[Il caso] Il silenzio operoso di Conte e Franceschini al lavoro sul piano B. Quattro scenari per il “dopo” election day

Premier e ministro si sentono spesso ma non rilasciano interviste da mesi e settimane e non si sbilanciano sui dossier importanti, dal Mes all’immigrazione. Si sono messi sulla riva del fiume e aspettano di vedere cosa succede. Il segretario dem manda messaggi chiari: “La mia leadership non è in discussione”. Ma poi deve smentire se stesso. Fino a chiudere per sempre con i 5 Stelle: “Con loro non è possibile alcuna convergenza”.

[Il caso] Il silenzio operoso di Conte e Franceschini al lavoro sul piano B. Quattro scenari per il “dopo” election day

Si sono inabissati insieme. Più o meno. Prima Dario Franceschini, il ministro della Cultura ma soprattutto il capo delegazione Pd al governo: non rilascia interviste “vere” dalla fine del lockdown. Un tempo infinito pur non essendo un chiacchierone. Dopo, molto dopo, il premier Conte: l’ultima intervista risale al 18 agosto ed è stata un’umiliazione visto che il Presidente del Consiglio aveva chiesto una prova di maturità al popolo e alla base 5 Stelle, “fate le alleanze a livello locale, è necessario per fermare le destre”. Le alleanze, specie nelle Marche e in Puglia sono saltate. Ed entrambe le regioni sono a rischio. Non solo: Di Maio che è stato il paladino delle alleanze locali, seppure a fasi alterne, da oggi sarà in Puglia a fare campagna per la candidata Laricchia. Dopo che le aveva fatto pressioni per lasciar perdere. Chissà, magari lo fischiano.

Al lavoro sul piano B

Insomma, il silenzio di Conte e Franceschini desta interrogativi e autorizza risposte.  Il ministro ha una capacità innata di annusare come evolvono le situazioni quando vanno in stallo. E a preparare i piani B. Non c’è dubbio che “l’alleanza strutturale Pd e M5s” di cui Franceschini e Conte sono stati i massimi sponsor sia naufragata.  Il piano B, compatibile con i risultati delle regionali e del referendum, consiste nel blindare la legislatura, mettere mano a un bel rimpasto nella squadra di govenro e dare vita al Conte ter. Dunque un silenzio operoso. Che cerca di mettere entrambi al riparo da improvvisi cambi di scenario, di programmi e di alleanze. E pazienza se questo vuol dire sacrificare qualcuno, la segreteria Zingaretti da una parte, i grillini riottosi dall’altra.

Torneranno anche a parlare insieme

E’ un fatto, anche, che Conte e Franceschini torneranno a parlare in pubblico più o meno insieme, il premier sabato sarà ospite alla Festa de Il Fatto quotidiano e domenica andrà a Cernobbio al Forum Ambrosetti. Franceschini dovrebbe intervenire al più tardi lunedì in Direzione Pd quando Zingaretti dovrà dire ai suoi che l’indicazione del partito è di votare Sì al referendum. “Abbiamo  avviato il cantiere delle riforme” ha rivendicato il segretario, legge elettorale al voto in aula alla Camera il 28 settembre, correttivi costituzionali (parificazione di elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato) in marcia. Ma pochi tra i suoi parlamentari sono convinti di votare Sì. “Diciamo tutti Sì ma poi voteremo No. E se lo conosco un po’, anche Franceschini farà la stessa cosa” diceva ieri una deputata del Pd fedelissima del ministro della Cultura. Sarà interessante sapere in che modo in Direzione Franceschini motiverà il Sì.

Il colpo di coda di Zingaretti

Nell’arco di tempo del loro silenzio, intanto, è come se entrambi, Conte e Franceschini, volessero avere le mani libere. Chiamasi fuori per vedere  cosa combinano “da soli” Pd e 5 Stelle alle prese con i rispettivi “congressi” e aggiustamenti interni. Da agosto in poi Zingaretti ha infilato, suo malgrado, una serie di errori: il fallimento delle alleanze per le regionali; il via libera a Ferruccio Sansa in Liguria che però i sondaggi bocciano senza appello; si è speso e ha messo la sua faccia per il Sì al referendum in nome della coerenza e del riformismo senza accorgersi che la sua base stava andando da un’altra parte; ha scritto una lettera l’altro giorno che è stato un grido di dolore e rabbia rivolto al suo partito, a cominciare da Franceschini. Ieri sera Zingaretti è arrivato a smentire se stesso. “La mia leadership non è in forse” avrebbe detto a Venezia. Poco dopo è arrivata la smentita del suo staff: “Mai fatta questa affermazione”. Sono gli indizi evidenti di una difficoltà. Che sempre in serata ieri sera ha visto un colpo di coda quasi liberatorio. La sindaca di Roma Virginia Raggi, candidata per un secondo mandato nella Capitale, ha detto peste e corna del Pd e del suo segretario ieri sera ospite a In Onda su La 7. Secca e a stretto giro la replica di Zingaretti: “L’unica verità detta questa sera da Virginia Raggi è che non è possibile alcuna convergenza con il Pd. Il resto è un’imbarazzante valanga di bugie di una persona che con egoismo e incompetenza ha fatto tanto male a Roma”. Suona come il requiem definitivo su ogni tipo di alleanza presente e futura. Un’alleanza che Zingaretti un anno fa ha subito e non cercato. Circa la subalternità politica ai 5 Stelle che molti imputano al Pd  (“in questo anno abbiamo fatto i portatori d’acqua” lo ha accusato ieri mattina il sindaco Gori), va detto che il capo delegazione del Pd al governo, colui che ha seguito l’agenda, è Franceschini e non Zingaretti.

Il caos nei 5 Stelle

In questi venti giorni di silenzio, Conte ha potuto assistere all’incapacità dei parlamentari 5 Stelle di avere una linea, un progetto, un’idea di paese. In poche parole una leadership. Vito Crimi, il capo politico in carica,  è ormai esautorato. Non stanno meglio i capigruppo di Camera e Senato. Senza andare troppo indietro nel tempo, basta vedere cosa è successo in appena tre giorni: la fronda sulla storia dei servizi segreti (la proroga dei vertici con il comma 6 al decreto emergenza/Covid), un provvedimento deciso da tutto il governo per sopperire a questioni tecniche a cui i parlamentari 5 stelle hanno detto No e poi messa a tacere in fretta e furia con la fiducia; ieri nuove fibrillazioni sul decreto Semplificazioni, riunione di gruppo al Senato, le critiche al ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d’Incà che “non comunica e non informa i parlamentari”. Oggetto del contendere sarebbero un paio di articoli del decreto Semplificazioni che non sarebbero stati concordati con deputati e senatori. Per non parlare delle norme che nei fatti bypassano tutto il codice degli appalti in nome della lotta alla burocrazia. “Domani voteremo compatti la fiducia” ha promesso il capogruppo Gianluca Perilli. L’appuntamento è stamani alle 11.

Win-win

L’unico che vince sempre in questa fase è Luigi Di Maio. E potrebbe non essere una buona notizia per Conte. L’ex capo politico  ha deciso di mettere la faccia su una cosa sola: la battaglia sul taglio dei parlamentari. A parte qualche parentesi come ministro degli Esteri - ad esempio l’incidente diplomatico con la Tunisia e la missione in Libia in queste ore - ruolo che Conte gli contende spesso, Di Maio posta ogni giorno messaggi sul taglio dei parlamentari. Probabilmente non sarà una vittoria facile come previsto ma sembra difficile che il Sì, senza il quorum, possa perdere. Così Di Maio avrà la carta in mano per cantare vittoria e nascondere quello che si annuncia con un bagno di sangue nel voto politico alle liste. Un sondaggio Demoscopea uscito in questi giorni dà il Pd fermo al 20,5 e i 5 Stelle in risalita al 19,9. E’ chiaro che quella del referendum, su cui Zingaretti si è appiattito in nome della coerenza, è una battaglia e una vittoria che non saranno mai riconosciute al Pd. Portatori di acqua: ecco cosa vuol dire. Stai a vedere che Zingaretti perde  referendum e regionali.

Quattro scenari per il dopo elezioni

Ciò su cui tutti i leader di maggioranza stanno riflettendo è il tema del rimpasto di governo perché è evidente a chiunque che così non è possibile andare avanti. E tutto si può permettere il Paese dopo il lockdown, con il virus ancora in giro e circa 300 miliardi in arrivo da Bruxelles, di restare immobile. C’è un punto fermo su cui  tutte le forze di coalizione concordano, da Renzi ai 5 Stelle: la legislatura va avanti fino al 2023. E' addirittura blindata se il Sì dovesse uscire vincitore dal referendum. L'opzione di un terzo incarico a Conte, il Conte ter, resta così sul tavolo in più scenari. Escluso solo nel caso in cui il centrosinistra dovesse perdere anche la Toscana e il pallottoliere dovesse fermarsi sul 5 a 1, cinque governatori al centrodestra e uno solo al centrosinistra, la Campania. "Sempre che si possa considerare De Luca uno di centrosinistra" osserva una deputata senior del Pd.

Sintetizzando possiamo dire che sono quattro gli scenari più probabili. Il più favorevole lascia le cose così come stanno, quattro regioni al centrosinistra e due, Liguria e Veneto, al centrodestra. Un sogno che neanche i più ottimisti nel Pd coltivano. Qualora si verificasse,a prescindere dai risultati del referendum e dalle perfomance delle liste 5 Stelle, il Pd andrebbe subito all'incasso: un corposo rimpasto, più spazio al Pd e a Italia viva e soprattutto una nuova agenda di governo che spazzi via una volta per tutte l'idea che "il Pd va a rimorchio dei 5 Stelle senza riuscire ad imporre la sua linea". In gergo, la famosa "subalternità". Conte resterebbe al suo posto e Zingaretti andrebbe a fare il vicepremier restando segretario.

Se finisce 3 a 3…

La scenario 2 è quello auspicato, al momento anche compatibile con i sondaggi,  e vede un 3 a 3, tre regioni al centrodestra (Liguria, Veneto e Marche) e tre al centrosinistra (Toscana, Campania e Puglia). "Voto utile e voto disgiunto" saranno le parole chiave in Puglia dove la candidata 5 Stelle è al 15%. Nello scenario 2, Zingaretti potrebbe riuscire a rinviare il regolamento di conti del congresso e ambire anche alla casella del vicepremier. "Un segretario di un partito di maggioranza fuori dal governo e dal Parlamento è troppo svantaggiato" si ripete da tempo al Nazareno.  Per ottenere questo però Zingaretti dovrebbe saper dimostrare che il Pd tiene la golden share della maggioranza. E che, tanto per cominciare "Conte chiede il Mes e ci portiamo in cassa quei soldi di cui abbiano un bisogno drammatico". Il gioco del rimpasto punta il suo mirino su tre caselle: Scuola, Infrastrutture, Lavoro. Il Viminale è stato blindato: è un posto per tecnici e il tecnico c'è già. Avanti con Lamorgese. Anche Conte se ne dovrà fare una ragione. Il premier piuttosto, potrebbe rinunciare alla delega ai servizi segreti, l'ultima vicenda con il voto di fiducia lo ha esposto troppo. Italia viva punterebbe ad un dicastero. Renzi ha detto in ogni modo di non voler essere coinvolto. C'è sempre il nome di Boschi ma spunta anche quello di Rosato.

Il  4 a 2

Lo scenario 3 vede un risultato di 4 a 2, cioè il centrodestra porta a casa la guida di Marche e Puglia. In questo caso Zingaretti  lascerebbe subito la segreteria. Il rimpasto sarebbe guidato più da Conte (anche lui vuole cambiare la squadra) e da Franceschini che dal Nazareno. Su cui si andrebbe ad aprire il congresso. E qui entra in gioco la squadra degli amministratori locali. La carta vincente è il governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini e con lui una squadra di sindaci brillanti, da Gori (il primo a lanciare la segreteria Bonaccini) a Nardella, da Valeria Mancinelli e De Caro e tanti altri. Oltre a cambiare classe dirigente, Bonaccini dovrebbe anche riuscire a riportare a casa gli scissionisti, da Renzi a Calenda, per rimettere il partito sulla strada del riformismo vero. Imbarcando, perchè no, chi ci sta dei 5 Stelle. Ma basta con le "alleanze strutturali".

E il 5 a 1

Lo scenario 4 è il più nefasto, per il Nazareno, il centrosinistra ma anche per Conte e Franceschini. Il Pd perde anche la Toscana che a questo punto avrebbe ancora più valore dell'Emilia Romagna. Tra Giani (csx) e Ceccardi (cdx) la distanza è breve. Ieri nuovi sondaggi (Emg-Acqua) hanno fatto tirare un sospiro di sollievo: Giani cresce e arriva al 44%, Ceccardi al 41,6. Decisiva, per Giani, diventa Italia Viva e + Europa al 7,5%. Il Pd al 31%. In questo caso entrerebbe in scena il governissimo o il governo tecnico.  Che spazzerebbe via tutti i ministri adesso in carica. Compreso Conte.