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La Consulta boccia la riforma Madia sulla Pubblica Amministrazione

La Consulta ha dichiarato illegittima la parte in cui prevede che la sua attuazione, attraverso i decreti, avvenga con il parere della Conferenza Stato-Regioni

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Marianna Madia
Marianna Madia

La Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della riforma Madia sulla P.A. nella parte in cui prevede che l'attuazione della stessa, attraverso i decreti legislativi, possa avvenire con il semplice parere della Conferenza Stato-Regioni o Unificata. Secondo la Consulta, che si è pronunciata dopo un ricorso della Regione Veneto, è invece necessaria la previa intesa. La pronuncia di legittimità riguarda le norme relative alla dirigenza, partecipate, servizi pubblici locali e pubblico impiego.

Consulta, per decreti serve intesa con Regioni

La Corte ha circoscritto il giudizio alle misure della delega Madia impugnate dalla Regione Veneto, lasciando fuori le norme attuative. "Le pronunce di illegittimità costituzionale colpiscono le disposizioni impugnate solo nella parte in cui prevedono che i decreti legislativi siano adottati previo parere e non previa intesa", si spiega nella sintesi della sentenza. In particolare, sono stati respinti i dubbi di legittimità costituzionale relativi alla delega per il Codice dell'amministrazione digitale. Le dichiarazioni di illegittimità costituzionale riguardano quindi esclusivamente le deleghe al Governo "in tema di riorganizzazione della dirigenza pubblica", "per il riordino della disciplina vigente in tema di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni", "di partecipazioni azionarie delle pubbliche amministrazioni e di servizi pubblici locali di interesse economico generale". La Consulta, guardando al futuro, sottolinea comunque che "le eventuali impugnazioni delle norme attuative dovranno tener conto delle concrete lesioni delle competenze regionali, alla luce delle soluzioni correttive che il Governo, nell'esercizio della sua discrezionalità, riterrà di apprestare in ossequio al principio di leale collaborazione".

La presa di posizione dei sindacati dei dirigenti pubblici

Immediata la presa di posizione dei sindacati dei dirigenti pubblici, la categoria più coinvolta dalla riforma. Dall'Unadis a Fedir, le principali sigle sono in fermento. La riforma Madia è "tutto da rifare, dunque. E domani la delega scade" incalza l'Unione nazionale dirigenti dello Stato attraverso il segretario generale Barbara Casagrande. "Dopo le numerose iniziative volte ad evidenziare le nostre preoccupazioni nei confronti di una Riforma inapplicabile, incostituzionale, che lede l'imparzialità della funzione amministrativa e ingenera incrementi dei costi all'esterno, adesso dobbiamo ragionare sulle azioni immediate a tutela della difesa della dirigenza" indica Casagrande. "Esiste un giudice a Berlino: qualcuno comincia a dire che la legge Madia è incostituzionale e, di conseguenza, lo è il decreto legislativo adottato ieri dal Consiglio dei Ministri, laddove non vi è una intesa con la Conferenza Stato Regioni (ma solo un parere)", sottolinea.

Fedir a Mattarella: "Non firmare il decreto sulla dirigenza"

Anche la Federazione dei Dirigenti e Direttivi Pubblici (Fedir), tramite il segretario nazionale Antonio Travia, spiega che il decreto sulla dirigenza, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri ma non ancora firmato da Mattarella, "non può essere firmato dal capo dello Stato per quanto riguarda i dirigenti delle Regioni e dei ruoli Professionali, tecnici e amministrativi del Ssn". Dunque, "tutto da rifare per questi dirigenti. Da rifare anche il decreto legislativo sui direttori generali, direttori amministrativi e direttori sanitari" dice Fedir che chiede a "Mattarella di non rendersi complice di Renzi di ulteriori illegittimità e quindi di non firmare il decreto Madia sulla dirigenza".

Madia convoca Cgil, Cisl e Uil

La ministra Madia ha convocato i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil per mercoledì 30 novembre su questioni connesse al lavoro pubblico. E' quanto si apprende da fonti sindacali. Sul tavolo c'è lo sblocco dei contratti nel pubblico impiego.

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