Da Craxi a Salvini passando per Mediaset. L’ascesa di Armando Siri, l'uomo che avrà la delega chiave che interessa al Cavaliere. Ma non solo

Ex vicesegretario dei giovani Socialisti, classe 1971, non è un leghista "nativo" e ha poco a che vedere con lo stile Pontida. Esperto di flat tax, dà la linea ad economisti come Borghi e Bagnai che sarebbero più titolati di lui e ha sdoganato Matteo Salvini con l'amministrazione di Donald Trump e con la Russia. Già giornalista Mediaset, prenderà la delega che interessa di più al leader di Forza Italia

Armando Siri
Armando Siri

L’interessato, al momento, preferisce parlare di flat tax. Ma ad aspettarlo c’è una poltrona che scotta più di altre. Quando è il momento di mettere in piedi un governo, ci sono ruoli che devono essere concordati tra le diverse anime della maggioranza e - perché no - anche con l’opposizione perché, anche se sono meno visibili di altri, riguardano interessi strategici del Paese. E, in questo caso, pure “la roba” del Cavaliere. Stiamo parlando della delega alle Telecomunicazioni, che da oltre un decennio è nascosta sotto l’ombrello del ministero dello Sviluppo Economico. Il suo titolare è l’arbitro tra interessi divergenti enormi, gestisce i dossier tv, radio, internet e telefonia: business da miliardi di euro. Ecco perché l’identikit di chi dovrà occuparsene è stato tracciato riga dopo riga, confronto dopo confronto, e la scelta è caduta su Armando Siri.

 Nato a Genova nel 1971, Siri non è un leghista “nativo”. Nonostante la sua giovane età, l’economista che ha convinto Matteo Salvini a puntare molto sulla flat tax vanta - cosa ormai piuttosto rara - un trascorso da craxiano. “Non ho padri politici; quando ero giovane ero molto attratto dalla politica di Bettino Craxi, che all’epoca è stato uno statista. Basti pensare a quando schierò i carabinieri a Sigonella”, disse in una intervista due anni fa.

Così organico al vecchio PSI da essere stato, nella sua vita politica precedente, anche vicesegretario regionale dei giovani socialisti. “Craxi ha portato l’Italia a essere un paese rispettato e importante sul piano internazionale. Aveva una visione di forza dello Stato che doveva mantenere posizioni chiare in campo economico”, aggiunse allora. Con il tramonto del pentapartito, Siri ha seguito il percorso classico di molti socialisti finiti nell’orbita di Silvio Berlusconi, senza essere mai stato, però, un manager come molti dei fondatori del partito azzurro, ma rimanendo un giornalista. 

Diventato pubblicista a TeleGenova, ha condotto, tra il 1994 e il 1998 - negli anni della “discesa in campo” - una trasmissione gemella di “Sgarbi Quotidiani”, per poi passare, negli anni successivi, nella scuderia di Mediaset. Qui ha lavorato per i tg del gruppo e in particolare a Studio Aperto, collaborando con Giovanni Toti, che della testata è stato direttore. oltre a essere stato autore di diverse trasmissioni di infotainment. L’economista nel frattempo ha trovato il tempo per scrivere tre libri sul tema flat tax: “La luce e l’ombra, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile”, “L’Italia nuova” e “L’inizio”, specializzandosi proprio sulla tassa piatta.  

Il Cavaliere? “Lui possiede ed esprime un concetto di anti-Stato, che costituisce la premessa vera e concreta per la ‘fine’ di ciò che è il passato-presente e che spiana la strada al futuro”, diceva. Del fondatore di Fininvest scriveva che “lui, insieme ad Umberto Bossi, è un innovatore del sistema”.  La sua rincorsa verso il Senato, dove è stato eletto con la Lega in Emilia Romagna, è partita dal 2000. E’ in quell’anno che ha messo in piedi una lista in sostegno del candidato governatore - perdente - del centrodestra, Sandro Biasotti, di Forza Italia. L’anno dopo, nel 2001, ha provato la corsa in solitaria con una sfortunata operazione chiamata Pin - Partito Italia Nuova, che si è limitato a pochissimi decimali di consenso, forse anche a causa di uno slogan non proprio centrato: “Tu sei la chiave!”.  

Di lì in avanti, il giornalista ligure che lavorava con Mediaset e credeva molto nella flat tax si è avvicinato a Matteo Salvini. Il “capitano” se lo è portato in giro, lo ha consultato, ha sposato le sue teorie economiche e lo ha nominato responsabile della parte del programma di “Noi con Salvini” dedicata al fisco. La concorrenza di accademici ben più titolati di lui come Claudio Borghi Aquilini o Alberto Bagnai non lo ha però mai messo in ombra. E infatti ancora ieri ha potuto rimbeccare quest’ultimo che, diversamente da lui, l’economia l’ha studiata e insegnata all’Università. “Prima le imprese o prima le famiglie? Stiamo facendo la più grande riforma fiscale dal dopoguerra ad oggi per cui se la semplifichiamo così diventa tutto strumentale”. Questa libertà di parola e la pole position per il ministero-non ministero che si occupa del futuro delle grandi imprese di telecomunicazioni l’ex giornalista Mediaset se l’è conquistata sul campo in anni di lavorìo dietro le quinte a supporto del segretario. 

L’allora eurodeputato, non appena preso in mano il Carroccio, gli aveva affidato il compito di stringere relazioni con aziende, banche e governi stranieri, cosa che la Lega degli inizi non aveva mai voluto fare per paura di “contaminarsi”. E’ stato Siri ad avere convinto il neo vicepremier a volare negli Usa per incontrare l’allora candidato Donald Trump appena prima delle elezioni presidenziali, e ancora lui, lo scorso gennaio, a ritornare a New York per accreditarsi presso importanti esponenti della sua amministrazione. Prima ancora, Siri aveva raccolto il malcontento di molti imprenditori italiani penalizzati dalle sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia e aveva contribuito a stringere relazioni con i diplomatici russi in Italia. Ora che finalmente di flat tax parlano tutti, la sua missione potrebbe essere quella di occuparsi delle Tlc, un ruolo decisivo per chi ha bisogno di tenere i rapporti con i grandi editori. Siri, che a Mediaset ci ha lavorato, sarebbe considerato non pregiudizialmente ostile a quel mondo e dunque non proprio un dito nell’occhio a Berlusconi. Di lui si sarebbe parlato anche nel corso del “cordiale colloquio” che ieri mattina il neo ministro dell’Interno e il presidente di Forza Italia hanno avuto a Milano.  

Poteva andargli meglio, dal momento che Luigi Di Maio, quando il Quirinale si è opposto alla nomina di Paolo Savona all’Economia, aveva buttato lì anche il suo nome per via XX Settembre, ma avrebbe anche potuto rientrare sotto il cono d’ombra, come è capitato ad altri ministri in pectore. Invece ora è in procinto di occupare una poltrona importante: le Comunicazioni, anche se dipendono dal ministero dello Sviluppo Economico, sono di fatto un ministero a sé stante. Anche se avrà il rango da “semplice” viceministro, chi occuperà quella poltrona avrà a disposizione un ministero vero, con sede a Trastevere, e avrà la possibilità di costruire un sistema di relazioni non irrilevante. Non a caso, sia Maurizio Gasparri che Paolo Romani, dopo quell’esperienza, hanno avuto una lunga e intensa vita politica. Negli ultimi anni di telecomunicazioni si è occupato il democratico Antonello Giacomelli, anche lui di mestiere ex giornalista.  

L’ ascesa di Siri non è stata  fermata neppure dall’uscita dell’Espresso che, qualche settimana fa, ha raccontato di una piccola disavventura giudiziaria di cui è stato protagonista, conclusa con un patteggiamento per bancarotta fraudolenta per il fallimento di una società. Il “capitano” non è lasciato spaventare, anche se non pochi leghisti duri e puri  mal sopportano questo rapporto tra i due. A Siri non perdonano di avere una storia politica precedente a quella attuale e di essere antropologicamente diverso dallo stile Pontida. Sta di fatto che la sua passione per le cravatte azzurre e la parlantina tipica di chi ha fatto tv gli hanno aperto una nuova strada e lo rendono - insieme forse a Enzo Moavero Milanesi e a Giovanni Tria - il quasi-ministro preferito ad Arcore. Lui, al momento, resta tranquillo al Senato e preferisce parlare d’altro. “Stiamo lavorando alla riforma fiscale più  importante dal dopoguerra ad oggi, dunque servono i giusti tempi per incardinare l'iter normativo e per completare gli step di applicazione del provvedimento…”.