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AAA, cercasi opposizione. Nel Pd tra Bonaccini-Schlein è sfida tra socialdemocrazia e sinistra

Al voto ai gazebo il 26 febbraio. La scelta dei circoli premia Bonaccini che stacca di venti lunghezze l’avversaria. Due distinti modelli di identità e partito. Dietro la nuova Schlein tutta la vecchia storia dei Ds e del Pci

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Bonaccini e Schlein (Ansa)
Bonaccini e Schlein (Ansa)

Cercasi opposizione disperatamente. “Anche perché diversamente dobbiamo cercare l’opposizione nella maggioranza e ci logoriamo in fretta”. Girava questa amara battuta ieri tra Camera e Senato tornate affollate dopo una settimana “bianca” causa voto regionale. Intascata la vittoria, davanti quattordici mesi di silenzio elettorale - a parte un paio di regioni e qualche voto amministrativo, prima delle Europee di maggio 2024 non ci sono importanti scadenze elettorali - attenti ad evitare che Fratelli d’Italia faccia incetta di incarichi e poltrone, la maggioranza nelle sue tante anime condivide una preoccupazione che è un auspicio: che si formi in fretta un’opposizione seria nell’altra parte dell’emiciclo. Non troppo seria, magari. Ma un’opposizione. Un nemico. Meglio, un avversario. E allora occhi puntati sul Pd, sempre in agonia ma alla fine più vivo del previsto con tre punti percentuali in più rispetto alle politiche. Sul Terzo Polo e sui 5 Stelle. Ieri sera tardi è arrivato l’atteso commento di Matteo Renzi: “Nessuna incertezza sul progetto del Terzo Polo. Adesso è il momento di rilanciare. La nostra destinazione si conferma la casa comune dei riformisti in vista delle elezioni europee del 2024 dove sarà tutta un'altra musica”. Parole che fanno chiarezza di qualche incertezza sopraggiunta dopo il deludente risultato del Terzo Polo in Lombardia e nel Lazio.    

Giuseppe Conte rilancia dicendo che “il Movimento non è mai andato bene alle amministrative” e che, anzi, “stiamo crescendo”. Persino Letta, il segretario uscente, quasi quasi rivendica la vitalità del suo ex partito. Mentre i candidati sconfitti, in Lombardia come nel Lazio, accusano il quasi ex segretario di averli costretti a fare una campagna elettorale per un partito  senza guida.

Insomma, ognuno come sempre, se la canta e se la suona a seconda della convenienza.  Ed è inevitabile a questo punto che l’attenzione di tutti vada sulle primarie del Pd. Solo quando sarà chiaro a chi sarà affidata la guida del principale partito di opposizione - dato questo inconfutabile emerso ancora una volta dalle regionali - sarà possibile capire quale opposizione si andrà a strutturare.

La sfida Bonaccini-Schlein

Se Letta ieri cantava la tenuta del Pd, i due candidati alla segreteria hanno invece parlato  di “sconfitta” e della "necessità di un vero cambio”. Il loro primo problema è la partecipazione ai gazebo del 26 febbraio. L’affluenza è da sempre segno di vitalità del partito e di voglia di riprovarci. A fare cosa però? Soprattutto, ad essere che cosa? E qui arriva il secondo problema: definirsi che è determinate per parlare poi di posizionamento politico e di programmi. Con una certa brutalità possiamo sintetizzare che Elly Schlein, iscritta al Pd da un paio di mesi, nota alle cronache soprattutto per le battaglie sui diritti civili, punta ad un partito di sinistra-sinistra che ha già riportato dentro gli ex scissionisti di Articolo 1, cioè i Ds, gli eredi del Pci, cioè la Ditta e che punta a coinvolgere anche i 5 Stelle di Giuseppe Conte. Il dettaglio è che Conte vorrebbe essere Schlein e fare lui questa operazione.

Stefano Bonaccini, figlio della storia prima Ds e poi Pd, governatore dell’Emilia Romagna con un piglio che piace a sinistra ma anche a destra, che tutela i lavoratori ma mette a proprio agio chi fa impresa e quindi chi crea lavoro, punta invece alla costruzione di un partito a vocazione maggioritaria, che non rinnega i valori fondativi del Pd e che potremmo chiamare moderna socialdemocrazia. Quello che il Pd voleva essere ma non è mai stato per gli ostacoli creati dalle correnti interne che in sedici anni di vita hanno mangiato otto segretari. 

Bonaccini è nettamente in testa dopo il voto nei circoli: il governatore  dell’Emilia Romagna è al 54,35% contro il 33,7% di Schlein. Il non detto è che chiunque vinca, deve poter vincere con un distacco netto proprio per pensare di poter riorganizzare il partito senza dover come sempre combattere prima di tutto le resistenza interne di chi invece vuole altro. Bonaccini dice e ripete di essere a disposizione di Schlein (che è la sua seconda in regione) nel caso dovesse vincere. Non altrettanto si sente dire da parte della prima donna candidata alla segreteria che dietro di sé ha tutto il vecchio apparato del partito, da Franceschini a Bersani passando per Orlando, Provenzano, Speranza, Zingaretti, Bettini. Non è un dettaglio da poco. anzi, non è affatto un dettaglio ed è “strano” che venga così poco rivendicato dalla candidata che si definisce la “vera novità” di queste primarie, “il nuovo”, cioè lei, contro “il vecchio”, cioè Bonaccini. Ma il vecchio apparato, quello che guida le correnti interne dalla nascita del Pd, è tutto dietro Schlein. Tranne Lorenzo Guerini che appoggia convintamente Bonaccini. Col sospetto, sgradevole, che la candidata sia simbolo soprattutto del più tradizionale gattopardismo. Le prossime due settimane  ne sentiremo e vedremo di ogni.

“Il nuovo sono io”, no, tu no, “sono io”

Ieri entrambi i candidati hanno fatto a gara a scaricare i big e ad indossare la maglie del vero rinnovatore. Anche la Schlein, curiosamente. Tra i dirigenti che guardano a Stefano Bonaccini si sottolinea che il partito ha sostanzialmente tenuto, migliorando di poco la performance delle politiche e facendo molto meglio degli alleati. “In questo quadro - è il ragionamento - Bonaccini può puntare sulla possibilità di ricostruire. In caso contrario, se ci fossimo trovati di fronte a una debacle, Elly Schlein avrebbe potuto premere sull'acceleratore e giocare la carta del rinnovamento totale del partito”. Che poi, visti gli sponsor e i padri putativi, sarebbe un rinnovamento per lo più di facciata teso solo a svuotare il Pd di Veltroni e a rifare la Cosa rossa.

Invece, Schlein attacca a testa bassa ed è molto chiara. Altro che ricostruire, occorre rinnovare dalle fondamenta: “Se ci rifugiamo nell'usato sicuro non andremo da nessuna parte. Il Pd deve cambiare tutto ed essere un partito di sinistra”. L’ “usato sicuro” sarebbe Stefano Bonaccini che, per Schlein, è parte integrante del “gruppo dirigente che ha governato il Pd negli ultimi dieci anni”. Gruppo dirigente di cui, aggiunge Schlein, “solo io non ho fatto parte tra i quattro sfidanti alle primarie”.

Il presidente dell'Emilia-Romagna non ci sta e rivendica di non avere dalla sua “i migliori” di cui si è circondata Schlein e ai quali sono da ricondurre le responsabilità delle recenti sconfitte. “Ho letto che tutti i migliori (Speranza, Bersani, Orlando, Franceschini, Provenzano, ndr) stanno con Elly Schlein, solo che quei migliori sono quelli che ci hanno portato a tutte le sconfitte elettorali degli ultimi anni. Noi abbiamo bisogno invece di una rigenerazione che porti il Pd ad essere utile al Paese” ha spiegato il candidato alla segreteria dem che ha annunciato, in caso di vittoria, l'avvio “di una nuova fase, una nuova stagione. Questa classe dirigente va cambiata per un processo naturale. Noi veniamo da anni in cui si sta a lungo al governo e si cambiano ministeri con qualsiasi governo”. Dario Nardella, sindaco di Firenze e sostenitore di Bonaccini ieri ha fatto notare come “le province dove Schlein è andata bene sono le stesse che negli scorsi congressi hanno registrato un risultato rilevante a favore di Zingaretti” e quindi di giure come Franceschini, Orlando, Bettini. 

La sfida delle primarie è anche questo: vincerà Schlein e il vecchio apparato che manda avanti una donna pensando così di interpretare il rinnovamento? O vincerà Bonaccini, che ha portato il pil dell’Emilia Romagna tra i più alti del paese ma ha saputo garantire lavoro, diritti e buona sanità a tutti? Con il governatore si sono schierati, oltre Guerini, nomi di peso della segreteria che ha governato il partito nell'era Letta, le capigruppo di Camera e Senato. Un conto impari ma che finora ha premiato Bonaccini.

Alleanze

Ogni candidato si porta dietro una precisa idea di alleanza. In sintesi: Schlein cerca l’alleanza con i 5 Stelle e il ritorno organico della Sinistra in un corpo solo. “Voglio la sinistra” ha detto ieri a urne chiuse. Bonaccini pensa al campo largo che va dalla sinistra ai centristi di Renzi e Calenda. Nessuno pregiudizio sui 5 Stelle (Bonaccini li ha sconfitti nelle regionali del 2020 quando erano sulla cresta dell’onda), tutto dipende dai programmi. Bonaccini è convinto anche che spetti ai dem dare le carte, in quanto forza trainante dello schieramento avversario alla destra. “Il Pd - ha detto - è la forza più rilevante nel centrosinistra, le altre forze devono prenderne atto. Calenda, come i 5 Stelle, devono porsi il problema che senza il Pd non potranno mai vincere le elezioni”. Schlein sembra puntare a orizzonti un po’ diversi: la colpa di questi risultati alle regionali, ha spiegato, è “di chi per anni ha inseguito il centro, senza accorgersi che si stava perdendo la sinistra. Noi dobbiamo costruire la sinistra, perché è mancata in questi anni”. Il problema, per Bonaccini, è “quale sinistra si vuole fare. Se vogliamo diventare una sinistra minoritaria e ideologica serve a poco. Per vincere dobbiamo essere una sinistra riformista”. Di sicuro i 5 Stelle non ne vogliono sapere di Terzo Polo. E, ancora una volta sintetizzando, sono invece disponibile ad un ragionamento con la eventuale segreteria Schlein. Ma è difficile immaginare Conte a fare il secondo a Schlein. Più facile immaginare il contrario.

La candidata alla segreteria chiede di “scardinare le dinamiche che hanno fossilizzato il Pd”. E’ vero che lei è il nuovo nel senso che è iscritta al Pd da un paio di mesi. Ma dietro di lei c’è tutto il vecchio apparato che stavolta ha scelto di stare in seconda fila. A tirare comunque le fila della storia.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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