[L’inchiesta] Csm-gate, i primi veri successi del trojan: Zingaretti fa fuori i renziani dalla segreteria Pd e il governo mette le mani sulla magistratura

Nelle intercettazioni i piani per controllare le procure di Roma e Perugia con procuratori amici. La non- collaborazione del vicepresidente Ermini. L’irritazione del Quirinale. Pioggia di smentite da Lotti e Palamara: “Dialoghi fraintesi”

[L’inchiesta] Csm-gate, i primi veri successi del trojan: Zingaretti fa fuori i renziani dalla segreteria Pd e il governo mette le mani sulla magistratura

Più passa il tempo, più si legge e più quella di Perugia sembra non tanto un’inchiesta ma una gigantesca spiata. Ordinata da magistrati nei confronti dei magistrati. Un regolamento di conti vecchio stile, senza lupara ma con il trojan. Assai più potente. Non è un caso che della corruzione, presunta, di Luca Palamara si parli sempre meno mentre tra le mani restino soprattutto le macerie di una magistratura dilaniata dai giochi correntizi, paure, vendette e ambizioni, il bullismo e la millanteria di chi parla del Quirinale come di un ordinario luogo di incontri per spicciafaccende. Già così ci vorranno anni per ricostruire l’immagine e la credibilità della magistratura. E poiché il trojan-spia ha registrato di tutto e di più per un arco di tempo non meglio precisato (una settimana? Due, tre un mese?), il Csm-gate è una storia dai contorni ancora indefiniti.

Non è un caso che tra gli effetti collaterali oggi, al momento, ci sia più il regolamento di conti dentro il Pd tra renziani e il nuovo corso Zingaretti con lo spettro della scissione che riprende a volteggiare sul Nazareno. E la bozza di una riforma della giustizia, della magistratura e del Csm che torna sul tavolo del governo con presupposti poco edificanti per chi ha a cuore l’autonomia e l’indipendenza della magistratura.

Il caso Consip

Lo schema ornai è noto: al centro degli incontri tra Luca Palamara, ex presidente dell’Anm, ex membro del Csm, leader di Unicost e uomo di larghe relazioni, cinque membri togati dell’attuale Csm e due deputati come Luca Lotti, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio quando a palazzo Chigi c’era Matteo Renzi e Cosimo Ferri, magistrato prestato al Parlamento e alla politica, c’erano le nomine di alcuni uffici di procura strategici come Roma, Perugia e Brescia (queste ultime due procure indagano sui colleghi di  Roma e Milano) e il tentativo, grazie alle nomine, di controllare alcune posizioni giudiziarie dove sono coinvolti Lotti e Palamara. Schema, se confermato, agghiacciante. Ma quello che il trojan fissa sui brogliacci del Gico della Guardia di finanza potrebbe aver bisogno di essere letto in un contesto più ampio. E sortire effetti non così categorici come sembra in queste prima ore e sintetizzati in titoli come: “Così chiudiamo Consip” o “Così aggiustiamo Consip”. Consip è l’inchiesta (per fatti di corruzione) sulla centrale unica di acquisto della pubblica amministrazione dove è rimasto coinvolto Lotti per favoreggiamento (avrebbe rivelato che l’allora ad Marroni era intercettato dalle cimici del Noe, del capitano Scafarto e del pm Woodcock) e dove è emerso un piano, svelato dalla procura di Roma, dove pezzi dell’Arma e dell’intelligence lavoravano per incastrare  Matteo Renzi e la sua famiglia. Non esattamente un esempio di inchiesta modello e che certamente all’epoca (2017) ha indebolito l’allora premier Renzi.

Lotti ha quindi un problema giudiziario che lui vive come un limite per l’attività politica e un torto e che cerca di aggiustare. Se non si ha chiaro questo non si possono comprendere i brogliacci del Gico relativi agli incontri tra il 9 e il 16 maggio dove Lotti e Palamara si lamentano di torti subiti, chi da Perugia (dove Palamara è sotto inchiesta per corruzione dal settembre 2018, indagine sollecitata dalla procura di Roma) e chi da Roma (dove Lotti è in fase di udienza preliminare, in attesa cioè di capire se andrò o meno sotto processo).

 Lotti a Palamara: «Io non è che ce l’ho a morte perché... è su di me. È stato (quell’inchiesta, ndr) uno scambio sulla nostra pelle».

Palamara: “Sulla nostra pelle, io sono certo”.

Lotti: “La mia soprattutto... cioè la nostra intesa come...”.

Palamara: “Luca, me devi capì che ce so entrato in mezzo pure io... Perché quello che m’hanno combinato lì a Perugia ancora nemmeno se sa, non è chiaro”.

Sul processo a Lotti, Palamara aggiunge: “Perché io non mi sono esposto su Consip quando dicevo “chiudiamo tutto, chiudiamo tutto?”. Ecco che se Viola dovesse diventare procuratore a Roma (come stava succedendo quando le registrazioni del trojan hanno cessato di essere segrete) e Palamara aggiunto (questo il piano), “io dico: crediamo a Scafarto o non gli crediamo, basta... Se io vado a fare l’aggiunto questo gli dico al mio procuratore Viola che si consulta con me... gli vogliamo credere rompiamogli il culo... non gli vogliamo credere si chiude, fine, basta... Troppe cose anomale”.

Il contesto a volte è più importante del testo. E il “contesto” di eventuali torti subiti (le due inchieste) non giustifica quello che si dicono i due ma potrebbe raccontare in modo diverso ciò che il “testo” fotografa sul momento: il tentativo di aggiustare quei “torti”.  Ecco perché ieri Lotti ha voluto precisare di non essere stato lui a “ipotizzare chiusure e aggiustamenti del processo”. E Palamara ha spiegato che in quell’occasione “si stava sfogando e parlava in via ipotetica”.

Il Quirinale tirato per la giacca

Le intercettazionis velano il dettaglio di  quanto è già uscito nei giorni scorsi, ovverosia un’interlocuzione assidua con il consigliere giuridico Stefano Erbani, un magistrato, sull’inchiesta di Perugia, e sulle dinamiche all’interno del Csm. Il Quirinale ha smentito ufficialmente e seccamente ogni ricostruzione bollandole come “millanterie e falsità”.

Lotti: “Sono andato da Mattarella e ho detto ‘Presidente la situazione è questa’ e gli ho rappresentato quello che voi mi avete detto più o meno cioè Lo Voi...”. L’attuale procuratore di Palermo era il candidato più probabile alla guida di Roma, in perfetta “continuità” con l’era Pignatone. Finchè il 23 maggio il voto della V Commissione ha ribaltato le previsioni mettendo Viola in pole. Lotti, rassicura anche sul fatto che Pignatone difficilmente troverà posto al Quirinale come consigliere giuridico (ora poi ancora più difficile) particolare a cui Palamara era interessato.

Sempre in zona Quirinale sono altri colloqui di Lotti e Palamara.  Riferendosi a David Ermini, vicepresidente del Csm, eletto dall’asse Pd-Magistratura indipendente-Unicost, si lamentano della sua eccessiva autonomia (“non dà retta a nessuno”) e del fatto che non sale troppo spesso a colloquio con il Presidente come invece facevano i suoi predecessori.

Lotti: “Mi scoccia la sudditanza nei confronti di... Ma è tutto lì. In più Erbani è furbo e ci gioca... perché a me è stato detto mandami David direttamente lì, perché lui non ci va lì, lui si ferma alla porta prima, ma ti pare normale che io possa scrivergli un messaggio, vado su e quell’altro si ferma alla porta, oh non può funzionare così...”

Ferri: “Perché lo riceverebbe chiaramente”.

Lotti: “Certo che lo riceverebbe”

Palamara: “Perché Legnini... andava sempre, stava sempre da Mattarella poi...”.

Lotti: “Poi mi so rotto i coglioni ho detto “ascolta Giovanni se deve venire qui e tutte le volte mi deve dire come fare, vaff...” e hanno rotto, è questo il motivo... quell’altro non ci va mai però”.

Ferri: “Hanno rotto poi Mattarella e Legnini”.

Frasi così possono veramente trarre in inganno soprattutto un lettore non addetto ai lavori. Il Presidente della Repubblica è il Presidente del Csm ed è quindi normale che il suo vice lo tenga aggiornato sui lavori e sulle scadenze. E se Legnini (vicepresidente nella passata consiliatura) lo ha fatto di più, è sbagliato dire che Ermini lo sta facendo di meno. L’interlocuzione tra palazzo dei Marescialli e il Colle è così attenta che proprio Ermini, su mandato di Mattarella, il 23 maggio chiese alla V commissione di fare le audizioni dei tre candidati alla procura di Roma. Di prendere quindi tempo per non dare anche l’idea di decisioni prese a tavolino e solo ratificate. Ma la Commissione bocciò la richiesta. E Viola potette uscire come favorito per la seduta del plenum. Tre giorni dopo è scoppiato l’inferno del Csm gate. E’ chiaro che così come il Quirinale, Legnini non ha gradito di essere tirato in ballo: “Da parte del Presidente della Repubblica non c’è mai stato alcun condizionamento circa le nomine ma solo la dovuta e necessaria attenzione”. Ermini incassa una volta di più il dividendo, alto, di chi fa il proprio dovere con serietà. Lotti precisa: “Appaiono totalmente fuorvianti alcune frasi e ricostruzioni legate al Presidente della Repubblica e al vicepresidente David Ermini in tanti saranno chiamati a risponderne nelle sedi opportune".

 Il trojan? Inattendibile

In una giornata così – in previsione anche della altre che ci saranno – sono da leggere con attenzione le parole di Giandomenico Caiazza, del presidente dell’Unione delle cameri penali.”La vicenda dimostra quello che noi penalisti sosteniamo da tempo, che i trojan sono uno strumento pericoloso, straordinariamente invasivo della privacy delle persone e che, in modo incontrollabile, restituiscono all'investigatore un materiale indecifrabile”. Caiazza si spiega meglio: “Il trojan è il contrario di quello che ci si illude possa essere. Se accendo un microfono non per registrare telefonate, dove già si hanno comportamenti sorvegliati, ma che segue qualcuno 24 ore su 24, succede che chiunque nella propria vita privata dice cose vere e un po' meno vere, millanta, lo fa per liberarsi di seccature, per dire che ha fatto una cosa e invece non l'ha fatta. Il risultato è che questo materiale che arriva è indistinguibile. Ne è un esempio il riferimento al Quirinale, quando Palamara dice di aver saputo da ambienti del Quirinale che nel suo telefono c'è il trojan, tutti si precipitano a dire 'non è vero'. Ma qual è il momento in cui distinguiamo se il parlante millanta o dice la verità? Quali sono i criteri?”. Domande fondate. Ma sono stati Lega e 5 Stelle a bloccare la nuova legge sulle intercettazioni del ministro Orlando che stabiliva regole precise all’uso del trojan. Va detto che le procure allora furono contrarie.

E Zingaretti mette ordine nel Pd

Chissà se un giorno potrà essere misurata la rabbia di tanti procuratori che non hanno mai perdonato a Renzi,allora premier, di aver costretto i magistrati ad andare in pensione a 70 anni (invece che a 75). Oltre al ritocchino alle ferie. Di sicuro, da allora, era il 2014, non c’è più stato un buon feeling tra le toghe e il Pd, partito tradizionalmente  amico. L’ex procuratore antimafia Roberti, oggi eurodeputato Pd, è tra coloro che non digerì la cosa. Oggi Roberti dice che il caso Palamara “può essere solo la punta dell’iceberg” perché “quella del mercato delle vacche era appunto una prassi molto diffusa”. Al solito, sarebbe meglio fare esempi anzichè generalizzare. Comunque in questo clima Zingaretti approfitta della debolezza dei renziani e del loro principale leader Luca Lotti per dare il colpo finale alla trasformazione del Pd. Il giorno dopo l’autosospensione di Lotti dal Pd accompagnata dalla frase “moralisti senza morale” e “da che pulpito viene la predica” (riferito a Zanda), Zingaretti prova a cambiare discorso e di sabato pomeriggio comunica i nomi della nuova segretaria. Le minoranze sono poco rappresentate. I renziani soft come Guerini preferiscono non commentare. I turbo renziani come Giachetti, Nobili e Ascani annunciano che martedì in direzione saranno poste tute le questioni.  Hanno già iniziato ieri a contarsi nel forum di Assisi. “Abbiano 80 parlamentari eletti, è la maggioranza dei gruppi”. L'ascia di guerra è definitivamente dissotterrata.

Il piano Giustizia, figlio del trojan

La politica  approfitta delle macerie lasciate in terra dal Csm gate e mette sul tavolo la riforma della giustizia. Ogni governo fa la sua. Quello del cambiamento è un po’ in ritardo. Anche per via dell’abisso che c’è tra il garantismo della Lega e il giustizialismo dei 5 Stelle. Ciò detto anche palazzo Chigi si è reso conto che la situazione è grave. Mercoledì il premier Conte mette intorno al tavolo il ministro Bonafede e la responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno, ministra alla Pubblica amministrazione.

Una delle proposte alle quali sta lavorando Bonafede prefigura un sistema di punteggi certi con cui misurare le esperienze e i risultati del lavoro dei magistrati. E assicurare così nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari basate sulla meritocrazia e sganciate da logiche correntizie. Fine della giostra anche per le toghe scese in politica: chi smette i panni dell’arbitro non può tornare a farlo. Infine il sistema elettorale del Csm dove potrebbe intervenire quello che è sempre stato un pensiero fisso di Beppe Grillo: la selezione con sorteggio, con buona pace delle correnti che comunque vanno tutelate perché svolgono un lavoro di stimolo intellettuale. Nello stesso pacchetto il nodo della prescrizione lunga voluta dai 5 Stelle nello spazzacorrotti: la Lega non vuole che entri in vigore finche i processi non hanno tempi certi che significa dimezzati rispetto a quelli attuali. Ma la nuova prescrizione è gia legge ed entra in vigore il primo gennaio 2020. Difficile riformare il processo in pochi mesi. Salvini ha già detto che occorre mettere mano alle intercettazioni “per frenare la divulgazione” perché “è incivile poter leggere sui giornali intercettazioni che non hanno rilievo penale”. Opposta la posizione del Movimento Cinque Stelle che in un post sul blog ha detto: “Giornalisti pubblicate tutto” perchè “paghiamo i consiglieri del Csm affinchè si occupino dei tanti problemi della giustizia”. Il Csm gate è una bomba a grappolo sganciata su tutti, maggioranza, opposizione, magistratura. Difficile fermarla.