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Damiano a Draghi: “Se bisogna tornare alla Fornero, occorre almeno abbassare gli anni dei contributi”

L’ex ministro del Lavoro, ora consulente di Orlando, spiega perchè sulle pensioni il premier è così perentorio. Troppo pochi i soldi a bilancio, un miliardo e mezzo. Necessaria la gradualità, serve anche più flessibilità. Molti lavori gravosi non hanno continuità di contributi. Quota 100? Una misura iniqua

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Cesare Damiano - Foto Ansa
Cesare Damiano - Foto Ansa

Quota 100 addio. E’ Mario Draghi, da Bruxelles, a mettere la parola fine sulla norma leghista che, da tre anni, consente di andare in pensione a chi ha maturato 38 anni di contributi e ha 62 anni. Sarà un saluto “graduale”, ancora da definire nel dettaglio, ma il percorso è segnato: entro tre anni 2022-2024 il sistema pensionistico dovrà tornare alla normalità. In pratica alla riforma Fornero basata sull'andata in pensione a 67 anni di età.

Cosa accadrà nei prossimi tre anni, cioè come si esprimerà la “gradualità” , in due o tre step, quota 102 e quota 104 rispettivamente al 2022 e al 2023, come da proposta del ministro dell'Economia Daniele Franco, o con una ipotesi di mediazione a quota 103 (38 anni di contributi e 65 anni di età), allungando il ritorno al regime normale al 2024, è il tema delle prossime ore. Ma Draghi è stato chiaro: “Io non ero d'accordo con Quota 100 e non verrà rinnovata. Ora occorre assicurare una gradualità nel passaggio a quella che era una normalità ed è questo l'oggetto della discussione di queste ore L'importante è tenere fisso che la legge non sarà rinnovata e che bisogna  essere graduali nell’ applicare quella nuova”. Quando si dice la chiarezza. E la sintesi.

 

Nel pomeriggio un po’ tutti, dalla Lega ai sindacati, hanno iniziato ad alzare barricate di merito che non annunciano nulla di buono. Ieri sera però è stato Matteo Salvini in persona a buttare acqua sul fuoco. “Non mi interessano le etichette. Con Draghi troveremo una soluzione positiva”. Poco dopo si è fatto sentire il ministro Giorgetti: “La soluzione è togliere Quota 100 in modo graduale”. Anche perché lo scalone che si verrebbe a creare dal primo gennaio 2022 sarebbe insostenibile. Oltre che iniquo.

Tiscalinews ne ha parlato con Cesare Damiano, ex sindacalista, ex ministro del Lavoro e ora consulente del ministro del Lavoro Andrea Orlando e alla guida della Commissione incaricata di fissare la griglia sui lavori usuranti.

Damiano, una settimana di tempo per trovare la soluzione. Il presidente  Draghi ha parlato chiaro: via Quota 100, gradualità nel nuovo corso. Sarà trovata una sintesi con questi paletti?
“Per quello che mi riguarda la Commissione che presiedevo sui lavori gravosi ha compiuto il suo lavoro costruendo una graduatoria utile al legislatore, a Draghi e ai ministri competenti del Lavoro e dell’Economia. Mi auguro che venga utilizzata per consolidare e allargare l’Ape social”.

Ape social, ovverosia l’anticipo pensionistico per chi lavora in settori o con mansioni gravose. E’ indicata anche nel Documento di programmazione finanziaria della Manovra 2022. Significa che sarà finanziata. Ape social può essere la soluzione?
“La nostra graduatoria ha individuato 92 classificazioni professionali, dalla più gravosa che è il conduttore di macchinari per il trattamento dei minerali alla meno gravosa che riguarda il componente di un’assemblea elettiva. Adesso il governo deve fissare l’asticella per decidere chi può beneficiare dell’ape social e chi no. Io spero che il nostro lavoro serva per consolidare l’attuale ape social, ovverosia andare oltre la scadenza annuale, e per allargarla, cioè per andare oltre le attuali 15 categorie che possono beneficiare dell’assegno ponte verso la pensione”.

Lei dove fisserebbe l’asticella?
“Io proporrei almeno il raddoppio delle attuali 15 categorie.  Sono almeno 27, su 92, le tipologie di lavoro che stanno sopra la media. Insieme all’Ape social allargata e consolidata proponiamo anche di abbassare il numero degli anni di contributi necessari. Per gli operai edili, già inseriti nell’APE , ad esempio, la Commissione propone di passare da 36 anni di contributi a 30 e di tenere fissi i 63 anni di età”.

Perché agite sugli anni di contributi?
“Perchè molti lavori, per l’appunto quelli più gravosi, spesso non hanno continuità nei versamenti. Sono lavori a tempo, con pause e periodi di fermo, come i cantieri. Vale anche per le donne che sempre più spesso svolgono lavori discontinui a causa della cura familiare”.

Quanti miliardi servirebbero per fare quello che lei indica?
“L'Inps ha fornito varie stime. Di sicuro per fare quello di cui abbiano appena parlato le attuali risorse messe a disposizione non sono sufficienti”.

Nel Documento di programmazione finanziaria (Dpb) sono indicati i grandi numeri ma non si dice come saranno sviluppati. Indiscrezioni parlano di Quota 102-103-104, la famosa gradualità. Queste scalette possono essere la soluzione allo scalone?
“No, perchè non rappresentano un'alternativa a Quota 100: sono la fine della flessibilità e e al tempo stesso porteranno comunque alla legge Fornero, cioè in pensione a 67 anni”.

Qualche esempio per favore?
“Quando arriveremo a Quota 104 significa che un lavoratore per andare in pensione dovrà avere 38 anni di contributi e almeno 66 anni di età, cioè un anno meno della Fornero. Non mi sembra che si possa parlare di flessibilità. Ecco perchè credo che alla fine quello che uscirà sarà nè più nè meno che la legge Fornero”.

Il tema pensioni è carne viva per molti lavoratori. Parliamo di una delle voci del bilancio dello Stato più costose ma anche più socialmente utili. Perchè, secondo lei, il governo  ha usato una griglia così rigida? E toni così perentori?
“Immagino che il governo consideri importante mandare a Bruxelles un messaggio molto chiaro che, soprattutto,  dia l’impressione che non si aumenta la spesa pensionistica”.

Mezza Europa ci critica per la nostra spesa pensionistica. Si ricorda quando i leader Ue dicevano “perchè mai dovremmo fare debito per pagare le pensioni agli italiani”?
“Questo è un problema. Anche in queste ore l’Ocse afferma che l'incidenza della spesa pensionistica in Italia è superiore al 16%. del pil”.

Intorno ai 300 miliardi ogni anno. Tanti in un bilancio di circa 900 miliardi.
“Si, ma io contesto questo dato. Se l’OCSE considerasse separatamente la voce dell’assistenza da quella pensionistica e se capisse che ogni anno i pensionati subiscono una tassazione superiore a 50 miliardi, soldi che quindi tornano pari pari nella casse dello Stato,  se considerasse tutto questo, l’Italia sarebbe perfettamente allineata agli altri paesi Ue”.

Oltre la scarsa flessibilità, il Dpb mostra anche un margine di azione molto limitato visto che la manovra sarà di 23,5 miliardi.
“Guardi, mi pare che l’architettura della manovra e il budget di 24 miliardi siano stati preventivamente avocati dalla Presidenza del consiglio e dal Mef. In questa logica, anche se quasi tutti i partiti di maggioranza sono scontenti, alla fine Draghi procederà. Ciò detto, il mio giudizio è di un provvedimento con una scarsa qualità sociale”.

Il Pd cosa sta chiedendo in queste ore?
“Intervenire almeno sull’Ape sociale e di includere anche Opzione donna (in pensione a 58-59 anni con meno soldi, ndr).  Mi spiego meglio: visto che siamo obbligati ad andare verso una rivisitazione di Quota 100, direi almeno di correggere i 38 anni di contributi. Di lavorare su una Quota 100 rovesciata: 64 anni di età e 36 di contributi. Abbassare insomma gli anni dei contributi perchè sono il criterio più difficile da rispettare. Però sarebbe essenziale aprire un confronto con le parti sociali”.

Le ipotesi Quota 101, 102, 103 104?
“Fattibile, la rigidità sarebbe attenuata. Ma, ripeto,  non è la soluzione ideale”.

La sua proposta ideale?
“Andare in pensione a 63 anni e prevedere, per ogni anno di anticipo, una penalizzazione del 3% sulla parte retributiva. E’ chiaro che costa molto di più di quanto il governo è disposto a mettere sul piatto. Un miliardo e mezzo di risorse per le pensioni sono troppo pochi. Le risorse devono essere aumentate”.

Scusi Damiano, qui però occorre essere realisti. La manovra sarà di circa 23 miliardi: otto  sono destinati a tagliare il cuneo fiscale, le tasse sul lavoro; quattro per la Sanità; 2 miliardi per il rinnovo del contratto; altri due per attenuare il rincaro bollette; un miliardo e mezzo per la riforma degli ammortizzatori sociali, cavallo di battaglia del ministro Orlando. Altri 4/5 per il reddito di cittadinanza per cui i 5 Stelle non sono disposti a cedere nulla. Qui tutti vogliono e nessuno è disposto a cedere. Le pare l’atteggiamento giusto da parte dei partiti?
“Come diceva Totò,  è la somma che fa il totale. Io dico che la quota destinata ad ammortizzatori e pensioni è sacrificata. E aggiungo che si tratta di due capitoli di spesa che hanno una forte caratterizzazione sociale”.

Infatti il Mef è alla ricerca di almeno un altro miliardo. Era d’accordo con Quota 100?
“Essendo costata circa 19 miliardi di euro in tre anni, e avendo mandato in pensione circa 400 mila lavoratori e lavoratrici, dico che si potevano spendere molto meglio quei soldi.Quota 100 è stata quella che io definisco un’uscita di sicurezza molto rigida. I criteri - 62 anni di età e 38 di contributi - hanno discriminato soprattutto i lavoratori più fragili, tra cui le donne, coloro che non hanno avuto continuità contributiva e favorito i dipendenti pubblici con carriere continuative. Quota 100 è stata una forma di flessibilità molto costosa che ha discriminato i più fragili e che non ha mai abolito la Fornero. Non a caso la soluzione, secondo me, oltre a trovare altri soldi, è quella di scendere con gli anni di contributi e salire invece con l’età”.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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