[L’analisi] I Cinque Stelle risucchiati dal teatrino della politica e bastonati dalle urne. Mentre Renzi fa vincere Salvini

Stanchi dei tira e molla di Palazzo, gli italiani individuano in una coalizione (il centrodestra) il soggetto più forte e più vicino a governare e lo premiano. Individuano in Salvini il leader che (almeno simbolicamente) ha fatto un passo indietro sulla leadership e lo premiano. Individuano in Renzi e Di Maio i leader che sono vincolati ad un fattore personale e li puniscono

Renzi, Salvini e Di Maio
Renzi, Salvini e Di Maio

Il teatrino non paga. E soprattutto, il teatrino della politica, delle dichiarazioni dal podietto e delle consultazioni al Quirinale, la danza immobile degli esploratori e dei mandati a trattare sub-condicio non paga per nulla. E fa male soprattutto alla forza teoricamente più antisistema della politica italiana, ovvero il Movimento Cinque stelle.

Verdetto amarissimo dalle urne

Alla fine, se quello delle regionali del Friuli Venezia Giulia può essere considerato un verdetto politico - e di fatto lo è - è un verdetto amarissimo per il partito di Luigi Di Maio e per il Pd di Matteo-Montecristo Renzi. È un risultato semplice, macroscopico e di facile lettura: la Lega nella sua versione più giovanilistica e accattivante, quella di Massimiliano Fedriga, aveva il doppio dei voti di Forza Italia il giorno delle elezioni politiche e adesso ne ha quasi il triplo.

Guerra civile nel Pd

Ma Forza Italia tuttavia, la traballante Forza Italia di questi mesi, era al 10% e adesso è al 12%, cresce anche lei. Il centrodestra in Friuli era all’opposizione e oggi ha la maggioranza assoluta con il 57%. Il Pd invece governava ed oggi è fuori concorso, all’opposizione, raccogliendo come coalizione il 26.8% e come partito il 18%. Questo senza che nelle urne si sia potuto registrare (ancora) l’effetto terremoto delle ultime parole di Renzi, quelle che hanno rotto una fragilissima tregua, e aperto una guerra civile nel disastrato Pd.

Renzi: il Pd c’est moi

Breve digressione sullo stato del partito: il messaggio lanciato ieri dall’ex segretario è stato semplice e chiaro. Niente governo con il M5s, il Pd c’est moi. Ma ha diritto Renzi a dettare la linea al Pd, facendo saltare il tavolo di una trattativa istituzionale, con una esternazione tv da Fabio Fazio che brucia la riunione dei gruppi dirigenti anticipandola? Nessuna legge glielo vieta, ma questo intervento confligge con quello che aveva dichiarato e chiesto un autorevole dirigente del Pd: lo stesso Matteo Renzi. Era stato l’ex premier - infatti -  a spiegare che non si sarebbe più occupato del partito, che ne abbandonava la leadership, che si sarebbe limitato a fare il senatore di Lastra a Signa.

Padrone del partito a qualsiasi costo

E il motivo per cui Renzi aveva dovuto fare queste promesse (tradite, come tante altre, anche se questo importa relativamente) era stata proprio la rovinosa sconfitta elettorale del suo partito. Renzi si era dimesso perché così accade in tutto il mondo dopo una sconfitta, e non poteva essere altrimenti, ma adesso non riesce ad andarsene perché si considera il padrone del Pd qualsiasi cosa accada. Allora perché non tornare direttamente leader del partito, assumendo direttamente la segreteria?

Di Maio nella trappola di Renzi

La comparsata da Fazio tuttavia - e qui torniamo ai Cinque stelle - ha sortito l’effetto desiderato dal capo tribù: ha fatto saltare i nervi a Di Maio, che ieri ha gettato la spugna del dialogo con una dichiarazione furibonda, senza attendere la direzione del Pd (e ha fatto male, perché è stato come cadere in una trappola). Renzi voleva provocare il suo fallo di reazione è ci è riuscito: ha acceso gli entusiasmi dei nostalgici dei fedelissimi che esultano per il fatto di avere di nuovo una linea di battaglia netta e chiara. Che la posizione sia forte non c’è dubbio. Ma che sia la migliore per recuperare voti è altrettanto dubbio. Perché il Matteo che tornava a parlare come se fosse di nuovo in campagna elettorale cominciava un malinconico sapore di deja vù: si capisce che muore dalla voglia di tornare in campo, di rigiocarsi la partita, senza sapere che ci sono partite che anche se le ripeti mille volte sei comunque destinato a perderle.

Vincitori e perdenti

Così, dal Friuli Venezia Giulia arrivava questa istantanea mossa ma vivida: stanchi dei tira e molla di Palazzo gli italiani individuano in una coalizione (il centrodestra) il soggetto più forte e più vicino a governare e lo premiano. Individuano in Salvini il leader che (almeno simbolicamente) ha fatto un passo indietro sulla leadership e lo premiano. Individuano in Renzi e Di Maio i leader che sono vincolati ad un fattore personale e li puniscono. Qui andrebbe aggiunta una appendice per il capo politico del Movimento 5 stelle: in campagna elettorale il suo mix di lotta e di governo si è rivelato perfetto. Di Maio si è trascinato dietro tutto il popolo storico pentastellato e ha conquistato ben due milioni di voti al Pd. Ma oggi, l’indubbia capacità tattica sta diventando un handicap, una trappola in cui ci si può incartare.

I due forni incompresi

Il popolo della protesta che aveva affidato il suo consenso a Di Maio per vincere, non è in grado di capire tutti i bizantinismi della sua difficile posizione negoziale, il passare da un forno all’altro da una settimana all’altra. Il M5s in Friuli Venezia Giulia passa dal 24% di due mesi fa all’11.7% del candidato e - addirittura! - al 7.1% della sua lista. Un voto su due in meno, o addirittura una voto su quattro a seconda di come si vuole leggere il dato. Una bastonata in testa. Un crollo troppo brusco per poter essere spiegato con la semplice specificità del voto regionale. Alle fine Matteo Renzi, dopo la sua esternazione contro il M5s stelle, dovrà spiegare ai suoi fan che con il muro contro muro tra i due poli litiganti si ottiene un unico clamoroso risultato: far vincere il terzo che gode, cioè Matteo Salvini. E Di Maio dovrà trarre una amara conclusione: o ritorna fuori dal Palazzo, o rischia di rimanerci prigioniero.