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[L’inchiesta] Addio primarie, nessuno partito le farà più. Tutti i candidati li sceglieranno i leader

Il sistema che soltanto cinque anni fa tutti i partiti dicevano di voler “normare per legge”, che sembrava avere riannodato i fili tra elettori ed eletti ed ha certamente contribuito a cambiare la composizione della classe politica viene definitivamente archiviato. Oggi si chiude una stagione. Tutti i candidati alle Politiche del 4 marzo saranno infatti individuati senza fare ricorso ad elezioni primarie

Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi
Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi

Non le farà il Movimento 5 stelle, dal momento che il compito di “scremare” i curricula degli autocandidati se l’è intestato Luigi Di Maio. Non il centrodestra, nonostante i continui appelli, le raccolte di firme di Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Giovanni Toti. Ha scelto di rinunciarvi pure il Partito democratico, che le ha in qualche modo “inventate” e alle quali il segretario Matteo Renzi deve moltissimo. Stiamo parlando delle primarie, ovviamente. Il sistema che soltanto cinque anni fa tutti i partiti dicevano di voler “normare per legge”, che sembrava avere riannodato i fili tra elettori ed eletti ed ha certamente contribuito a cambiare la composizione della classe politica viene definitivamente archiviato. Oggi si chiude una stagione. 

Tutti i candidati alle Politiche del 4 marzo saranno infatti individuati senza fare ricorso ad elezioni primarie. Dodici anni e mezzo dopo i quattro milioni e mezzo di elettori alle urne per le primarie dell’Unione che incoronarono Romano Prodi come candidato premier, il 16 ottobre 2005, i leader di partito torneranno ad avere il diritto di vita o di morte su un parlamentare. A sancire questo ritorno al passato la decisione del leader Pd di non replicare l’esperienza delle parlamentarie dem, che fu proprio lui a chiedere, a fine dicembre 2012, all’allora segretario Pierluigi Bersani. Il 29 e 30 dicembre di quell’anno, due mesi prima delle Politiche, un milione di iscritti al Pd avevano scelto i “loro” candidati e l’iniziativa aveva avuto degli esiti clamorosi.

Lo sbarco sullo scena politica nazionale di Giorgio Gori, per dire, subì una pesante battuta d’arresto proprio in quell’occasione: si posizionò male alle parlamentarie nella sua città e non riuscì ad essere candidato in Parlamento, dovendo poi ripiegare sul Comune di Bergamo. Oggi, senza passare per le primarie, il sindaco ed ex direttore di Canale 5 è candidato governatore del Pd alla Regione Lombardia e sarà lo sfidante di Roberto Maroni per la conquista del Pirellone. 

 

Le parlamentarie “salvarono” Rosy Bindi, che ottenne una deroga al limite dei mandati conquistandosi la nomina in Calabria e fu ricandidata e costarono il seggio a Paola Concia o al costituzionalista Stefano Ceccanti. Si fecero largo “ragazzi” come Giuditta Pini ed Enzo Lattuca, rimasero fuori parlamentari con più legislature alle spalle ma con meno seguito sul territorio. “Sono felice di vedere così tanti giovani e così tante donne”, commentò l’allora segretario. Bersani prese l’impegno a replicare l’iniziativa, ma di lì a qualche mese fu costretto a lasciare la segreteria e dallo scorso anno ha cofondato con Massimo D’Alema un nuovo partito, LeU. Nemmeno la sua nuova creatura ha scelto Pietro Grasso e i candidati con metodi democratici, per la verità.

 

Il lungo addio del Pd alle primarie era iniziato nel 2015, quando il Pd ha dovuto fare i conti con la crisi dell’amministrazione di Ignazio Marino a Roma, che si conquistò il posto da candidato battendo il predestinato (David Sassoli) proprio grazie al voto popolare, e quando, sempre a sorpresa, la candidata governatrice del centrosinistra in Liguria, Raffaella Paita, uscì suonata alle urne dall’allora consigliere politico del Cavaliere, Giovanni Toti, che issò la bandiera azzurro-verde in una Regione storicamente “rossa”. Vincere bene le primarie del centrosinistra ha significato spesso perdere male le elezioni. Ecco perché Matteo Renzi, che pure sulle primarie aveva costruito la sua scalata prima al partito e poi a Palazzo Chigi, aveva suggerito nel corso di una Direzione Pd di “ripensare” lo strumento, proponendo “una moratoria” di qualche mese. Poi c’è stata la campagna per il referendum e le difficoltà che conosciamo. 

 

La proposta di legge dal titolo “Istituzionalizzazione delle primarie pubbliche, benefici per i partiti che le organizzano, patto di lealtà per i partiti ed i candidati ammessi alle consultazioni”, depositata ad aprile 2016 da un gruppo di renziani capitanati dai deputati del Pd Dario Parrini ed Edoardo Fanucci e dai senatori Andrea Marcucci e Franco Mirabelli, non è mai stata discussa.  Da quel momento, le primarie sono finite nel dimenticatoio. Non sono state convocate per scegliere i candidati sindaci a giugno 2017, non, a ottobre, per individuare il candidato governatore in Sicilia. Tutti queste scadenze elettorali, a onor del vero, si sono tramutate in sconfitte per il Pd. 

 

La fine delle primarie non riguarda solo il centrosinistra. Non è un mistero che nel centrodestra per molti anni si è guardato con molta invidia all’uso che il Pd faceva dello strumento. Ancora fino alla scorsa primavera  sia il leader della Lega che quella di Fdi chiedevano che il centrodestra organizzasse le primarie per individuare i candidati di collegio e, soprattutto, un leader nazionale. Già dal 2014 insieme a Toti e Raffaele Fitto - che oggi è parte integrante della “quarta gamba” del centrodestra - i due avevano promosso una raccolta di firme tra i parlamentari per chiedere primarie di coalizione: me raccolsero alcune centinaia, anche importanti dentro Forza Italia.

 

L’unico ad opporvisi sempre, bollandolo come un “sistema aperto alle infiltrazioni, dunque pericoloso” è stato Silvio Berlusconi. La scorsa estate, forse dopo aver fiutato l’aria che cambiava,  i tre leader del centrodestra sono addivenuti ad un accordo: “Le primarie sono nelle urne: il primo partito della coalizione indicherà il premier”, ripetono ora all’unisono il Cavaliere e i due più giovani alleati. Di primarie non si parla più. Soltanto la presidente di Fdi, ogni tanto, butta lì: “Io avrei voluto le primarie per i candidati, ma è troppo tardi...”. 

 

Il Movimento 5 stelle ha fatto una scelta diversa. Ci sarà comunque - più avanti - una votazione online, col consueto strumento Rousseau, cioè la piattaforma web della Casaleggio e Associati. Ma a parte i dubbi sulla privacy e sulla trasparenza, quello che conta è che non saranno primarie vere, cioè aperte a tutti, ma potrà essere votato solo chi avrà il gradimento dei “capi” del Movimento. “Dovrò verificare i profili perché il Movimento non è un taxi che possono usare tutti per entrare in Parlamento”, ha ammesso Luigi Di Maio. Sarà lui, entro quindici giorni, a far sapere chi potrà concorrere alla sfida finale per conquistarsi un posto in lista e chi invece no.  

 

“E’ una buffonata”, accusa il senatore ex grillino espulso, Luis Alberto Orellana. Perché se i “signor nessuno” dovranno sfidarsi in una competizione sul web, già il vicepresidente uscente della Camera ha comunicato i nomi di alcuni che sono certamente “dentro”: il comandante Gregorio De Falco, il capitano di fregata che intimò a Francesco Schettino di risalire sulla Costa Concordia durante il naufragio all’isola del Giglio, ma anche i giornalisti Emilio Carelli e Gianluigi Paragone.

Paolo Emilio Russodi Paolo Emilio Russo, giornalista parlamentare   
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