“My casa no es tu casa”: a sorpresa Giuseppe Conte si autoproclama capo politico del… Pd?

L'ex premier vuole ‘dettare la linea’ non solo al M5s ‘ma anche’ al Pd. Letta e molti parlamentari non ci stanno e reagiscono. Frizioni di un'alleanza che non gira

L'ex presidente del consiglio Giuseppe Conte a Napoli, per promuovere la candidatura a sindaco di Napoli dellex ministro Gaetano Manfredi
L'ex presidente del consiglio Giuseppe Conte a Napoli, per la candidatura a sindaco di Napoli dell'ex ministro Gaetano Manfredi (Ansa)

Un giorno vuole decidere lui chi deve vincere le primarie a Bologna (Lepore e non la Conti, nella fattispecie perché col primo ci si può alleare, per lui, e con la seconda no, sempre secondo lui) e manda cotanta lettera, almanaccando i pro e i contro al giornale della città, il Resto del Carlino. Un altro giorno spiega lui, ai 5Stelle locali che gli contestano la mancanza di democrazia interna nella scelta del candidato, in quel di Napoli, che “cara la mia consigliera (comunale, ndr.), cosa volevi fare? Votare su Rousseau? Bisogna adeguarsi alla realtà che c’è”. E la realtà, per lui, a Napoli si chiama Gaetano Manfredi, che in pratica l’ha scelto lui, non Letta. Un altro giorno ancora decide sempre lui che il candidato del centrosinistra in Calabria 1) deve venire “dalla società civile”; 2) “deve essere donna”; 3) “non deve essere un uomo del Pd”. Il Pd, invece di profferir parole, avere uno scatto di reni, mostrare un minimo di orgoglio e amor patrio, supino accetta, china la testa e dice ‘sì, buana’ o per non esser troppo offensivi ‘sì capo’. Ecco, la cosa magari farà anche un po’ ridere, ma resta il punto.

Il capo politico del M5s sceglie i candidati dem

Conte – non ancora eletto a nessuna carica, dentro i 5Stelle, manco iscritto al Movimento, tantomeno a una piattaforma on-line, non parlamentare e, oggi, soltanto ex premier (oltre che, si capisce, avvocato di chiara fama) – ha forse deciso di autoproclamarsi leader anche del Pd o quanto meno di sceglierli lui, anche per nome e per conto del Pd, i candidati ‘buoni’ alle prossime elezioni amministrative di ottobre? Il dubbio viene, in effetti, anche perché le reazioni – che dovrebbero essere di onore offeso – della dirigenza democrat sono deboli, vaghe, timide.

Tranne Roma e Torino – dove, però, guarda caso il Pd schiera due candidati deboli, Lorusso a Torino (uscito vincente ma con le ossa rotte, dalle primarie, causa bassa affluenza e pochi voti presi) e Gualtieri a Roma (forse manco riesce a vincere col 50% le primarie di domenica, contro il Carneade Giovanni Caudo, il povero Gualtieri, oltre che a fare un bagno di assai pochi votanti), in pratica i candidati del centrosinistra e del Pd li sta scegliendo lui, Giuseppe Conte, e non il Pd…

Nel Pd, certo, la mosca al naso a qualcuno salta. Anche perché le uscite scortesi e sgrammaticate di Conte iniziano a diventare troppe e petulanti. L’alleanza con il Pd? “Non è strutturale. Se c’è l’accordo bene, sennò non mi straccio le vesti” ha detto Conte a Napoli. “L’alleanza con il Pd? Si desidera, non si cerca” (sempre da Napoli, il bagno di folla lo ha gasato). Non contento, insiste: “La mia ambizione è di portare il M5s a diventare il partito di maggioranza assoluta”. Con tanti cari saluti alla vocazione maggioritaria dem. Insomma, competition is competition avrebbe detto Romano Prodi quando voleva far gareggiare primeggiare la sua creatura nascitura (l’Asinello, animale che poi subì una mutazione genetica e divenne la Margherita) con il Moloch del Pds-Ds. Non solo con gli avversari, dunque, ma tra alleati. Conte, però, sta iniziando a esagerare e nel Pd iniziano a prenderlo a male, il suo atteggiamento.

La giornata dell’Enrico Pride. Letta reagisce

Davanti a tante, troppe stilettate, Enrico Letta prova a mettere i puntini sulle ‘i’: “il Pd non ha mai avuto alcuna forma di sudditanza verso nessuno, tantomeno verso Conte e i 5Stelle. Il rapporto con loro rimane privilegiato, ma nessuno ha mai detto ‘senza di loro come farò’” irride, o almeno ci prova.  E, assai indispettito, ecco che l’alleanza (che fu) strategica ‘scala’ di posizioni, fino al terzo posto. Ora l’orizzonte di Letta è: rafforzare il partito, costruire il ‘campo largo’ del centrosinistra, favorire l’alleanza con i 5Stelle. Poi prova a distinguersi pure sul piano sociale: “Conte si rivolge al ceto medio, noi siamo un partito interclassista. Anzi, un country party” (sarebbe il ‘partito della Nazione’ di Renzi, ma Letta preferisce declinarlo in inglese, non sia mai qualcuno voglia dire che stia copiando Renzi, il quale, peraltro, a sua volta ‘copiava’ Reichlin), che però è anche un modo come dire: siamo tutto e siamo niente, interclassisti, e pure assai confusi. Ma i mal di pancia crescono soprattutto nella truppa parlamentare, assai poco lettiana di suo.

Da ‘o Conte o morte’ alla ‘competition’

Lontani i tempi in cui l'avvocato pugliese era considerato dai vertici del Nazareno (Zingaretti, Orlando e, ovviamente, Bettini)“un fortissimo punto di riferimento di tutti i progressisti”, l'incontro con l'ambasciatore cinese disertato all'ultimo istante mentre era in corso il G7 e il tentativo di accreditare il Movimento come l’asso pigliatutto del centrosinistra infastidito non poco il Pd, facendo calare un forte gelo nei rapporti con l’M5s e con l'ex presidente del Consiglio.

Ritenuto troppo "ondivago" sulle relazioni internazionali e "irritante" nel modo di proporsi come "il nuovo De Gasperi", interlocutore privilegiato di moderati e ceto medio a scapito del Pd, Conte appare in caduta libera nel gradimento democratico. Con Enrico Letta costretto in qualche modo a prendere atto di un cambio di temperatura che frena gli slanci e gli abbracci fraterni e aumenta il tasso di rivalità con Conte. “Tra forze diverse è normale che ci sia competizione, c'è anche tra partiti che sono da anni nella stessa coalizione, come dimostra quel che accade nel centrodestra”, si alzano le braccia al Nazareno. “Per il Partito democratico lo schema è quello del 14 marzo”, giorno in cui l'attuale segretario è salito sulla tolda di comando: “Nessuna sudditanza. Prima il Pd, prima la coalizione di centrosinistra. Poi il cantiere aperto con 5 Stelle che, appunto, è un cantiere, un percorso” ribadiscono gli uomini del segretario.

Un cantiere, però tutto ancora da verificare: sui temi e sulle strategie, la cui compatibilità sarà valutata con grande attenzione, specie in materia di politica estera. Sull’alleanza con la Nata e la partnership Ue non sono ammesse discussioni, dubbi, ripensamenti. Le fobie ‘pro-cinesi’ e anti-democratiche dei grillini (da Beppe Grillo in giù) non sono prese in considerazioni neppure per scherzo, o sotto forma di boutade. Vanno rispedite al mittente e la sola posizione ammessa, sull’argomento, per il Pd, nei 5Stelle, è quella di Di Maio, ormai diventato un super-atlantista.

E non è tutto. Se infatti l'ex premier giallorosso marca le distanze precisando che il M5S “guarda all'elettorato moderato” perché "ha un altro Dna", Letta replica deciso che invece "il Pd parla a tutti" e intende "recuperare l'ispirazione originaria interclassista che è stata alla base del country party di Andreatta". Il partito-Paese a vocazione maggioritaria. Una netta correzione di rotta rispetto a qualche mese fa, quando il leitmotiv era "o Conte o morte" (anche se i protagonisti di allora negano di averlo mai detto) e il sodalizio con i grillini una specie di ossessione. Per cui se oggi l'avvocato dice "ok al dialogo col Pd, ma se è impossibile non mi straccio le vesti", al Nazareno non si scompongono: vale il reciproco.

I malumori crescenti dei parlamentari dem

In Parlamento l'insofferenza è ancora più evidente. Specie dopo la scivolata sulla Cina.

Innanzitutto, se toccasse ai parlamentari del Pd scegliere chi, fra Conte e Di Maio, dovrebbe guidare i Cinquestelle in vista di una futura alleanza, a vincere il derby grillino sarebbe con gran certezza il ministro degli Esteri, non Conte.

"Noi sulle relazioni internazionali siamo chiari, non è che deflettiamo per inseguire un alleato", avverte Lia Quartapelle, che in segreteria è responsabile Esteri. "Conte non deve commettere l'errore di smentire se stesso per correre dietro a Di Battista: dopo aver guidato un esecutivo anti-europeista e filo-cinese con la Lega sembrava avesse capito, anche per merito del Pd, che non si può governare contro l'Europa e il sistema di alleanze tradizionali dell'Italia. Non si può cambiare idea continuamente". Altrimenti - è il sottinteso - il patto con il Pd se lo può scordare.

Più indulgente il decano dei senatori Luigi Zanda: "Conte bisogna capirlo, è da mesi in attesa di un investitura che fatica ad arrivare e sta cercando uno spazio. Perciò trovo significativo che, quando si è accorto della frittata, abbia deciso di non andare all'ambasciata cinese: ha compreso che era una cosa sbagliata nel giorno sbagliato. Incompatibile con la posizione della delegazione 5Stelle al governo, che mi sembra stabilmente leale nei confronti dell'alleanza euro-atlantica".

Uno iato che hanno notato in tanti. "Mi pare evidente che fra Di Maio e Conte esista un distinguo e noi apprezziamo il distinguo di Di Maio" graffia Enrico Borghi, responsabile sicurezza del Pd. Infastidito anche per l'atteggiamento di "supponenza" mostrato dall'ex premier nei confronti del Pd. "Forse non ha capito che noi faremo le Agorà, costruiremo la nostra identità, ricomporremo il campo del centrosinistra e poi, semmai, parleremo con il capo politico in pectore del M5S". Borghi, però, ha un doppio ruolo: uomo di fiducia di Letta in segreteria e membro di una corrente, Base riformista, da sempre scettica sull'alleanza con i grillini, che adesso è tornata alla carica a contestare la linea.

E infatti rincara: "Conte ha annunciato documenti programmatici e grandi riforme ma ancora non si è visto niente. Invece di continuare a dire 'io sono qui e sono il più bello del mondo' esca dalla nebulosa e ci faccia capire cosa vuole fare. Noi non aspetteremo a lungo che la nebulosa si trasformi dallo stato gassoso allo stato liquido. Non c'è mica solo Conte in questo Paese: ci sono tanti interlocutori, dentro il governo Draghi, con cui il Pd può dialogare". Chi, per esempio? "Per esempio, le forze moderate che non vogliono consegnarsi alla leadership della destra sovranista". L'avvocato del popolo è avvertito.

Persino Bettini, in fondo, lo aveva detto

Ma – notava in un retroscena pubblicato il 17 giugno sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli – “in tempi non sospetti Goffredo Bettini, che è stato il primo a teorizzare la necessità di costruire un rapporto tra Pd e 5 Stelle, aveva profetizzato: «Il Movimento sarà un nostro competitore-alleato». E così dicendo l’esponente dem aveva individuato il possibile doppio ruolo dei grillini rispetto ai dem. I dirigenti del Pd, però, si sono esercitati — e hanno litigato — solo sul tema dell’alleanza, trascurando il fatto che il M5S potesse ingaggiare una competizione con il Partito democratico”. Ora che mancano pochi mesi alle Amministrative quell’aspetto della possibile evoluzione del rapporto tra dem e grillini emerge con chiarezza. Come si evince da Giuseppe Conte, che spiega che il M5S, al contrario del Pd, si rivolge anche al centro.

Allo spirito competitivo del M5S, però, si aggiungono le difficoltà incontrate in molti territori nelle trattative sulle Amministrative. Accade così che l’alleanza, auspicata, vagheggiata, perennemente annunciata come prossima, adesso segni il passo. Del resto, è sempre Conte a dire «non mi straccerò le vesti laddove non sarà possibile stringere intese». E non è stato possibile in molte città importanti, come Milano, Roma e Torino. Non si faranno nemmeno gli apparentamenti al secondo turno, come pure in un primo tempo avevano sperato i dem. A Milano perché i grillini sono praticamente ininfluenti. A Torino perché il vincitore delle primarie Stefano Lo Russo è l’arcinemico di Chiara Appendino. A Roma perché anche Roberto Gualtieri, che finora aveva evitato di infierire troppo su Virginia Raggi, l’altro ieri ha annunciato: «Non vedo spazi per apparentamenti con i 5 Stelle».

“Eppure - ragionava ancora la Meli - una parte del Pd punta ancora a convincere almeno gli elettori grillini a sostenere i candidati dem al secondo turno. Francesco Boccia, per esempio, ammette di nutrire questa speranza: «Confido negli elettori ai ballottaggi». E anche Gualtieri ci sta facendo un pensierino: «Ci rivolgeremo anche agli elettori di Raggi». I quali, però, stando a un sondaggio commissionato dal centrodestra, sono pronti per la maggior parte a votare per Enrico Michetti. Se ciò non bastasse ci ha pensato la Appendino a troncare ogni speranza: «Al secondo turno i nostri elettori faranno ciò che credono. Le alleanze non si costruiscono in dieci giorni, sarebbe come uno scambio di poltrone». Poltrone – come candidati, consiglieri e liste – che il M5s vuole occupare eccome, a scapito di tutti gli altri. E anche a scapito del Pd. Finirà come Ds e Margherita, fratelli coltelli che finirono per fare un partito insieme (il Pd), come la Casa delle Libertà (dove ognuno faceva come gli pareva) o come socialisti e comunisti il cui ‘fronte popolare’ e ‘patto di unità d’azione’ resse il tempo di un paio di elezioni e poi si dissolse, portando gli uni a essere i peggiori nemici dei secondi (e viceversa) per cinquanta lunghi anni? Chi può dirlo. Oggi, la sicumera è solo di Conte.