tutti i soggetti coinvolti. Anche la responsabilità è individuale e non può certo essere spalmata su un intero esecutivo. “Potrebbe però essere attribuita al premier Conte in quanto capo dell’esecutivo” si fa notare sempre in ambienti del Viminale.

Terroristi a bordo, il terzo pilastro

La difesa tecnica del ministro sostiene, e sosterrà  nella memoria che consegnerà alla Giunta, che “i 177 naufraghi hanno avuto il Pos e se non sono stati fatti sbarcare questo è dovuto a questioni di ordine pubblico e sicurezza nazionale”. Ne sono la prova alcune testimonianze di funzionari del Viminale che però, è l’accusa,  “non sarebbero state prese in considerazione dai magistrati del Tribunale dei ministri”.   In queste dichiarazioni, secretate all’epoca e assenti dalla documentazione inviata al Senato, i funzionari sentiti avrebbero spiegato che tra quel gruppo di migranti salvati dalla Diciotti c’era “il rischio che si fossero infiltrati alcuni terroristi”. I funzionari hanno spiegato “la maggior parte dei salvati, hanno lasciato dopo pochi giorni i centri in Sicilia, hanno raggiunto la Capitale e hanno preferito frequentare organizzazioni opache come Baobab con l’obiettivo di lasciare il paese e anche il rischio di essere associati a percorsi criminali”. Altri hanno aggiunto che “quando il 22 agosto fu dato il via libera allo sbarco dei minori, alcuni extracomunitari decisero di restare a bordo altre due ore per concludere un rito di preghiera. Non era dunque in condizioni così stremati come dicono i magistrati”. Queste dichiarazioni non risultano nelle 52 pagine della domanda di autorizzazione a procedere e neppure nei 4 faldoni dell’inchiesta.

L’unico cenno a questa tematica che si trova nella documentazione è pagina 40 dove si legge che “nessuno ei soggetti ascoltati da questo Tribunale ha riferito come invece è accaduto per altri sbarchi, di informazioni sulla possibile presenza, tra i soggetti soccorsi, di persone pericolose per la sicurezza e l’ordine pubblico. Qualcuno mente o ricorda male.  Comunque è grave.

Il lavoro in Giunta potrebbe essere utile da questo punto di vista.  Stamani alle 11 il presidente Gasparri (Fi) terrà la sua relazione. La Giunta dovrà decidere, con voto palese, entro il 23 febbraio. I numeri sono risicati. Sono 23 membri di cui 8 sono senatori 5 Stelle e 9 di centrodestra già pronti a dire No all’autorizzazione. Pd e Leu hanno 4 voti. L’ex grillino De Falco, unico veramente competente in materia, ha già detto di essere a favore della richiesta. Il voto in aula deve avvenire entro il 23 marzo. Sessanta giorni per leggere le carte, confrontarsi, ascoltare le memorie difensive. E convincere i 5 Stelle soprattutto a far cambiare idea alla propria base.