[Il caso] Calabria e Campania, tensione nel governo. Conte-Speranza, scontro sul commissario. Italia sempre più “arancione”

Smentite le ipotesi di lockdown a metà novembre. Restano cinque le regione rosse e passano a sette quelle arancioni. Ma altre - Emilia Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia - potrebbe decidere in autonomia le restrizioni per evitare un quadro peggiore. Sul commissario in Calabria, il ministro della Salute blinda il manager amico Zuccatelli. Il premier rilancia con Gino Strada, idea delle Sardine. Intanto il Viminale scrive ai prefetti: “Nel fine settimana blindate piazze, parchi e i luoghi a rischio assembramento”.

Caso Calabria, il premier Conte ha chiamato anche Gino Strada.
Caso Calabria, il premier Conte ha chiamato anche Gino Strada.

Alta tensione nel governo mentre il bollettino Covid di giornata registra qualche segnale di luce: la stabilizzazione dell’indice RT a 1,7 (“alto ma stabile” dicono Brusaferro e Locatelli, i custodi supremi del sistema di monitoraggio ) e una leggera flessione dell’indice di contagio che si ferma a 16,1 dopo tre giorni oltre il 17 per cento. Si litiga sulla Campania che resta gialla nonostante molte regioni intorno siano già arancioni. Si litiga sulla Calabria dove è in corso da giorni la pantomina dei commissari alla Sanità e tra il silurato Cotticelli e il gaffeur Zuccatelli che Bersani mise in lista due anni fa con Liberi e Uguali sta facendo capolino il jolly Gino Strada indicato niente popo’ di meno che dalle Sardine. Non ci si crede, visto che si parla della sciagurata sanità calabrese, ma è così. Intanto la pezza a colori le deve mettere il ministero dell’Interno. Ieri il prefetto Bruno Frattasi, capo di gabinetto del ministro Lamorgese, ha inoltrato a tutti i prefetti una circolare con cui si chiede, sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, di vietare l’accesso a piazze, parchi, giardini, passeggiate, ovunque si possano creare assembramenti. Pare che gli italiani, nel momento in cui non c’è il divieto di uscire di casa, non capiscano da soli di evitare le ammucchiate di strusci e passeggiate. Toccherà quindi che polizia, carabinieri, finanza e vigili urbani distraggano energie da imputanti indagini per mettersi a fare da balia ad italiani irresponsabile. O, peggio, provocatori.

 

Sorpresa, la Campania resta gialla

Ieri doveva essere il “grande giorno” in cui finalmente De Luca avrebbe avuto ragione di settimane e settimana di invocazioni e richieste, “chiudete la mia regione e tutta Italia”. In realtà, al di là della verifica che i Nas dei carabinieri stano facendo sull’efficacia e l’affidabilità della raccolta dati a livello regionale, ha fatto premio la volontà di non fare il primo passo. Di non levare le castagne dal fuoco a nessuno: Conte si è stufato di fare il lavoro scomodo al posto del governatore (che continua a tenere chiuse le scuole nonostante il Dpcm dica che fino alla terza media c’è l’obbligo in presenza); il governatore non vuole essere colui che chiude le due province cluster – Napoli e Caserta – come la cabina di regia gli ha suggerito di fare perché gli farebbe perdere consenso (molto più semplice dare la colpa al governo centrale). Prima te, prima io, in questo modo nessuno decide. In favore dello stallo da qualche giorno gioca a favore una specie di stabilizzazione dei vari indici. Un fatto è certo: senza Napoli e Caserta, la Campania non avrebbe il problema Covid.

Così dopo una giornata di attesa, voci incontrollate e scommesse varie, la Campania resta colorata di giallo nonostante le ambulanze in coda al pronto soccorso, l’ira del governatore De Luca e le grida di allarme del sindaco De Magistris che non sa come fermare l’invasione domenicale del lungomare. Quando nel pomeriggio inoltrato (quasi le 19) viene pubblicata l’ordinanza del ministro Speranza, la Campania è assente dalla lista delle regioni modificate. Sono sei. Liguria, Toscana, Umbria, Abruzzo e Molise passano da giallo (rischio basso) ad arancione (rischio medio alto), da oggi bar e ristoranti chiusi (tranne che per l’asporto) e divieto di passare da un comune all’altro e da una regione all’altra. Si aggiungono a Puglia e Sicilia arancioni già da venerdì scorso. Passa da arancione a rosso la provincia di Bolzano (che aveva già deciso da sola) nel tentativo subito qualcosa di forte per vedere di salvare la vacanze di Natale. Sono già rosse dalla scorsa settimana la Lombardia, il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Calabria.

 

La promessa del governatore

L’ordinanza ignora del tutto il caso Campania. Diventato a questo punto più politico che sanitario. Il governatore sembra incassare la promozione. Senza scansare le polemiche. Che sono numerose. La prima in relazione alla verifica sui dati forniti dalla regione ala cabina di regia. I Nas, mandati dal ministro della salute, stanno ancora verificando. “Mi spiace - è la pia replica del governatore - per chi era in attesa di decisioni riguardanti la Regione Campania. La collocazione di fascia è già stata decisa ieri, a fronte della piena rispondenza dei nostri dati a quanto previsto dai criteri oggettivi fissati dal ministero della Salute. Sono stato io a sollecitare un’operazione di trasparenza pubblica e in tutte le direzioni. Dunque non c'è più nulla da decidere e da attendere”. Poi in serata, dopo che il ministro Francesco Boccia, ospite di Carta Bianca su rai Tre, spiega che invece “l’approfondimento è ancora in corso” e gli ospiti in studio argomentano con ipotesi sul tipo di approfondimento, il governatore affida a Facebook una dichiarazione di fuoco: “Testi campate in aria, non resta che passare alle querele”. E insomma, la guerra continua. Anche sul piano delle misure. Al di là della scuola che resta chiusa in ogni ordine e grado, De Luca è tornato a sollecitare “i ministeri dell'Interno e della Salute ad assumere provvedimenti rigorosi per il rispetto delle regole e per il contrasto all’epidemia in linea del resto con il rigore sempre seguito dalla Regione”. Il problema sono le scene viste anche domenica sul lungomare di Napoli e nei bassi di Napoli dove le regole non vengono rispettate e nessuno interviene per farle rispettare. “Non è più tollerabile” ha detto De Luca - che il lavoro straordinario fatto sul piano sanitario e ospedaliero, a tutela della vita delle persone sia inficiato da un contesto ambientale che si muove nel segno della irresponsabilità istituzionale e comportamentale”. Dunque, gli ospedali non sarebbero più una criticità. Lo soo invece forze dell’ordine e prefetto che non fanno rispettare le regole. Lo “sceriffo” ce l’ha anche con Lamorgese.

Il bollettino

De Luca a parte, che merita però sempre il suo capitolo personale nella storia del Covid, ieri i numeri hanno aperto qualche spiraglio. In Campania che si ferma a 2716 contagi (contro i quasi diecimila della Lombardia e i quasi quattromila del Piemonte), oltre 14 mila tamponi in più rispetto al giorno precedente mentre i ricoveri in terapia intensiva si fermano a 193, ben oltre però quel trenta per cento che è la soglia di sicurezza che non andrebbe superata. Infatti la regione resta tra quelle con scenario problematico. In generale ieri ci sono stati 35098 nuovi casi su 217.758 tamponi. Sono stati 122 i nuovi ricoveri in terapia intensiva per un totale nazionale di 2971 posti su circa seimila disponibili (i letti sarebbero però in aumento). Mille infine i ricoveri in più su un totale di 28.633. Alto purtroppo il numero dei morti: 580 che portano a 42330 i decessi dall’inizio della pandemia. Numeri che fanno dire ai professori Brusaferro e Locatelli che “si registra una stabilizzazione per quanto sempre troppo alta”. Il decessi, purtroppo, per come si muovono le curve, sarà l’ultimo dato a fermarsi o decrescere.  

La guerra dei commissari

Un altro fronte di alta tensione nel governo è la Calabria. Anche questa volta lo scontro è diretto tra il premier Conte e il ministro Speranza e il suo partito Liberi e Uguali all’interno del quale si registrano ulteriori frizioni. Il caso è quello dei commissari per la Sanità della regione Calabria. Una vicenda che avrebbe anche dei lati comici se non fossimo in un contesto di salute pubblica. Uno, quello che è stato licenziato sabato pomeriggio, è convinto di essere “vittima di un attacco mediatico” una sorta di complotto che ha agito al segnale convenuto e ipnotico della luce rossa della telecamera in funzione. E’ un generale dell’Arma, si chiama Saverio Cotticelli, due anni fa è stato nominato commissario ad acta per la sanità calabrese – l’allora ministra del governo giallo-verde Giulia Grillo ebbe quasi una crisi di nervi in aula per difendere quella nomina – ma venerdì sera, intervistato a “Titolo V” su Rai 3, non ha saputo dire chi dovesse dare seguito al piano della sanità calabrese contro il Covid.

L’altro, quello che ne ha preso il posto poche ore dopo, ha dichiarato che il Covid si trasmette “dopo un bacio lungo almeno quindici minuti” e che le mascherine servono fino ad un certo punto. Effetto ebrezza: era maggio, l’Italia era uscita di casa e non aveva assolutamente voglia di sentir parlare di restrizioni e simili. Infatti non è tanto la frase dal sen fuggita che adombra l’adeguatezza del commissario in una regione “rossa” – per il Covid - come la Calabria, a rischio non tanto per i contagi quanto per l’inefficienza delle strutture sanitarie. Il fatto è che Giuseppe Zuccatelli, 76 anni, esperienze manageriali nella Sanità in Campania e Abruzzo dove non ha disegnato tagli e razionalizzazioni, arrivato in Calabria nel dicembre del 2019 dove guida l’azienda ospedaliera “Pugliese Ciaccio” e il “Mater Domini” di Catanzaro, è stato nominato in quanto tecnico in quota ad un partito, Leu, e nella fattispecie un protetto di Pierluigi Bersani. E’ molto probabile che l’ex ministro voglia scommettere sul manager per portare a casa la guida della regione quando tornerà a votare. Accadrà tra febbraio e aprile quando la regione dovrà sostituire l’amata governatrice Jole Santelli. La pandemia è la sfida tra salute e economia. Ma c’è, purtroppo, anche una terza variabile che condiziona le scelte: il consenso politico.

 

 

La variabile Strada

Il premier ha provato a far capire che gradirebbe un passo indietro anche di Zuccatelli. Ma Speranza si è messo di traverso e ha difeso il manager in prima persona. “Me ne assumo personalmente la responsabilità” ha detto il ministro nelle comunicazioni infuocate tra domenica e ieri sera. Di fronte ad una possibile crisi di governo, “mai messa sul tavolo” si assicura, Conte e il resto della maggioranza hanno alzato le mani. Il premier digerisce però male lo stop del ministro e il fatto di non poter dare seguito alle aspettative dei tecnici della stessa Cabina di regia (“il presidente Conte saprà fare le valutazioni necessarie sul caso Calabria” ha detto il professor Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità). E ha deciso di ingaggiare Gino Strada nel ruolo di “consulente” di Zuccatelli, un “ruolo operativo all’interno della struttura commissariale”. Che avrà poteri e mezzi enormi. Oltre ad aver “assunto di sè la responsabilità della nomina”, Speranza ha dato a Zuccatelli una nuova struttura composta da 20 dirigenti e 5 amministrativi, un patrimonio di tre milioni di euro destinati ad appalti, assunzioni, nuove strutture, il famoso piano Covid, ristoro delle casse delle Asl locali. Un’opportunità su cui i clan dell’ndrangheta hanno già messo gli occhi. Gino Strada nel ruolo di Commissario del commissario? Vedremo. Se accetta è chiaro che la convivenza tra i due avrà i riflettori di tutti i media addosso: abituato a talebani e tagliagole, Strada non avrà problemi a tenere a bada gli appetiti dei clan. In questo modo Zuccatelli potrebbe concentrarsi meglio sulla gestione amministrativa della crisi. L’idea Strada è delle Sardine. “Siamo stati noi, il fondatore di Emergency è perfetto per la mia regione” ha detto Jasmine Corallo, referente della Sardine in Calabria.

 

Altre quattro regioni a rischio

Quasi “delusi” per l’assenza della Campania dalla lista delle regioni a rischio, i media, supportati dalle previsioni dei vari Ricciardi, Galli e associazioni dei medici, hanno innescato anche ieri la consueta gara all’inasprimento delle misure scommettendo su lockdown più o meno nazionali. Più Conte dice di voler “resistere”, più i media pronosticano nuove chiusure. Più il premier dice “adesso aspettiamo che le nuove misure facciano effetto” e appena escono i dati di giornata sale il coro: “Serve subito una nuova ordinanza o un nuovo Dpcm”. E’ successo anche ieri. Nel punto stampa della Cabina di regia Brusaferro e Locatelli hanno detto che c sono quattro regioni “gialle” i cui numeri si stanno però avvicinando alla fascia arancione. Si tratta di Veneto, Friuli, Emilia Romagna e Campania, appunto. Ma hanno anche detto che “fino a venerdì non succede nulla”. Provocando la delusione di chi ieri aveva scommesso sulla data del 15 novembre come data di un nuovo lockdown nazionale. “non so da dove esca questa data” ha detto il ministro Boccia smentendola. “Ci potranno essere misure ancora più restrittive, il sistema è stato pensato apposta per essere flessibile e dare a ciascuno dei punti di riferimento chiari” ha spiegato il viceministro Sileri. A ridosso del fine settimana ci saranno, questo è certo, nuove valutazioni. Il monitoraggio settimanale è atteso per venerdì. Entro quella data però le quattro regioni a rischio potrebbero autonomamente decidere misure più restrittive (lo possono fare). Ne hanno già parlato ieri i governatori Bonaccini, Zaia e Fedriga. Il governo di unità nazionale muove passi importanti a livello regionale.