Di Maio lascia la guida del Movimento con un durissimo j’accuse contro “i pugnalatori”. Parte la lotta per la successione

Patuanelli in pole o una donna. Direttorio, ticket o un capo solo? I ruoli di Grillo e Casaleggio

Di Maio lascia la guida del Movimento con un durissimo j’accuse contro “i pugnalatori”. Parte la lotta per la successione

Alla fine, con un gesto teatrale e un sorriso triste sulle labbra, si allenta il nodo della cravatta, se la toglie e resta con la giacca e la camicia bianca aperta (su faccia imberbe), ricordando che Gianroberto Casaleggio (Beppe Grillo lo cita un paio di volte ma sempre e solo di sfuggita) gli regalò un libro, L’elogio della cravatta, incuriosito dal fatto che “io la portavo sempre”: “ora la portate anche voi – dice ai suoi colleghi, come a dire vi siete imborghesiti, “ma allora la portavo solo io, per me ha sempre rappresentato un modo per onorare le istituzioni della Repubblica”. Luigi Di Maio – che si è sempre sentito ‘istituzionale’: vicepresidente della Camera prima, vicepremier e super-ministro poi - si dimette da capo politico del Movimento (e, anche, da capo delegazione al governo), incarico che passerà almeno fino agli Stati generali che si terranno, forse a Torino, dal 13 al 15 marzo, a Vito Crimi, in qualità di membro anziano del triumvirato che governa il comitato di garanzia (oltre a lui composto da Roberta Lombardi e Giancarlo Cancelleri) in diretta tv e diretta Facebook sui vari siti e blog a Cinque Stelle alle sei ‘de la tarde’ di un freddo pomeriggio romano.

Al Tempio di Adriano occhi lucidi e molta ipocrisia

Lo fa in una splendida location, il Tempio di Adriano, che si trova nella centralissima piazza di Pietra, pieno come un uovo di ministri, parlamentari e dirigenti del Movimento, oltre che, ovviamente, di giornalisti, fotografi e cameramen, evento convocato, in teoria, per illustrare al mondo i nomi e la struttura dei facilitatori che guideranno il Team del futuro (per la cronaca saranno 204: sei nazionali, con compiti organizzativi, 12 tematici, sempre nazionali, e 90 regionali). Tutti piangono o hanno i lucciconi agli occhi (tranne i giornalisti), alla fine, ma all’inizio tutti sorridevano (o ridevano proprio) ed erano vestiti a festa o con le grisaglie d’ordinanza come se fossero stati convocati a un matrimonio e non a un funerale. Quello del loro capo. Tutti, ovviamente, applaudono e tributano l’onore delle armi all’amico Luigi ma non vedevano l’ora di liberarsene, e molti in sala ridacchiano o sussurrano che il collega appena due fila in là “è il primo pugnalatore, sepolcri imbiancati”. Solo Beppe Grillo non si vede (e non parlerà neppure dopo) mentre Davide Casaleggio non si fa vedere in sala, ma è a Roma dalla sera prima: ha seguito tutti i mal di pancia di ‘Luigino’ e alla fine anche lui lo ha convinto a quel passo indietro che ahi voglia Di Maio a dire “ero pronto da un mese” ci sono voluti Grillo e quasi l’intero gruppo parlamentare a convincerlo che “ora anche basta, Luigi…”.

Tutte le accuse interne che hanno fatto crollare Di Maio

Troppi poteri per un uomo solo, e così giovane: capo politico (a partire da novembre del 2017, meno di tre anni), capo delegazione, prima ministro doppio e vicepremier, ora solo ministro di un dicastero unico, ma dopo aver tenuto la nascita del governo Conte a bagnomaria quasi un mese proprio perché voleva rifare il vicepremier. Troppe sconfitte subite, dopo l’unica vittoria conquistata (le Politiche del 2018 col mitico, e ora irraggiungibile, 33%): le Europee del 2019, tutte le elezioni regionali seguite alle Politiche, domenica quelle in Emilia e Calabria, dove i sondaggi parlano di percentuali ben sotto il 10%, la continua emorragia di parlamentari usciti o espulsi (31 a oggi), le continue lite e tensioni interne, la ribellione dei gruppi parlamentari medesimi che – così si diceva – erano pronti a sfiduciarlo già a partire dalla prossima settimana.

Grillo non lo ama più da tempo: vuole una ‘Cosa’ col Pd

La mancanza di fiducia da parte di Beppe Grillo che non lo ‘copre’ più ormai da tempo, in pratica dalla nascita del governo Conte II, formalmente dal novembre 2019, quando spese le sue ultime parole pubbliche a favore di ‘Luigino’ (“il mio ragazzo speciale” lo chiama, come fosse un down).

Lo stesso Grillo che ha deciso, da tempo, che il Movimento deve ‘svoltare a sinistra’ e dare vita a una ‘Cosa’ giallorosa di stampo ambientalista e lavorista, di sicuro progressista. Ergo, Grillo – e non solo lui, anche molti degli attuali ministri e il grosso del gruppo parlamentare – vogliono un’alleanza con il Pd sempre più stretta, forse una fusione in un nuovo contenitore. Grillo ne ha già parlato con il sindaco di Milano, Beppe Sala, che nutre ambizioni da leader del Pd: se si perde l’Emilia e tocca dimettersi anche a Zingaretti il progetto potrebbe davvero prendere quota.

Gli scontri con i ministri, i parlamentari e Casaleggio jr

Troppe, per Di Maio, le accuse interne contro una leadership “solitaria”, di “uno che non ascolta nessuno”, e a favore di una leadership “collegiale”, di un “Direttorio”, che arrivava da anime storiche del Movimento (Roberto Fico, Roberta Lombardi) come da quasi tutti i ministri (Stefano Patuanelli in testa), gli stessi che vogliono imprimere ka ‘svolta a sinistra’, l’alleanza col Pd, all’M5S, anche se Grillo vorrebbe, invece, un primus inter pares, un capo riconosciuto, magari contorniato da un Direttorio. Troppo pochi gli amici e i fedelissimi che erano rimasti. Dopo essersi alienato tutti gli ex ministri del governo gialloverde non riconfermati (Toninelli, Grillo, Trenta), dopo lo smarcamento dell’ala progressista (Patuanelli e D’Incà), dopo il raffreddamento dei rapporti persino con due ormai ex fedelissimi come Bonafede e Fraccaro, a ‘Gigino’ erano rimasti solo Buffagni, Spadafora, Castelli. E un rapporto privilegiato con Davide Casaleggio, che ha continuato a sostenerlo fino all’ultimo, specie nella sua (testardamente perseguita, ma in solitaria) scelta politica di non volere essere “né di destra né di sinistra” (scelta che a Casaleggio jr ricorda la diffidenza anti-sistema del padre) e di voler continuare a porre l’M5S come “ago della bilancia” della politica italiana (ma per esserlo anche Craxi, che lo fu, aveva bisogno della certezza di avere almeno il 15% dei voti, una certezza numerica che il Movimento non ha più). Ma anche con Casaleggio jr, ultimamente, erano iniziati scontri e frizioni sul tema delle restituzioni (i 300 euro al mese a Rousseau) che Di Maio voleva trasformare in forfait nell’ultimo tentativo di riprendersi le simpatie dei suoi eletti che, ormai, rispondono a tutti tranne che al ‘capo politico’.

Di Maio sogna di tornare in ticket con l’Appendino

E così, dopo averci pensato per un po’, tra mezzi annunci e mezze smentite, dopo aver sognato di ‘rilanciarsi’, dopo il voto alle regionali, condividendo il suo potere con altri (forse un Direttorio, forse un ticket con Chiara Appendino), dopo aver detto ai suoi “agli Stati generali mi ripresento, gli attivisti della base mi voteranno, ho in mente un progetto, potrei lanciare un ticket con l’Appendino o con Di Battista” e, soprattutto, dopo aver cercato di non mollare almeno la presa sul governo (dovrà passare la mano anche nella carica di capodelegazione: Patuanelli e D’Incà i ministri in pole), stanco di fare da parafulmine a tutti i guai del Movimento, ha deciso per il grande gesto, il beu geste, e si è dimesso.

Le inutili relazioni che precedono lo show di Di Maio

La relazione di Di Maio, introdotta dal responsabile comunicazione, Emilio Carelli, che prova a dare pathos e trilling a una giornata dall’esito già scritto dalla mattina, quando per ore Di Maio si era chiuso a palazzo Chigi con ministri e vertici del partito, poi seguito da interventi assai poco memorabili di tre donne (Taverna, Floridia, Sabatini), è lunghissima, tocca l’intero scibile umano, rivendica tutto (compresi gli errori), parla di “40 leggi fatte per i cittadini” (ci vorrebbe il fact checking ma a naso sono molte di meno) e, continuamente, si rivolge al Paese, cioè agli elettori, non agli attivisti del Movimento, tantomeno ai suoi dirigenti, ma gli riesce anche bene. Il pathos c’è, l’eloquio anche. Alla fine, appunto, quando ringrazia lo staff comunicazione (ieri c’era anche Rocco Casalino, ormai passato con Conte), la sua famiglia, la fidanzata Virginia e tutti i suoi colleghi scorrono, con gli applausi, calde lacrime e vigorosi abbracci ma molte lacrime sono di coccodrillo, alcuni abbracci finti.

Un discorso ‘castristra’ e le accuse ai “pugnalatori”

Abbondano, quando inizia a parlare per un discorso interminabile di stile castrista che supera le due ore, le stilettate e gli attacchi ai suoi nemici interni ed esterni, anche se evita accuratamente di fare nomi e cognomi. Parla dei tanti detrattori, che, dalle retrovie lo hanno “pugnalato alle spalle”, del fatto, come ripete più volte, “i peggiori nemici sono quelli che lavorano al nostro interno non per il gruppo ma per la loro visibilità”, rivendica di aver protetto i 5Stelle da “trappole e approfittatori”. Ed è davvro pesante il suo j'accuse (stile Veltroni): “Il fuoco amico grida vendetta. C'è chi ha giocato al tutti contro tutti. Basta pugnalate alle spalle. Chiedo un po’ di pudore”. Tesse le lodi del premier Giuseppe Conte (“E' la più alta espressione dei cittadini che non hanno mai fatto politica e si fanno Stato”), che ha avvertito però solo domenica sera, prova a rassicurare dicendo e ripetendo che “Io non ci penso per nulla a mollare, per quanto mi riguarda si chiude solo una fase”. Prova a rassicurare anche sulla sua successione che, rivela lui stesso, verrà decisa dopo e non prima gli Stati generali del Movimento di metà marzo: “Lì discuteremo sul cosa, subito passeremo al chi”, anche perché ci vorrà comunque un voto su Rousseau per sancire il nuovo capo/capi politici come quello che lo vide trionfare anche perché era l’unico.

La rivendicazione del passato suona come un epitaffio

Ma se il discorso suona come un guanto di sfida per vedere chi saprà davvero fare meglio di lui, suona anche come quasi un testamento politico, una sorta di auto-epitaffio. Di Maio ricorda le tante leggi portate a casa, gli obiettivi da raggiungere, le lotte vinte, dal taglio dei parlamentari (e qui offre un’altra notizia: il referendum si farà a maggio), al reddito di cittadinanza fino alla prescrizione, avvertendo che “scenderemo in piazza se proveranno a cancellarli”. Frase che suona anche come anche un avvertimento ai suoi: non vi azzardate a fare accordi al ribasso col Pd sui quei temi. Affronta in modo problematico solo il tema delle infrastrutture: rivendica il ritiro delle concessioni ai Benetton, ma per il resto dice che “vanno fatte se servono”.

L’ormai ex capo politico invita ad andare avanti e guardare agli Stati Generali come un momento di rifondazione: “oggi si chiude un'era. Ed è per l'importanza di questo momento che ho iniziato a scrivere questo documento un mese fa”, come a dire che era da tanto che meditava questa mossa e che non è l’alzata di testa di un momento, magari per ‘fuggire’, come lo accusano, davanti al voto delle regionali.

Di Maio poi vola alto e parla di Nato e di Europa…

Poi parla più che da ministro degli Esteri che da capo politico: parla di collocazione atlantica, e nella Nato, dell’Italia, del ruolo in Europa, al fianco dell’attuale sua commissione, del ruolo italiano nel Mediterraneo, etc, ma soprattutto cita più volte il 2023 come data di traguardo, cioè la fine naturale della legislatura, per ribadire che il sostegno e il lavoro del governo devono andare avanti (Conte, ovviamente, che lo detesta, lo ringrazia commosso). “La storia ci dice che alcuni la nostra fiducia l'hanno tradita ma per uno che ci ha tradito almeno dieci quella fiducia l'hanno ripagata” chiude Di Maio stile novello Gesù Cristo tradito da uno degli apostoli, ma sono chiare, e nette, le stilettate contro gli abbandoni più recenti e più clamorosi: quella di Paragone, contro cui Di Maio rivendica la fedeltà atlantica e alla Ue, quella dell’ex ministro Fioramonti, che declassa a “caso di psichiatria” (“se ne vanno dall’M5S, passano nel Misto, però dicono che sosterranno il governo”) e, in generale, quella dei tanti abbandoni di singoli peones, specie gli eletti nei collegi uninominali, bollati come “nominati dall’alto che tradiscono il vincolo di mandato”.

Il bing bang del Movimento inizia a partire da oggi

Ma cosa succederà, ora, dentro il Movimento? Sarà, da oggi, una sorta di ‘big bang’ o di ‘punto zero’ per tutti.

La reggenza di Vito Crimi, uomo della vecchia guardia, vicino al Garante Beppe Grillo ma anche a Casaleggio, in qualche modo rassicura lo stato maggiore del Movimento, ma il rischio è che, da qui agli Stati Generali, si generi un tutti contro tutti che la presenza di Di Maio concentrava su di sé come un vero e proprio parafulmine al contrario. La ‘battaglia’, dunque, inizierà oggi e durerà fino a marzo quando esploderà. Si tratterà, infatti, e per la prima volta nella storia dell’M5S, di una ‘vera’ battaglia congressuale, con tanto di mozioni contrapposte sul piano politico e programmatico e un partito, potenzialmente, scalabile.

Le due linee: andare da soli o diventare alleati del Pd

Il tema, però, non è solo ‘chi’ guiderà il Movimento ma ‘dove’ andrà il Movimento. Ed è qui che si concentra il grande scontro interno in corso ormai da mesi, da quando è nato il governo con il Pd, tra chi preme per un'alleanza semi-organica con i dem e chi, come pensa proprio Di Maio, vuole un Movimento alternativo al centrodestra come al centrosinistra. Una linea, quest'ultima, che vede da tempo in trincea Alessandro Di Battista, il cui futuro è tutto da decifrare. Al ritorno dall'Iran, ‘Dibba’ potrebbe decidere di metterci la faccia e correre per la leadership o proprio di allearsi con Di Maio contro la svolta ‘progressista’ cui lavorano i ministri Patuanelli e D’Uva, Lombardi e Taverna e molti altri big del Movimento, a partire da Fico.

Le ‘non scelte’ delle regionali e lo scontro sulla Campania

E se le regionali in Emilia e Calabria hanno visto la corsa in solitaria del Movimento (Di Maio era contrario ma perché non voleva neppure che l’M5S si presentasse, molti altri volevano una scelta di campo netta al fianco dei candidati di centrosinistra), alle regionali della primavera il problema si ripropone. E si potrebbe finire a macchia di leopardo: in Veneto D’Incà preme per l’accordo con il centrosinistra, nelle Marche Toninelli ha già annunciato la corsa da soli, in Liguria si discute, la Toscana per ora non è pervenuta, ma in Campania si rischia una forte, ennesima, spaccatura.

I due big locali, Di Maio e Fico, divergono nettamente, ma tra gli eletti campani, sostenuti dal presidente della Camera, a prevalere sembra sia stata l'apertura al Pd. Un documento potrebbe certificarla presto, sempre che il Pd rinunci a De Luca, attuale governatore, e si vada verso una figura terza.

Agli Stati generali si detteranno solo le regole del gioco

Agli Stati Generali l’ardua sentenza? No, lì si detteranno solo le regole del gioco. Non ci sarà nessuna elezione. Anche perché c'è un altro bivio che attanaglia il futuro del M5S: se la leadership debba essere collegiale o singola (nel primo caso bisognerebbe anche cambiare tutto lo Statuto). Con la prima opzione sostenuta dagli ortodossi, Fico in testa (“comitato eletto dagli iscritti di gestione con la fiducia del garante” è la loro proposta), la seconda per cui preme invece Grillo e con Di Maio che punterebbe a rilanciarsi in un ticket con Chiara Appendino (“il tandem del futuro”) e che molti danno per certo come ‘revenant’.

Per la successione un capo singolo o un Direttorio?

Ma mancano le regole anche solo per gli Stati generali, figurarsi per l’elezione del successore di Di Maio, a mala pena ora c’è il membro anziano del comitato di garanzia, Crimi, che dovrà confermare i facilitatori e che, forse, sarà affiancato da altri esponenti dell’M5S prima di marzo, molto probabilmente i sei referenti nazionali del Team. Se lo Statuto resta quello attuale, in pole per la successione resta, in ogni caso, Stefano Patuanelli, ministro allo Sviluppo, ma chanches potrebbero avere altre due donne, Taverna e Lombardi, entrambe romanissime, o Appendino.

E Grillo? Ha accolto l'addio di Di Maio nel silenzio assoluto, sintomo di freddezza come di preoccupazione. I rapporti tra il Garante e Di Maio si sono deteriorati da tempo, ma Grillo non ha mai abdicato da due convinzioni: la leadership unica è meglio di quella collegiale ma, finora, un nuovo Di Maio, nonostante tutti i suoi difetti ma con la sua capacità di leadership, non si intravede all'orizzonte.