Conte avanti con i “volenterosi”. Vince il primo round alla Camera. Ma il Conte 2-bis è molto debole

Il Presidente del Consiglio chiude tutte le porte in faccia a Renzi. Tutti, tranne il premier, riconoscono a Italia viva  di aver messo al centro problemi reali e che “il governo non va”

Conte avanti con i “volenterosi”. Vince il primo round alla Camera. Ma il Conte 2-bis è molto debole
Giuseppe Conte (Ansa)

Giuseppe Conte va avanti con un governo di “volenterosi” al centro. E anche un po’ a destra visto che s’è preso la fiducia di un’icona della destra come Renata Polverini. Quanto possa durare non si sa. Però intanto va avanti e oggi, dopo il voto del Senato, capiremo anche come. Ieri alla Camera ha ottenuto 321 Sì e 259 No su 580 votanti, sei voti in più della maggioranza assoluta. Italia viva ha tenuto sull’astensione al netto dei due deputati Rostan e De Filippo che hanno lasciato la barca terrorizzati all’idea di un voto anticipato. Ma nella lunga giornata a Montecitorio si percepiscono malumori, tensioni, abboccamenti che dicono come questa crisi, al di là dei numeri con cui sarà chiusa, non rafforza ma indebolisce la leadership di Giuseppe Conte. Gli appelli, il grido “aiutateci” ripetuto due volte nel suo lungo intervento, le promesse rinnovate su progetti finora non realizzati, la pandemia trasformata in alibi per non fare anzichè in sfida e occasione per fare di più e meglio, cambiare e migliorare, sono parole risuonate stanche e vuote. Poco credibili. Ha premiato certamente il terrore del voto anticipato, “il virus della poltrona contro cui non hanno ancora trovato il vaccino” come ha detto la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. E il rischio, forte, di consegnare l’Italia alle destre più che al centrodestra.

Sei voti in più

Conte è stato favorito dall’eterno congresso del Pd dove la voglia di far fuori Renzi ha prevalso su chi, sempre nel Pd e specie nella corrente Base Riformista, ne aveva condiviso le critiche, i motivi e le ragioni. E anche dal “congresso” del Movimento 5 Stelle dove per tutta la giornata si sono registrati dubbi e malumori sul ruolo di Conte e sul suo intervento dove la logica dei numeri ha prevalso sulle ragioni della politica.  Se Conte immaginava un replay del 26 agosto 2019 quando umiliò Matteo Salvini spostandolo dal banco del governo ai banchi della Lega in Senato, ieri il premier ha vissuto un film diverso. Non solo perché Iv ha fatto dimettere i suoi ministri, cosa che Salvini non ebbe il coraggio di fare. Ma perché sono passati altri diciotto mesi e “l’avvocato del popolo” si appresta a governare con la terza maggioranza diversa al tiro anno di legislatura. “Peggio della Prima Repubblica - lo ha incalzato Giorgia Meloni - allora i Presidenti del Consiglio lasciavano l’incarico ma restavano le stesse maggioranze. Adesso è il contrario: cambiano le maggioranze ma resta sempre lo stesso Presidente del Consiglio”.

Fiducia a tempo

La fiducia al Conte 2-bis ha i tempi angusti e segnati dell’ultima prova di appello. “Renzi ha solo sbagliato i tempi – ragionavano ieri nei corridoi della Camera nella pausa dell’aula prima della replica e delle dichiarazioni di voto in un capannello misto maggioranza e opposizioni – quando si avvicinerà il semestre bianco, o arriva la svolta che promette oppure per lui sarà finita l’avventura a palazzo Chigi”.

Conte infatti vuole andare avanti con quello che gli osservatori chiamano un Conte 2-bis, ovverosia senza dimettersi e con un piccolo rimpasto. I volenterosi al posto dei renziani. Magari il ministro dell’Interno Lamorgese “spostata” all’intelligence per lasciare il Viminale a un Pd di peso, ad esempio Andrea Orlando. Per il resto non cambierà nulla nella squadra di governo. E questo non piace al Pd e al suo segretario che invece hanno sempre puntato ad un Conte ter con massima discontinuità nelle persone e nei programmi. “Dopo il voto alle Camere è necessario fare un passo ulteriore” ha detto Zingaretti molto soddisfatto per il bel risultato della Camera.  “Servono una maggioranza e un programma condiviso. E’ chiaro che è una strada stretta e non accetteremo tutto”.  Non è oggi quel giorno. Ma molto presto, anzi subito, è bene ricordare a Conte che serve quel famoso “cambio di passo nell’azione di governo” che il segretario dem chiede, invano, da settembre. Conte ogni volta lo promette. E poi però c’è sempre qualcosa per cui non si realizza. La domanda è fino a che punto Renzi ha fatto di testa sua o il Pd ha girato le spalle al leader di Iv.

Lo scouting  a palazzo Chigi

Dei 55 minuti di intervento, quelli che contano sono gli ultimi dieci. Con quell’appello “aiutateci” rivolto ad ognuno e ciascuno che in questo Parlamento può dare voti e quindi sostegno al suo governo, “europeisti, liberali, popolari, socialisti, minoranze linguistiche”. Né costruttori né responsabili, bensì “volenterosi” come già li chiamò Berlusconi nel 1994. Un ammiccamento ai deputati di Forza Italia che ha fatto storcere la bocca a due big come Antonio Tajani e Licia Ronzulli: “Senza ritegno”. In serata Renzi lo definisce il “compro-baratto-vendo” che è il collante della nuova maggioranza del Presidente del Consiglio.

E’ in quei dieci minuti finali che Conte ha messo in chiaro, in modo trasparente va detto, parlando agli italiani che lo ascoltavano da casa più che ai 607 deputati presenti a Montecitorio, il suo progetto politico: andare avanti, senza dimissioni, con un Conte 2-bis allargato al centro e ai nuovi “costruttori”, un tempo assai recente bollati come voltagabbana. Il “suo” centro che ha già una casa – il partito Insieme – le cui porte però non possono ancora essere spalancate fisicamente per questioni di opportunità politica (finchè è premier non può farlo) ma di cui il Presidente Conte ha certamente spiegato le potenzialità nei tanti incontri e contatti avuti in queste settimane. Ancora ieri mattina, prima del discorso alla Camera, Conte e Di Maio hanno ricevuto a palazzo Chigi una ventina di ex 5 Stelle per vari motivi cacciati e allontanati nel tempo dal gruppo parlamentare per spiegare loro “i buoni motivi per rinnovare la fiducia a Conte”.  E’ una trattativa laterale che ha portato qualche buon frutto visto che tre di loro – Ermellino, Fioramonti e Colletti ancora è nel gruppo nonostante varie e numerose diffide – hanno votano la fiducia. “Manca qualità nella squadra di governo e anche questa nuova avventura fallirà perché la crisi è nel movimento” ha attaccato Colletti. “Ho apprezzato - ha osservato Fioramonti - che lei, Presidente, abbia detto che si volta pagina. Quindi ora mi aspetto un nuovo governo e un nuovo programma. E un nuovo Recovery Plan: quello che ho visto non ha visione nè strategia”. Critiche dure. Ma le visite del mattino hanno sortito effetti visto che entrambi hanno votato la fiducia.

Il discorso & i “volenterosi”

Dopo aver elencato le cose fatte, rivendicando meriti (“abbiamo affrontato la tragedia e la sfida della pandemia”) e successi (al netto di due domande retoriche “abbiamo sbagliato qualcosa? Potevano fare meglio?) e mettendo in punti quello che sarà “il programma del nuovo patto di legislatura” che in realtà è lo stesso che attende di essere realizzato dall’autunno, Conte certifica e promette che “adesso si volta pagina perché il Paese merita un governo che lavora”. Per farlo chiede i voti a chi è interessato e promette qualche posto nel governo o nelle infinite opportunità che si aprono nelle prossime settimane tra nomine e incarichi vari. “Serve un governo di volenterosi – dice Conte -  di uomini e donne disponibili ad evitare egoismi e mantenere elevata  la qualità della politica”. L’idenkit del novello “volenteroso” comprende “chi vuole modernizzare le strutture e le infrastrutture del paese”, chi ha “idee e progetti per contribuire a questa prospettiva”. “Si faccia avanti – dice proprio così il premier – chi è contro le derive nazionaliste e sovraniste”. La nuova squadra di governo, assicura, “ha già una solida base di dialogo tra Pd, 5 Stelle e Leu” e per darle “maggior appoggio e sostegno” vanno bene “europeisti, liberali, popolari, socialisti, enclave linguistiche”. Rassicura tutti Conte. “Qualunquemente …Cetto c’è” è il commento sprezzante (la citazione è del personaggio Cetto la Qualunque, politico di lungo corso nel sud Italia) il riferimento di un gruppetto di senatori di centrodestra in trasferta a Montecitorio per assicurarsi la prima del discorso del premier. Promette quello che ha: i due ministeri e il posto da sottosegretario lasciati liberi da Italia viva e la tanto discussa delega all’intelligence che Renzi gli contesta da mesi. Con qualche ragione, quindi. E promette anche quello che non ha: una legge elettorale di tipo “proporzionale” come da tempo gli chiede il Pd ma che però non è nelle disponibilità del Presidente del Consiglio bensì del Parlamento come gli faranno notare nelle dichiarazioni di voto tutti i gruppi di opposizione “Costruiamo un nuovo vincolo politico” è la promessa del premier che in conclusione si lancia persino in un “W l’Italia”. 

Mai citato Renzi

Ignorato Matteo Renzi che lo ha portato in aula “a dover spiegare una crisi di cui non riesco a ravvisare alcun plausibile fondamento”. Nessuno onore delle armi per chi, come dicono tutti nei vari interventi, da destra, da sinistra e dal centro, ha avuto ragione su tutti sui temi. Nessuno riconosce al senatore Renzi il fatto che, senza “i suoi famigerati metodi”, poco o nulla sarebbe stato ottenuto. Perché in questi mesi, con le buone notizie, nulla infatti è stato ottenuto. Italia viva è appena nominata in 50 minuti di intervento. E quando lo fa, arriva il rumore secco e perentorio di una porta chiusa in faccia. “Restano senza spiegazione alcuni attacchi scomposti, pretestuosi e ogni volta reiterati di Italia viva nonostante il miglioramento della bozza del Recovery plan”.

Eppure Italia viva lascia fino in fondo la porta aperta cercando di spiegare i veri motivi di una crisi “che non si manifesta oggi ma consuma l’azione di governo ormai da mesi”. Prima ci prova l’ex sottosegretario Ivan Scalfarotto: “Se c'è da creare un governo migliore, noi non abbiamo nessuna pregiudiziale sui nomi. Abbiamo accettato che il capo di questo Governo fosse uno che ha governato con la Lega fino al giorno prima, figuriamoci se oggi mettiamo un veto su di lei. Ma chiediamo di muoversi, di darci risposte, una visione, una direzione, una strategia. Se questo c’è, noi ci siamo”. Poi tenta di nuovo Ettore Rosato, il presidente di Italia viva. “Ma voi pensate davvero che il problema del governo si chiami Matteo Renzi? No, sono le cose che non funzionano, e sono tante e non si risolvono con un partner in più o in meno nella maggioranza, non serve il tatticismo: noi abbiamo teso una mano perchè ci consideriamo dei costruttori, abbiamo fatto chiarezza in una situazione di stallo non più sopportabile, ora sta a voi decidere se aprire un confronto fino in fondo sui contenuti o sui nostri caratteri. Sta a voi capire se da una crisi si esce in maniera più forte o più debole”. Rosato critica a Conte il fatto di aver fatto “l’elenco dei successi del suo mandato senza averci messo accanto quello dei problemi”. Il decreto Semplificazioni, oltre a non aver aperto neppure uno dei 66  cantieri per un valore di 58 miliardi come promesso da luglio perchè non sono stati nominati i commissari, “ha visto approvato un decreto delegato su 37”. I decreti Ristori vedono approvati 100 decreti attuativi su 300. Poi ci si chiede perchè non arrivano o non funzionano.  “A noi non spaventa l’opposizione  - precisa Rosato - anche da lì faremo sempre il tifo per l’Italia. Ci spaventa che nel suo appello c’è la matematica e non la politica”.

Il gruppo di Tabacci al posto di Iv

I motivi della crisi emergono invece in modo assai chiaro nel dibattito e nelle dichiarazioni di voto. Dai banchi delle opposizioni, di qualche 5 Stelle, di Bruno Tabacci che con il suo “Centro democratico” rischia di piazzare nel giro di pochi giorni i suoi “tabaccini” al posto dei renziani. Erano in 4 fino a prima della crisi.Ora sono già undici e, nelle prossime ore, potrebbe arrivare a venti, il minimo per fare un gruppo parlamentare. Tra loro molti ex 5 Stelle. Tabacci, che pure crede in un nuovo partito di centro e nel partito di Conte,  però è persona troppo esperta per fidarsi di un governo nato da una semplice somma di numeri . Vuole di più, chiede “un vero impegno di legislatura e una seria prospettiva politica”. Chiede, in sostanza, le dimissioni di Conte e il passaggio al Quirinale per avere il terzo reincarico. Richiesta che anche il Pd rilancia fino in fondo sbattendo però sul muro di Conte. Il Conte ter sarebbe, in questo caso, molto più “sicuro e forte” di una Conte2-bis.

Il Barbatrucco di Giorgia

Il centrodestra, al netto di Renata Polverini, resta compatto e tiene tutte le pedine. Per ora almeno. “Mai la fiducia a Conte” e  “mai con un governo di sinistre”. Occhiuto e Gelmini per Forza Italia chiedono “le dimissioni di Conte”. Giorgia Meloni lo chiama sempre “avvocato Conte”: “Lei è stato prima populista, poi ortodosso europeista, prima di destra, poi di sinistra poi di centro, ma anche socialista e liberale. Prima a favore e poi contro l'immigrazione illegale, la Tav, quota 100...prima amico e poi nemico di Salvini, ma anche di Renzi e pure Di Maio. Qualsiasi cosa pur di rimanere dov’è”. Conte “Barbapapà” che fa “Barbatrucchi” per cui, si presenta per quello che “vuole ricostruire l’Italia dopo averla distrutta”. Perché, c’è il virus e la pandemia, ma, per dirne qualcuna, “l’economia non riparte, le aziende muoiono, i ristori sono ridicoli indennizzi e i cantieri non sono mai partiti”. Il capogruppo della Lega parla di “spettacolo immondo con Mastella talent scout”. I cori in aula chiedono le dimissioni di Conte, che la crisi passi dal Quirinale e dalle valutazioni del Capo dello Stato. Sgarbi, in aula avvolto in una sgargiante sciarpa rossa, la mette così: “Si dimetta e vada in Cina”. Nell’intervento infatti Conte  aveva messo sullo stesso piano la partnership dell’Italia con gli Usa e la Cina. Quasi fossero la stessa cosa.

Oggi il verdetto finale

 Dipende tutto, molto, da quello che succederà oggi al Senato. Il pallottoliere è fermo tra i 152 e i 155 voti a favore del premier. Il Magic Number è 161. Ma basta anche solo un voto in più per avere la fiducia. Anche su questi numeri c’è molta tattica: per tutto il giorno ieri c’è stato chi  ha tenuto volutamente bassi i numeri per poter esaltare meglio la “vittoria” di Conte. Lontani dalla maggioranza assoluta che però non è necessaria. Basta un voto in più. Motivo per cui Conte non è obbligato a passare dal Quirinale. “Oggi non ci siamo impegnati, domani (cioè oggi, ndr) è un altro giorno” promettono dalla Lega. Ci potrebbero esser altri cambi di casacca in corsa. Dopo Polverini, oggi al Senato potrebbe farlo il socialista Riccardo Nencini che, con il suo simbolo, ha dato a Renzi la possibilità di fare il gruppo al Senato.

La campagna acquisti di Conte

Di sicuro il Conte 2-bis da mercoledì deve cominciare a reclutare nuove forze in Parlamento. Le grandi manovre tra i gruppi partiranno nel fine settimana, una volta chiusa la crisi. La nuova maggioranza non è nè coesa nè stabile, che è il minimo sindacale per affrontare il Recovery plan e la pandemia.  Con i numeri attuali, è quasi impossibile lavorare nelle Commissioni.