Berlusconi fa arrabbiare Meloni: il “pensionamento” di Mattarella annulla l’effetto video antifascismo

L’elezione diretta del Capo dello Stato è uno dei 15 punti della coalizione. L’ha pretesta Meloni. E’ un vecchio sogno di Berlusconi. Ceccanti (Pd): “Idea orbaniana di democrazia illiberale”. Ieri è iniziata al Viminale la cerimonia del deposito di simboli e programmi

Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (Ansa)
Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (Ansa)

Lo dice a modo suo, parole semplici e tono flautato, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. “Riformiamo la Costituzione, facciamo finalmente qualcosa che dico di fare da anni, introduciamo cioè  l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Poi certo, a quel punto il presidente Mattarella dovrebbe dimettersi per essere magari eletto di nuovo”. Il  “sogno” di Silvio Berlusconi prende forma ieri mattina in una corposa intervista a Radio Capital (gruppo Gedi) e nulla è più come prima, nella campagna elettorale e nel centrodestra. L’affermazione, per quanto rispiegata e addomesticata nel corso della giornata, dimostra quello che il polo di Letta e del Pd sostiene da tempo tanto da farne il cuore del suo messaggio elettorale: un cartello di forze contro l’arrivo di una destra illiberale e antieuropea. Il rischio “fascismo” ne è una conseguenza. L’affermazione di Berlusconi diventa il tormentone della giornata e va quasi a sciupare il video multilingue con cui Giorgia Meloni il giorno prima ha rassicurato l’Europa ma non solo circa il suo essere antifascista. Monta, in Fratelli d’Italia il fastidio per l’esuberanza e l’attivismo del leader azzurro che rischia di inciampare - come è successo ieri mattina - in errori da matita rossa e contrari rispetto all’attento lavoro di costruzione di leader affidabile, responsabile e democratica che sta facendo di se Giorgia Meloni. 

Il sogno di Berlusconi

Berlusconi rimette in gioco il suo sogno alle 8 di mattina, via etere: “Spero che la riforma costituzionale sul presidenzialismo si farà” ammette a Radio Capital. Ed evoca le dimissioni di Sergio Mattarella, come passo necessario se la riforma passasse. Senza escludere che Mattarella potrebbe risalire al Colle, se fosse il più votato dai cittadini. Ma un mese dopo la crisi di governo che ha fatto saltare Mario Draghi (era il 14 luglio quando M5s non votò la fiducia al decreto Aiuti 1) e a poco più di un mese dal voto, anche solo ipotizzare che le forze politiche che si apprestano, in base ai sondaggi, a guidare il Paese possano dopo Draghi pensionare anche Mattarella, agita i peggiori incubi e le più nere prospettive.  Berlusconi ha acceso una miccia che incendia la giornata e anche le prossime perché il presidenzialismo è uno dei 15 punti del programma in forma sintetica della coalizione (poi ci sono quelli da circa 200 pagine ciascuno che ognuna delle quattro forze di centrodestra ha depositato al Viminale insieme ai simboli). E per quanto durante il giorno lo stesso Cavaliere limi e aggiusti, il senso della proposta è quella che ha detto lui: nel momento in cui si fa la riforma costituzionale e si introduce il presidenzialismo (operazione che richiede almeno due anni), è chiaro che l’attuale inquilino del Colle ne deve prendere atto e lasciare. Una norma transitoria può dire questo. O anche il suo contrario. 

Ma il Cavaliere lo dice dal 1995 

Il centrosinistra lancia l'allarme rosso per la Costituzione in pericolo. Gli alleati del Cavaliere restano in imbarazzo probabilmente per i toni irrituali rispetto al Capo dello Stato e per i tempi, condizionati dalla competizione elettorale.

Il presidenzialismo, in realtà, non è una novità nel centrodestra. Non lo è per Fi, che scommette sulla riforma dal '95. E non lo è per Giorgia Meloni, fiera sponsor del “presidente degli italiani” 'e che alla fine la spunta sul programma di coalizione, riuscendo a mettere per iscritto al terzo punto “l'elezione diretta del presidente della Repubblica”. Eppure, oggi a difendere l'uscita del Cavaliere si espone solo il suo partito (il senatore Mallegni lo fa con vigore e convinzione davanti al pubblico del Caffe della  Versiliana a Marina di Pietrasanta)  e l'ex azzurro, Maurizio Lupi di Noi con l'Italia. Fra i big di Lega e Fratelli d'Italia, invece, cala il silenzio. A parte Meloni, che conferma l'utilità della riforma definita “seria ed economica” perché “grazie alla stabilità si riesce a dare fiducia agli investitori”. Nulla di più. Ho evocato il pensionamento di Mattarella, sarebbe ipocrita no farlo, ma un conto è dare un concetto in generale, diverso dargli nome e cognome. Ecco l’errore da matita blu di Berlusconi. Cosa che ben sanno nel quartier generale di Fratelli d’Italia. Dice Ignazio La Russa, colonnello-senatore di Fdi: “Non voglio polemizzare con Berlusconi ma credo che sia prematuro discutere oggi del tema di Mattarella”.

L’imbarazzo di Fratelli d’Italia

In realtà nelle file dei meloniani si respira per tutto il giorno un grande imbarazzo. “Basta con questi autogol, con queste fughe in avanti che a poche settimane dal voto rischiano di costarci cari…” afferma un  colonnello di Fratelli d’Italia.  Tirare in ballo il Presidente della Repubblica nella sfida elettorale, si ragiona nel partito di Meloni, implica ridare fiato alla propaganda del centrosinistra e alla loro narrativa circa i rischi della destra al governo. Ma soprattutto si rischia di azzerare, cancellare, con poche parole, tutti gli sforzi che la Presidente del partito, sta facendo al livello internazionale, per garantire la credibilità e l’affidabilità sua e dell'intera alleanza.

Il timore dentro Fratelli d'Italia è che Meloni sia vista come una novella Penelope: da un lato tesse la sua tela, si mostra come una leader giovane, dinamica, forte in Europa, capace di rivolgersi in un video in tre lingue, alla stampa straniera per zittire ogni critica. Dall'altro lato, poche ore dopo, vede un suo alleato sempre più ingombrante, che tenta, sicuramente in modo involontario, di stracciare la sua tela. Nel pomeriggio Salvini va a villa Certosa, in Sardegna, a trovare il Cavaliere. Un modo per dimostrare l’asse sempre già forte tra i due. Nessuno dei due fa mezzo cenno al presidenzialismo. Tutto sommato, è il ragionamento, la campagna elettorale si giocherà molto di più sull'economia, sulle tasse, sulle risposte alla crisi, al caro bolletta, più che sulle riforme istituzionali. Infatti a sera, appena fa buio, parte la campagna della Lega in tutta Italia: la parola “credo” (e relativo hashtag) proiettato su quattro edifici chiave della campagna: la stazione Centrale a Milano, (credo in una sicurezza più efficace); Lampedusa (credo nella gestione dell’immigrazione); la sede dell’Inps (pensioni e cancellazione della Fornero) e l’Agenzia delle entrate (credo in un fisco più equo).  

La “prova” che il centrosinistra cercava

Nell’altra metà campo, quel fronte che va da Renzi a Conte e che oggettivamente non poteva stare insieme (grazie comunque al segretario Letta che ci ha provato), l’intervista di Berlusconi è la prova cercata da tempo dell’inaffidabilità del centrodestra. E’ irritato il commento della terza carica dello stato. “Il nostro presidente della Repubblica ha un mandato di sette anni - rammenta il presidente della Camera, Roberto Fico - Qualcuno se ne dovrebbe fare una ragione e non trascinare le istituzioni nella campagna elettorale”. Tra i politici, il primo ad agitarsi apertamente è Enrico Letta: “Dimostra che la destra è pericolosa per il paese. Questa è una destra che vuole sfasciare il sistema perché, dopo aver fatto cadere il governo Draghi, è un preavviso di sfratto al Capo dello Stato”. Il segretario dem ci vede addirittura “un'evidente autocandidatura” al Quirinale. Nel pomeriggio Berlusconi prova a spiegare: “Non ho mai attaccato il presidente Mattarella, né mai ne ho chiesto le dimissioni” fa mettere agli atti. ”Ho solo detto una cosa ovvia e scontata, e cioè che, una volta approvata la riforma costituzionale sul presidenzialismo, prima di procedere all'elezione diretta del nuovo capo dello Stato, sarebbero necessarie le dimissioni di Mattarella”. In pratica una conferma di quello oche ha detto la mattina. Per Giuseppe Conte la riforma del centrodestra “prefigura un semplice un accordo spartitorio: Giorgia Meloni premier, Matteo Salvini vicepremier e ministro dell’interno. Non permetteremo che le istituzioni siano piegate alle fameliche logiche spartitorie delle forze di destra”. Il più tranchant, anche troppo, è Carlo Calenda: “Non credo che Berlusconi  sia più in sè. Non è Mattarella a doversi dimettere, ma tu a non dover essere eletto”. Più cauto Matteo Renzi che alla riforma della Costituzione ha legato la sua premiership: “L’elezione diretta che serve è quella del Presidente del Consiglio e non del Capo dello Stato”.

“Idea orbaniana di democrazia illiberale”

L’analisi più completa di cosa possano significare le riforme proposte da Berlusconi e da Meloni insieme, la offre come di consueto il professor Ceccanti, costituzionalista . Un’analisi che merita di essere riportata nella sua interezza. Il deputato Pd mette e legge insieme “le proposte costituzionali di Meloni sul primato del diritto interno su quello dell’Unione, che scardinerebbe il mercato unico e che servirebbe a sganciarsi dagli standard dello Stato di diritto posti dall’Ue” e le dichiarazioni di Berlusconi che “parla del tutto genericamente di presidenzialismo, senza chiarire pesi e contrappesi, né la volontà di discutere con le altre forze politiche, ma essendo precisissimo solo su una norma transitoria che dovrebbe far decadere prima possibile Sergio Mattarella, eletto solo da pochi mesi”.  L’insieme delle proposte, il famoso combinato-disposto, “dà una chiara idea orbaniana di democrazia illiberale”.  E questo spiega “non solo quello che si vorrebbe fare a Costituzione modificata, ma allude anche e soprattutto a quello che si immagina già di fare a Costituzione invariata, esasperando i conflitti con gli organi di garanzia”.

Un’occhiata ai programmi

Ieri al Viminale è andata in scena una delle cerimonia già colorite della nostra democrazia: il deposito dei simboli, gente in coda, contrassegni assurdi, alcuni triplicati, vecchie liti, odii e rancori che prendono forma in quel simbolo. Al momento sono 55. Restano ancora oggi e domani. Resta preponderante la personalizzazione della politica. Ben 16 simboli contengono il nome del proprio leader: Merlo (Maie), Calenda, Mastella (la moglie Sandra correrà a Benevento per la Camera nell'uninominale), Salvini, Cateno De Luca (si presenterà nell'uninominale in Sicilia), Giarrusso, Panzironi (Rivoluzione sanitaria), Pappalardo/Presutti (Gilet arancioni), Paragone (Italexit), Nappi (Naturalisti), Pannella, Berlusconi, Adinolfi/Di Stefano (Alternativa per l'Italia), Lupi/Toti/Brugnaro, Musso (Forza del popolo), Di Maio (Impegno civico).

Con i simboli sono stati depositati anche i programmi. Incentrati soprattutto su flat tax, patrimoniale, rottamazione, cashback, cuneo.

Un confronto sul fisco

La politica fiscale è tradizionalmente uno dei più accesi terreni di scontro della campagna elettorale. C’è un tema Flat tax (centrodestra) contro Patrimoniale (alleanza Pd). Nel programma non sono specificate le aliquote (FI ha proposto il 23%, la Lega il 15%), ma si parla esplicitamente di “estensione della flat tax per le partite IVA fino a 100.000 euro di fatturato” e, come richiesto dal FdI, di “flat tax su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti”. Oggi la flat tax è al 15% per le partite Iva con reddito fino a 65.000 euro. Il centrodestra dice anche “no a patrimoniali dichiarate o mascherate”, con riferimento implicito alla patrimoniale imputata al Pd.

Torna anche la pace fiscale. Anche in questo caso è il centrodestra a puntare ad una nuova edizione del “saldo e stralcio” delle cartelle e della rottamazione (sarebbe la quarta).

Come una tantum, l'incasso non sarebbe però utilizzabile a copertura dell'estensione della flat tax che richiederebbe invece entrate strutturali. Di “definizione agevolata dei debiti iscritti a ruolo, con rateizzazione sino a 120 euro”  parla anche il Movimento 5 Stelle che respinge però l'idea di un condono. Su cui è invece tornato invece il Cavaliere. Il leader di Forza Italia non esclude peraltro l'idea dello scudo sul rientro dei capitali dall'estero.

I pentastellati tornano su uno dei loro cavalli di battaglia, cancellato dal governo Draghi: il cashback. La proposta aggiuntiva è che questa volta le detrazioni siano accreditate man mano direttamente sul conto corrente. Il taglio del cuneo è un tema che unisce tutti. Sulla scia del decreto aiuti bis, l'obiettivo del Pd è quello di contrastare gli effetti dell'inflazione con un taglio sulle tasse sul lavoro, agendo sui contributi previdenziali e offrendo una mensilità in più ai redditi entro i 35 mila. I dem puntano anche alla dote per i 18enni. Ai giovani guardano anche Azione e Italia viva che propongono una detassazione proporzionale all’età.