[Il caso] Conte firma il Dpcm, divide l’Italia in tre e lascia il cerino in mano ai governatori. Che promettono battaglia

Il lockdown selettivo andrà avanti fino al 4 dicembre. I Presidenti di regione chiedono misure nazionali. I ministri Boccia e Speranza rispondono ai rilievi con una lettera in cui assicurano, come stabilito per legge, che le zone e i divieti scatteranno di volta in volta sulla base di criteri oggettivi e una volta “sentiti” i governatori. Oggi la prima lista. A rischio lockdown Piemonte, Lombardia, Calabria, Trento e Bolzano. Pronto anche il decreto Ristoro 2, un miliardo e 200 milioni per chi deve chiudere

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi

 

La firma è arrivata mezz’ora dopo la mezzanotte. Appena prima della chiusura dei seggi americani. Giuseppe Conte ha voluto “chiudere” il piccolo caso del Dpcm italiano prima di trattenere il fiato per lo spoglio americano dell’elezione politica più importante di sempre. Venticinque pagine, 12 articoli, le nuove norme saranno pubblicate in Gazzetta stamani, saranno operative a partire da domani 5 novembre  ed è previsto che restino in vigore fino al 4 dicembre. L’Italia sarà quindi divisa, come annunciato, in tre zone in base al livello di rischio (basso, medio, alto). Saranno 21 parametri scientifici a decidere se e quando una regione dovrà entrare o uscire da una determinata zona. E sarà il ministro della Salute con semplici ordinanze a comunicare ai governatori la promozione o la bocciatura. I presidenti di regione non hanno gradito. 

La lettera

“Destano forti perplessità e preoccupazione - ha scritto il presidente dei governatori Stefano Bonaccini nelle osservazioni - le disposizioni che comprimono ed esautorano il ruolo e i compiti delle Regioni e delle Province autonome, ponendo in capo al Governo ogni scelta e decisione sulla base delle valutazioni svolte dagli organismi tecnici”. A nome dei colleghi, Bonaccini ha spiegato come sia “indispensabile instaurare un contraddittorio per l'esame dei dati con i dipartimenti di prevenzione dei servizi sanitari regionali prima della adozione degli elenchi” delle aree a rischio.

In generale avrebbero preferito norme nazionali uguali per tutti per evitare l’onere e anche lo stigma di diventare, se e quando, una regione in zona rossa e di dover “chiudere” i propri concittadini con misure impopolari. Nell’ultima settimana, da quando palazzo Chigi ha iniziato a ragionare sull’ipotesi di chiusure selettive nel tempo e nello spazio, abbiamo assistito a una specie di scarica barile in cui governo e regioni si sono passati più e più volte il “cerino” della responsabilità delle chiusure. Ieri sera dopo l’ennesimo incontro iniziato alle 17 e concluso intorno a mezzanotte, è stato trovato l’accordo. I governatori hanno fatto numerosi rilievi tecnici al testo del Dpcm. Nella pausa di riflessione, tra le 18 e 30 e le 21, si sono confrontati a livello di giunta e di Consiglio regionale (lo ha fatto Eugenio Giani, presidente della Toscana) per condividere lo scenario che si troveranno davanti a partire da oggi. 

La rassicurazioni di Boccia e Speranza

La preoccupazione più grande riguarda la certezza di poter discutere e condividere prima della firma le ordinanze del ministero della Salute che decideranno in quale fascia saranno collocate di volta in volta le regioni. I ministri Francesco Boccia (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute) hanno assicurato con tanto di lettera che il coinvolgimento non solo è garantito ma previsto nel regolamento.  “In merito alla richiesta - scrivono i due ministri - di un necessario contraddittorio sui dati elaborati ed utilizzati secondo il procedimento descritto”  nel decreto e relativo alla classificazione del rischio nelle singole regioni “si rappresenta che il coinvolgimento delle Regioni e delle Province autonome è ampiamente garantito dalla partecipazione diretta delle stesse in seno alla Cabina di regia” sull'emergenza sanitaria “nonchè dall'iter procedimentale costruito che contempla l'adozione, da parte del Ministro della salute, delle relative ordinanze, sentiti i Presidenti delle regioni interessate”. Tra i rilievi presentati dalle Regioni, c’è anche la richiesta di soldi e risarcimenti per le attività economiche che dovranno chiudere. Nelle stessa lettera i due ministri assicurano che giovedì sarà approvato un nuovo decreto Ristori, il secondo in due settimane, per un valore di un miliardo e mezzo. Risorse che saranno “erogate immediatamente”. Il primo decreto ha messo a disposizione 5 miliardi e 400. Per nessuno dei due è necessario fare ulteriore debito. Sono soldi che il ministro Gualtieri ha trovato tra le pieghe del bilancio. 

“Un nuovo patto sociale"

C’è urgenza di applicare le nuove misure perché le curva epidemiologica continua a correre. Ieri sono stati 28.244 i nuovi contagi - una tendenza stabile - ma sono cresciuti i morti (253) e le terapie intensive (203) che hanno superato la soglia psicologica di duemila lei occupati. Prima e dopo il confronto con le regioni, il testo era stato analizzato e limato dai capidelegazione della maggioranza. Un vertice durato tutto il giorno tra pause e riflessioni. “Il Presidente vuole  che tutti i partiti della coalizione abbiano chiaro il senso del nuovo Dpcm in modo che non ci siano ripensamenti il giorno dopo. Dunque prendiamo tutto il tempo che serve” è la spiegazione filtrata da palazzo Chigi. La ministra Teresa Bellanova, capo delegazione per Italia viva, intravede nel nuovo Dpcm “una sorta di nuovo patto sociale”. Le chiusure selettive in base ai dati possono far scattare “un meccanismo virtuoso in cui ciascun cittadino e gli amministratori locali si sentono responsabilizzati nella lotta contro il virus”. 

Ma la gestione dei lockdown selettivi si annuncia complessa, ad alto rischio di disobbedienza locale e quindi inutile per abbassare la curva del contagio. Un esperimento analogo è già stato fatto da Johnson in Gran Bretagna nell’ultimo mese e mezzo. Ma è fallito miseramente: da domani anche l’Inghilterra dovrà tornare in lockdown nazionale. 

Coprifuoco alle 22

Il testo prevede alcune linee generali che si vanno ad aggiungere a quelle già in vigore dal 23 ottobre: il coprifuoco scatterà in tutta Italia a partire dalle 22 (il Pd le 20 e una bozza del Dpcm indicava le 21) per tutelare la ristorazione da asporto, una piccola grande vittoria di Italia viva appoggiata convintamente da Conte; chiudono musei e i centri commerciali ma solo nel fine settimana; a terra le navi da crociera. Le scuole restano aperte in presenza fino alla terza media. Le superiori tutte in didattica a distanza. Il trasporto locale potrà circolare ma con la capienza ridotta del 50%. Tornano purtroppo le autocertificazioni: si potrà entrare e uscire dalle regioni in zona rossa solo per motivi di salute, di lavoro e necessità. 

Tornano le autocertificazioni

L’Italia, come detto, viene divisa in 3 aree di rischio.  Dove il contagio è più diffuso e gli indici epidemiologici sono più critici (scenario 4, massima gravità) scatterà il lockdown come a marzo. Si potrà uscire di casa solo per andare a lavorare, per fare la spesa, per motivi di salute o necessità. E per fare attività sportiva individuale e per portare i bambini a scuola (in presenza fino alla prima media compresa). Vietato anche lo spostamento tra comuni.

Nelle zone “arancioni”, dove la curva epidemiologica è  compatibile con lo scenario 3 dell'Istituto superiore di sanità (elevata gravità) la serrata riguarderà anche bar e ristoranti per tutto il giorno ma non i negozi al dettaglio. Sono vietati gli spostamenti in entrata e in uscita dalle regioni e gli spostamenti tra i comuni. Si potrà però uscire, passeggiare e fare attività sportiva individuale. Nelle zone verdi la vita continuerà come adesso. In ogni caso, una tristezza. 

Oggi cominceranno i primi tavoli con il ministro Speranza perchè c’è urgenza di intervenire dove il contagio è più alto. Sono a rischio zona rossa Piemonte, Lombardia, Trento e Bolzano, la Calabria. Il viceministro Sileri spiega che solo oggi base ai dati dell’Iss sarà possibile avere un quadro chiaro dei territori a rischio lock down. E’ chiaro che la serrata può riguardare anche solo una porzione di una regione. In ogni caso la decisione dovrebbe essere oggettiva ed automatica in base  all'incrocio determinato da Rt e l'indice di rischio di ciascuna realtà regionale definito dai 21 parametri stabiliti dal ministero della Salute.

Basterà una manciata di giorni  per capire il successo o meno del lockdown selettivo.  In primavera, del resto,  fu reclamato dagli stessi governatori che ora invece chiedono divieti uguali per tutti. E più facili da far digerire. Ma se questa dovesse essere la strada per convivere col virus, c’è da chiedersi perchè non sia stata applicata subito, a giugno, appena siano usciti dal primo lockdown. I criteri e i 21 parametri sono stati fissati dall’Istituto superiore della Sanità il 30 aprile scorso. E sono disponibili da allora.