[Il caso] Brusca, il problema non è l’uscita dal carcere ma il fatto che non ha detto tutto. E poco sui suoi beni

Brusca è fuori in applicazione delle legge sui collaboratori di giustizia. Grazie a lui fatta luce sull’attentato di Capaci e il tema della trattativa tra Stato e Cosa Nostra. Ora è un uomo di 64 anni, libero e con un tesoretto da qualche parte

Foto Ansa
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Il ritorno in libertà di Giovanni Brusca provoca reazioni di legittimo disgusto e qualche insopportabile strumentalizzazione giustizialista. Pochi però, nel corso delle ultime 24 ore, centrano il vero non detto della questione: che pentito è stato U Verru, il porco, il killer di Capaci? Ha raccontato tutto quello che sa o solo quello che gli tornava utile per contrattare con lo Stato una via di uscita? Soprattutto, dov’è il suo patrimonio che non ha mai consegnato e che le indagini hanno confiscato solo in parte?

La collaborazione

Familiari delle vittime, magistrati, forze dell’ordine, tutti sapevano che per la sua liberazione era solo una questione di tempo. Arrestato il 20 maggio 1996 in una villetta nella contrada Cannatello (guidava le indagini Renato Cortese che dieci anni dopo arrestò anche Provenzano), campagna di Agrigento, Brusca inizia a collaborare subito con un gigantesco depistaggio subito smascherato dai magistrati della dda di Firenze Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Dopo qualche mese inizia a fare sul serio, a svelare preparativi e protagonisti dell’attentatuni di Capaci, a parlare del papello, le richieste di Riina allo Stato per far cessare le bombe dopo le bombe e gli attentati del biennio ’92-’93, il primo tassello della trattativa Stato-Cosa Nostra. “Il porco” diventa tecnicamente collaboratore di giustizia nel 2000 (fu un percorso controverso, pieno di dubbi), questo status consente di evitare l’ergastolo e di ottimizzare la condanna ad un massimo di trenta anni. Che se trascorsi con buona condotta, come Brusca ha fatto, garantiscono a loro volta uno sconto di 45 giorni ogni sei mesi. E così i trenta anni sono diventati 25 e le porte del carcere si sono aperte lunedì sera. Tutto regolare. Tutto scandito dal contratto che un criminale sottoscrive con lo Stato nel momento in cui si decide che il contributo alle indagini e alla verità di quell’individuo è più importante dell’ergastolo a vita. Che è il massimo della pena prevista dal sistema delle pene italiano. Può risultare una beffa ma Brusca è uscito dal carcere così come stabilito dalla legge. Legge, sui collaboratori di giustizia, voluta proprio da magistrati come Giovanni Falcone, Piero Vigna e Gabriele Chelazzi.

La rabbia

Ma la notizia della liberazione di Brusca è stata deflagrante e non poteva essere diversamente. L’ex capomafia di San Giuseppe Jato che ha confessato “più di cento omicidi ma meno di duecento” tanto fa non aver saputo (o voluto) neppure indicare i loro nomi. Tra queste le cinque vittime di Capaci, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ha descritto con i dettagli la brutalizzazione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido mentre Brusca mangiava un panino. Aveva solo 13 anni e pagò per “colpa” del padre, Santino Mezzanasca che aveva deciso di collaborare. Brusca è per tutti, anche per chi segue meno i fatti di mafia, il male fatto persona, l’arroganza del boss di Cosa Nostra che pensa sempre di farla franca, l’uomo che pigiò il bottone sulla collinetta che guardava Capaci e fece saltare in aria 500 kg di tritolo, un km di autostrada e il giudice che aveva trovato il modo di sconfiggere la mafia consapevole che “come ogni fatto umano è destinata ad avere un inizio e una fine”. Insomma, un criminale del genere dove può stare se non in carcere a vita?

Le reazioni

Legittime quindi rabbia e indignazione. Soprattuto quelle di famigliari e parenti di vittime. “Un pugno nello stomaco che lascia senza respiro” ha detto Maria Falcone, sorella del giudice assassinato. E però, come lei stessa ha ricordato, “quella legge l’ha voluta anche mio fratello, ha consentito tanti arresti e di scardinare le attività mafiose”. Lucidissimi il fratello e la madre del piccolo Di Matteo: “Umanamente non si potrà mai perdonare. Il dolore della morte di mio fratello non si rimarginerà mai, per mia madre la sofferenza è ancora più grande. Ma abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Brusca ha ucciso mio fratello ma ha espiato la pena nel rispetto della legge”. Non se ne fa, invece, una ragione Tina Montinaro, vedova del caposcorta di Falcone: “Sapere che uno come Brusca è tornato libero nel rispetto delle leggi, significa che quelle leggi sono sbagliate”. Quello che invece non si comprendono affatto sono le reazioni di politici e parlamentari, soprattutto di centrodestra, che utilizzano questa occasione per piantare le solite bandierine. Quelle del garantismo a senso unico. Per cui, ad esempio, guai a parlare di revisione dell’istituto dell’ergastolo ostativo e del regime del 41 bis come invece hanno chieste due sentenze, una della Corte Costituzionale e anche la Corte europea dei diritti dell’uomo. Tema su cui gli stessi boss stanno da tempo facendo i conti per strappare vantaggi e benefici. Una cosa è certa: quello delle misure antimafia è un terreno minato che deve stare fuori dalle dispute politiche. E’ un tema di unità nazionale, senza fughe in avanti. Ieri invece i 5 Stelle, alle prese con un’altra giornata no sul fronte del partito che verrà, sono subito partiti lancia in resta chiedendo “svolte sul piano normativo” e alzando polveroni sul rischio che “altri boss possano uscire dal carcere”.

Nessun’altra scarcerazione

Tranquilli. Il ministero della Giustizia tramite il Dap ha subito verificato l’esistenza di altre situazioni simili e non ne ha trovate. Nessun altro boss o pentito di elevata caratura criminale sembra destinato a lasciare presto il carcere. Tutti i grandi nomi di Cosa nostra, con l'eccezione del superlatitante Matteo Messina Denaro, stanno scontando l’ ergastolo ostativo (che non può essere in alcun modo addolcito da sconti e benefici) al regime del 41 bis sulla base di sentenze definitive. E' il caso dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, mandanti delle stragi del 1992 e del 1993 e dell'uccisione di don Pino Puglisi; del boss catanese Nitto Santapaola e del nipote Aldo Ercolano; di Nino Madonia. Altri boss, tornati in libertà per l'emergenza Covid - tra cui Giuseppe Sansone e Francesco Bonura - sono tornati in cella. Tra i collaboratori più in vista non tornerà in libertà neppure Gaspare Spatuzza, che pure viene considerato uno dei pentiti più affidabili. Al momento sconta l’ergastolo. Piuttosto, occhi e orecchie dei boss sono direzionati sulla riforma dell’ergastolo ostativo e del 41 bis.

Brusca, pentito, collaboratore, opportunista?

Fatta dunque chiarezza su regole, leggi e motivi della scarcerazione, si apre grossa come una casa un’altra domanda: chi è stato veramente Brusca, un pentito vero o un opportunista? Intanto è necessaria una premessa: una cosa è un pentito (lo sono stati Buscetta e Spatuzza che ha attraversato una vera crisi mistica), altra cosa è un collaboratore di giustizia. Il fatto è che la maggior parte dei cosiddetti “collaboratori di giustizia” non sono affatto pentiti di quello che hanno fatto ma “vendono” parte della propria storia, quel tanto che basta, per avere sconti di pena.

Brusca è stato un collaboratore di giustizia. Non un pentito. Utile, anzi necessario per alcune cose. Muto su altre. Lo “scannacristiani” - altro nomignolo conquistato sul campo - ha riempito migliaia e migliaia pagine di verbale, decine e decine di faldoni. L’attentato di Capaci è l’unico fatto del biennio ’92-’93 per cui è stato possibile ricostruire dinamica, mandanti e protagonisti. Senza Brusca non sarebbe stato possibile. Come dimostra il processo gemello di via d’Amelio giunto ormai alla sua quarta edizione (per colpa di un falso pentito, Vincenzo Scarantino). Brusca è stato decisivo anche per ricostruire i rapporti tra Stato e Cosa nostra. E’ stato il primo a parlare del famoso papello, nel 1997-1998, con i magistrati di Firenze (titolari dei processi per le bombe in continente Roma, Firenze, Milano) spiegando l'elenco delle richieste di Totò Riina per far cessare l'aggressione a colpi di bombe contro lo Stato. Fu Brusca, insomma, ad aver messo in moto il meccanismo che ha indicato la strada dei “mandanti occulti delle stragi” (un’altra intuizione di Chelazzi), un fascicolo che si rinova nel tempo senza però arrivare ad una conclusione. E’ stato Brusca che ha fatto scrivere nelle motivazioni della sentenza della corte d’assise di Firenze sulle bombe del ’92-’93 che “ci fu una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra”. Così come è stato Brusca a costituite le basi - al di là della modalità e degli esiti di quei processi - per l’inchiesta e poi il processo Trattativa che tra pochi giorni arriverà alla sentenza d’Appello. Cosa nostra miliare ha cominciato ad agonizzare anche grazie a Brusca.

I non detti e i misteri di quel biennio

Così come è vero che Brusca ha taciuto su molti aspetti. Ha deciso cosa dire e cosa no. Sicuramente ha puntato il dito più sui nemici (altre famiglie) che sui compari. E poco nulla ha detto del suo patrimonio. Brusca non ha aiutato, o meno di quello che avrebbe potuto, a raccontare il prima della strage di via d’Amelio, cosa è successo in quei due mesi tra il tritolo di Capaci e quello di via D’Amelio. Non ha spiegato come sia stato stato possibile che un balordo come Vincenzo Scarantino abbia potuto depistare per sedici anni investigatori e procuratori di razza come Tinebra e Caselli. E’ stato necessario aspettare il 2008 e la decisione di Gaspare Spatuzza di parlare con magistrati come Piero Grasso, Piero Vigna e Gabriele Chelazzi. Sono ancora tanti i misteri di via d’Amelio: l’agenda rossa, il ruolo dei servizi segreti, per quale dannato o spaventoso motivo in quei mesi dopo Capaci e la morte di Falcone, il suo alter ego, Borsellino non era stato blindato in ogni suo passo. Sono tanti ancora e purtroppo i misteri di quella stagione. Non c’è dubbio che Brusca avrebbe potuto dire di più. Essere più collaborativo.

I silenzi

Di sicuro il killer di Capaci è stato bravissimo a dire poco o nulla del suo tesoretto. E’ agli atti un dialogo avvenuto in aula a Palermo durante una misure di prevenzione. Brusca ha racontato ai magistrati che avrebbe “guadagnato 200 milioni di vecchie lire solo con gli appalti truccati”, altri 200 milioni sarebbero arrivati “per aver realizzato una stradella”. Insomma, Giovanni Brusca ha molto probabilmente un tesoretto da qualche parte che non ha mai messo a disposizione della magistratura. E che ora, libero a 64 anni, può immaginare di andare ad usare per una serena pensione. Se c’è qualcosa di giuridicamente sbagliato in questa storia è questo: chi decide che è sufficiente dire un po’ e non tutto? Perchè la consegna dei beni materiali non diventa imprescindibile per accedere agli sconti di pena? Brusca ha sempre negato di avere altri beni. L’ex procuratore antimafia, poi presidente del Senato Piero Grasso ieri ha detto che “lo Stato ha vinto tre volte contro Brusca: quando lo ha arrestato, quando lo ha convinto a collaborare, quando ne ha disposto la scarcerazione rispettando l’impegno preso”. Ora lo Stato deve mettere in conto una quarta partita: la confisca totale dei beni frutto di malaffare, se esistono da qualche parte esistono.

L’ultima zampata

Per dire che tipo è Brusca, basta raccontare cosa ha fatto tre giorni prima di uscire dal carcere. Lo ha raccontato il suo avvocato storico Luigi Li Gotti all’agenzia Adnkronos. “Brusca mi ha chiamato tre giorni fa al telefono e mi ha detto di fare attenzione perché 'faccia da mostro' non è il poliziotto Giovanni Aiello (presunto agente dei servizi segreti, ndr)”. Così, all’improvviso, giusto tre giorni prima di uscire, Brusca si ricorda di aggiungere un pezzo alla storia. Un pezzo che conta perchè riguarda la regia e l’esecuzione della strage di via d’Amelio. E gli indizi che sembrano portare alla presenza di servizi segreti (deviati?) Sia nella fase della preparazione della 126 che nelle ore dell’attentato. Tre giorni prima di uscire dal carcere Brusca si preoccupa di dire che “i servizi segreti in quella storia non c’entrano”. Anzi, il boss suggerisce: “Andate a guardare la fotografia del mafioso pentito Vito Galatolo e vedete che faccia ha”. Sarebbe Galatolo l’uomo con la faccia butterata di cui parla Spatuzza? Spatuzza all’epoca non era affiliato a Cosa Nostra e dunque potrebbe non aver conosciuto Galatolo. Ma “è lui - dice Brusca - l’uomo con la faccia deturpata presente in quel garage”. Li Gotti parla di “sfogo”. “Ma quale agente dei servizi segreti, non ce n’era bisogno” si è “sfogato” Brusca con il suo avvocato. E’ questo il problema dei collaboratori di giustizia: non la raccontano mai tutta. E aggiungono sempre un pezzo.