Centrodestra avanti ma Salvini arranca dietro Meloni. Flop M5s e Pd primo partito. Ma c'è una sorpresa
L'analisi del voto delle amministrative dice che la vera sorpresa è la nascita di un polo di centro: i buoni risultati di Renzi, Calenda e dei totiani
Dei 22 capoluoghi di provincia e 4 di regione chiamati alle urne per questa tornata elettorale delle amministrative in 15 andranno al ballottaggio e gli altri otto invece vedono un risultato pressoché definito a spoglio ancora in corso. E sono Genova, (Bucci) Palermo, (Lagalla) l'Aquila (Biondi) e Padova (Giordani), Taranto (Melucci). Nelle prime tre è il candidato del centrodestra ad essere eletto al primo turno, mentre a Padova e Taranto vince il centrosinistra. E poi ci sono La Spezia dove si conferma il sindaco uscente di centrodestra Pierluigi Peracchini e Pistoia anche qui una riconferma per il centrodestra con Alessandro Tomasi. A Oristano nonostante lo scrutinio sia appena iniziato il candidato di centrodestra (Sanna) è già ampiamente sopra il 50%. Infine a Messina si afferma un candidato civico Federico Basile anche se le sezioni scrutinate sono solo 12 su 253.
Ragionando, a tarda sera di ieri, sui dati ufficiali (ma non ancora definitivi) e non sulle proiezioni, il dato più interessante per le sfide del ballottaggio che si terranno tra 15 giorni è quello di Verona dove il candidato del centrosinistra, l'ex calciatore, Damiano Tommasi, a sorpresa è risultato il più votato (39%) anche se nella città veneta il centrodestra si è diviso con due candidati, Sboarina e Tosi, di cui il primo andrà al ballottaggio partendo dal 32%.
Per avere un'idea di come cambierà la geografia politica bisogna ricordare che tra le città capoluogo 16 erano governate dal centrodestra (Alessandria, Asti, Catanzaro, Como, Frosinone, Genova, Gorizia, L'Aquila, La Spezia, Lodi, Monza, Oristano, Piacenza, Pistoia, Rieti e Verona), 4 dal centrosinistra (Cuneo, Lucca, Padova e Palermo), 2 da coalizioni civiche (Belluno e Parma), mentre 4 erano comuni commissariati (Barletta e Taranto dopo un voto di sfiducia, Messina e Viterbo a causa delle dimissioni del sindaco).
Un bilancio sul voto per partiti e coalizioni
Dove corre unito, il centrodestra vince. Diviso invece arranca e regala al centrosinistra la possibilità di trovarsi in vantaggio in sfide che sembravano in salita, come ad esempio Verona. E' questa la fotografia che offrono i primi risultati del voto amministrativo. Ma non basta, perché questa tornata elettorale segna anche nuovi equilibri all'interno delle coalizioni. Fratelli d'Italia supera la Lega nei voti di lista mentre nel campo largo di centrosinistra sembra sbilanciarsi ancora di più il rapporto tra Pd e Movimento. Il Pd tiene, decisamente molto meno i pentastellati, un flop che spinge più di qualcuno tra i dem e non solo (Matteo Renzi lo dice apertamente) a chiedere che si riapra il dossier alleanze in vista delle elezioni politiche delle 2023. Occhi puntati, infine, come vedremo, sui risultati dei partiti di centro, Italia Viva ma soprattutto Carlo Calenda.
In attesa dei dati definitivi c'è però un dato inconfutabile e riguarda il flop dei referendum sulla giustizia. L'affluenza per la consultazione sui cinque quesiti referendari, tenutasi lo stesso giorno delle amministrative, è la peggiore della storia repubblicana. E Salvini ne porta la colpa principale, tanto che il ‘processo’ è già iniziato, internamente alla Lega, su come ha condotto la campagna elettorale (male) e sulle sue gaffes e incidenti diplomatici che l’hanno sporcata (Russia).
Ma se il mancato raggiungimento del quorum e la bassa affluenza per i referendum erano dati quasi scontati, l'esito delle amministrative segna un cambio di passo nella definizione dei rapporti di forza in vista delle politiche. A pesare sarà inevitabilmente la legge elettorale e la possibilità o meno di modificarla in senso proporzionale. Chi prova ad ostentare sicurezza è proprio Matteo Salvini: "La Lega è il collante della coalizione", dice l'ex ministro che non ha dubbi: "Il centrodestra vince solo se unito". Prova ne è il risultato di Palermo e di Genova e l'Aquila a differenza di Verona e Catanzaro, ma dove la coalizione divisa dovrà andare al ballottaggio. Ma, se è vero che il centrodestra tiene, la vittoria ha il sapore amaro, almeno a via Bellerio. Dai primi dati emerge infatti che la Lega viene sorpassata da Fratelli d'Italia, primo partito della coalizione al Nord. I risultati ancora parziali evidenziano come Fdi a Genova sfiori la doppia cifra rispetto alla Lega. A Parma il partito della Meloni vola oltre il 7% e complessivamente ottiene più di Lega e Fi sommate insieme. A Piacenza la Lega perde quasi sei punti, mentre Fdi passa dal 7 al 12%. Sorpasso anche in Toscana, dove ad esempio a Lucca, Fdi supera il tandem Lega-Fi ottenendo il 13%. Numeri che consentono alla Meloni non solo di dirsi "soddisfatta", ma di mettere in chiaro come sia il suo partito il "traino" del centrodestra. Non solo, per la leader di Fdi le urne consegnano un risultato evidente e cioè il ritorno ad un "sano bipolarismo".
Felice anche il Partito Democratico: "il giudizio è decisamente positivo e sarà anca più positivo ai ballottaggi, "dice Enrico Letta. "Siamo il primo partito da Nord a Sud", esulta Francesco Boccia. Scorrendo i primi dati infatti i dem ottengono il primato a Genova con il 21% a Parma guadagnano circa 10 punti, a Padova sfiorano il 22%. Il centrosinistra vince a Lodi a Padova, a Parma vanno al ballottaggio così come a Verona solo per citare alcuni casi. I volti sono più tirati però quando il discorso si allarga alle alleanze. ll cosiddetto campo largo fa fatica ad ampliare il perimetro, anzi, le urne consegnano una vera e propria battuta d'arresto dovuta al flop del Movimento Cinque Stelle che nelle città dove ha presentato il simbolo ha registrato percentuali ben lontane da quelle precedenti. Per citare un paio di casi a Genova M5s passa al 18,4% a poco più del 4%, a Parma non si è presentato, a Padova prende poco più dell'1%: "I dati non ci soddisfano", dice senza tanti giri di parole Giuseppe Conte che però rassicura sulla tenuta dell'alleanza con i Dem: "Un'azione congiunta non può essere compromessa da questa tornata elettorale". Che il tema delle alleanze rappresenti la prossima sfida non è un mistero.
Ed è il cosiddetto terzo polo l'interlocutore con cui fare i conti: "Se fossi ancora un dirigente del Pd mi porrei il tema di fare un'alleanza con il centro riformista e non con i grillini", dice Matteo Renzi. Numeri alla mano invece Carlo Calenda quantifica la nuova area politica intorno al 20%.
Sta per nascere un nuovo grande terzo polo? I buoni risultati di Renzi, Calenda e dei totiani
La vera novità delle elezioni amministrative, però, è che è nato il terzo polo e potrebbe essere la sorpresa della tornata elettorale del 2022, considerando che a ottobre si voterà anche in Sicilia, tipica terra dove nascono tali esperimento e dove Palermo ha fatto già da battistrada, con una candidatura che potrebbe incunearsi tra quella di Musumeci di Lega-FdI e quella del nome che uscirà dalle primarie del centrosinistra. Il fronte dei centristi - che va da Azione a + Europa passando per Italia viva – intanto, tornando ai 26 capoluoghi di provincia che hanno votato ieri, la spunta tra i litiganti a destra e quelli a sinistra e segna un colpo inaspettato. In particolare, fa l'exploit a L'Aquila dove il candidato Americo Di Benedetto arriva secondo con il 23% dei voti - dati provvisori - staccando anche la sfidante del Pd, Stefania Pezzopane. A Palermo sfiora il 15%, altrove supera il 10%. E ora che si sono contati, i centristi vogliono contare. Consapevoli di poter diventare l'ago della bilancia alle politiche del prossimo anno e senza reverenze. Anzi, con lo stile di Matteo Renzi gettano l'amo al Pd: "Se fossi ancora un dirigente del Pd - azzarda l'ex segretario Dem - mi porrei il tema di fare un'alleanza col centro riformista anziché coi grillini". Partito che Renzi sfotte a tal punto da ‘prevedere’ il sorpasso (in discesa, ovviamente) di Iv sul M5s alle politiche, dati i disastrosi risultati elettorali di questi ultimi.
Gongola pure Carlo Calenda che quantifica così la performance: "La nostra è un'area del pragmatismo e della responsabilità che vale dal 10 al 20% a seconda dei Comuni".
Alla prima prova elettorale fuori dalla Capitale, l'ex ministro dimostra che il quasi 20% raggiunto da candidato sindaco a Roma l'anno scorso, non era un caso. "Abbiamo intercettato un'area di italiani che si è rotta le scatole di una sinistra con 5 Stelle e i Verdi del no a tutto e dall'altra una destra spaccata su tutto", spiega. Il nuovo schieramento rivendica il suo 'pedigree' fatto di concretezza e sostegno alla maggioranza e al premier Draghi, restando lontanissimo da populisti e sovranisti. E guardando al futuro si definisce un polo "forte e in crescita". La palla passa ora al Pd e chissà che il campo largo fallito con i 5 Stelle, prenderà corpo con il nuovo centro, vista la dote di voti che potrebbe portare tra un anno. Glissa per ora Enrico Letta insistendo sulla necessità di un campo progressista come "unico argine alle destre". Ma Calenda non ci sta e ribatte: "Enrico, non è una proposta politica. Dopo una legislatura dove tutti si sono alleati con tutti e Salvini ha governato con il tuo alleato Conte, è davvero poco credibile".
In attesa di una decisione, è evidente che i centristi tenteranno il pressing alla luce del flop elettorale dei 5 Stelle. A infierire è soprattutto Renzi che più della "vittoria sostanziale del centrodestra", riconosce che il voto ha segnato "la fine del grillismo". L'ex premier rivendica il ruolo "decisivo" di Iv nell'elezione al primo turno di tanti sindaci, "da Bucci a Genova fino a Giordani a Padova". E cita il "risultato splendido di Cosimo Ferri a Carrara (17%)". Idem a Palermo dove Fabrizio Ferrandelli (sostenuto da Azione) è terzo con oltre il 14%, dopo Roberto Lagalla del centrodestra in testa al 48% e Franco Miceli del Pd col 28. E a riconoscere il merito al candidato di Azione è Gianfranco Miccichè: per il leader di Forza Italia in Sicilia "Ferrandelli da oggi è un soggetto politico con cui bisogna dialogare". Terzo posto pure per Dario Costi a Parma che incassa il 12% nella città che fu terra di conquista del Movimento dieci anni fa. "Ha fatto un grande risultato - si vanta Calenda - Ma qualcuno mi deve spiegare come ha fatto a votare un signore che ha patteggiato per corruzione e concussione come sindaco di quella città", riferendosi a Pietro Vignali dietro Michele Guerra del centrosinistra. Ma al di là delle polemiche locali, resta il punto: i moderati diventano sempre più indispensabili. Se ne sono accorti a sinistra, causa il crollo del M5s, e infatti il Pd chiede di “smetterla con i veti” (quelli di Renzi e Calenda contro i pentastellati), ma se ne stanno accorgendo pure nel centrodestra da dove Gaetano Quagliariello, segretario di Idea-Italia al centro e collegato a Cambiamo di Toti, dice: “I dati offrono già delle indicazioni piuttosto chiare sia sul quadro politico che sulla prestazione elettorale di 'Italia al Centro', che alla sua prima prova si avvia a celebrare un clamoroso successo. Dalle nostre liste dei capoluoghi di regione come Genova, L'Aquila (entrambe determinanti per la vittoria al primo turno) e le due liste di Catanzaro (determinanti per arrivare al ballottaggio), a importanti città e capoluoghi di provincia si evidenzia un radicamento che è decisivo per una coalizione altrimenti spesso in grande difficoltà, ed è anche un unicum nel panorama delle forze che sui diversi fronti gravitano intorno all'area centrale dello schieramento politico. E si evidenzia altresì una linea politica che si è rivelata convincente e vincente. Si tratta di un patrimonio di idee, classe dirigente, credibilità e presenza territoriale dal quale da oggi in poi non si potrà più fare a meno” – come a dire: Salvini e Meloni siete avvisati…
Salvini e Meloni se le danno. Il caso Sicilia
Resta forte e alta la tensione nel centrodestra, però, malgrado i successi registrati al primo turno in città importanti, prime tra tutte Genova e Palermo. Una tensione che riporta in prima fila il tema della leadership e la spinosa polemica tra Fdi e i suoi alleati sul futuro del governo. E una Giorgia Meloni forte dei risultati ottenuti dal suo partito sfida apertamente gli alleati chiedendogli di abbandonare il governo Draghi.
Ma scoppia la bufera anche sulla ricandidatura di Nello Musumeci alla Regione Sicilia. Ipotesi bocciata dall'azzurro Gianfranco Miccichè, ma rilanciata con forza da Fratelli d'Italia: "Sulla Sicilia - ha commentato Giorgia Meloni – ho letto delle dichiarazioni da parte di altri assolutamente fuori luogo. Non diamo aut aut, non ne diano altri". Quanto al leader della Lega, Matteo Salvini, sceglie di minimizzare un risultato deludente che vede la Lega in forte calo, soprattutto nel nord. La sua leadership rischia di traballare di fronte al fatto che Fratelli d'Italia, in molte ex roccaforti leghiste, soprattutto in Lombardia, hanno spesso doppiato il suo partito. E già si preannuncia un duro chiarimento interno: molti leghisti com'è noto non hanno gradito la vicenda del viaggio poi sfumato a Mosca. Ma tutto viene rinviato a dopo i ballottaggi.
Ieri il federale di Via Bellerio è stato dedicato all'economia e alla crisi: assente Giancarlo Giorgetti per motivi di salute. Insomma, quello che è chiaro è che i conti veri saranno fatti a bocce ferme, tra due settimane.
Giorgia Meloni coglie la palla al balzo per chiedere platealmente ai suoi alleati di abbandonare la maggioranza, dicendosi pronta di andare al governo "se lo vorranno gli
italiani". Dopo il flop dei Cinque Stelle, secondo la Meloni, il Parlamento e il governo non rappresentano più il Paese reale. Ma l'affondo è rivolto a Salvini e Berlusconi: "Fossi in loro lascerei l'esecutivo", dichiara in una affollata conferenza stampa a Via della Scrofa. Un modo con cui l'ex ministro della Gioventù allarga il solco già amplissimo tra lei, leader dell'opposizione, e il cosiddetto "centrodestra di governo". Meloni va oltre, chiedendo ai suoi alleati di non pensare neanche lontanamente a una eventuale riforma elettorale proporzionale. La sua lettura del voto è chiarissima: gli elettori premiando Fdi le hanno affidato il ruolo di "traino" di un centrodestra orgoglioso "alternativo alla sinistra", rilanciando quello che le definisce "un sano bipolarismo". Un modo elegante per dire che nessuno, a partire da Forza Italia, possa nemmeno immaginare di avere possibili piani B, di corteggiare l'area centrista. Alcuni "patrioti" pensano che Fi e Lega, pur di ostacolare la sua marcia verso Palazzo Chigi possano rilanciare l'ipotesi di una federazione in grado di minacciare il suo successo elettorale. Se ne parla da tempo, ma spesso la politica non premia fusioni fatte a tavolino: un dubbio che attanaglia tanti azzurri che non vedono di buon occhio la prospettiva di essere semplici portatori di voti a Matteo Salvini. Infine, anche Forza Italia è alle prese con un profondo malessere interno. Gianfranco Miccichè, euforico dopo l'exploit di Lagalla, alza la voce, chiedendo al partito azzurro una svolta: "Forza Italia ha bisogno di coesione vera, non di quella detta davanti ai giornalisti. Ci sono stati nostri uomini - attacca - che si sono impegnati meno di altri per cui non c'è dubbio che un ragionamento nel partito va fatto". Non è chiaro se si candidi a prendere il posto di coordinatore nazionale, quello di Antonio Tajani, o se chieda un cambio di rotta della linea politica. Quello che è chiaro, comunque, che da qui alle prossime politiche, farà sentire la sua voce. E che, in Sicilia, farà di tutto per impedire la corsa di Musumeci e di FdI. Una coalizione, il centrodestra, che è facile pronosticare andrà alle regionali siciliane di ottobre già rotta e divisa.



di Ettore Maria Colombo














