Abruzzo, la fuga di Salvini, il crollo dei 5 Stelle, la riscossa del centrosinistra. Ma il governo resiste. Per ora 

Vince il centrodestra (50%) ma la Lega non mangia Forza Italia e il sovranismo non sfonda. Il modello Legnini con un centrosinistra civico e allargato conquista il secondo posto (oltre il 30%). Di Maio (sotto il 20%) adesso ha un problema: restare in maggioranza come socio di minoranza? Il voto premia sicurezza e si alle grandi opere. La promessa del Reddito non ha funzionato  

Abruzzo, la fuga di Salvini, il crollo dei 5 Stelle, la riscossa del centrosinistra. Ma il governo resiste. Per ora 

Vince Matteo Salvini ma non è un trionfo perchè per governare la regione ha bisogno di tutto il centrodestra. Perde, una sconfitta pesante, il Movimento 5 Stelle. Una mezza vittoria arriva invece per Giovanni Legnini, candidato governatore del centrosinistra che, confinato con un po’ di arroganza al terzo posto dagli avversari, conquista un robusto secondo posto con quasi il 30 per cento dei consensi, un recupero importante rispetto al 18 per cento raggiunto dalla coalizione di centrosinistra il 4 marzo scorso. E poiché la campagna elettorale per le regionali d’Abruzzo è stata fortemente caratterizzata dalla presenza dei leader nazionali - Salvini e Di Maio si sono in pratica trasferiti nella regione nell’ultimo mese consumando qui i grandi temi nazionali - possiamo dire che il Reddito di cittadinanza, almeno la sua promessa, ha esercitato assai meno appeal della questione grandi opere o di Quota 100.  

Conto alla rovescia per il governo

Se l’Abruzzo è il nostro Ohio, lo stato americano che in genere decide il Presidente Usa, il verdetto che esce dalle urne di questo voto regionale è che la maggioranza che guida il paese non ha più le fondamenta. Comunque sono molto indebolite. Se il governo giallo verde era nato, il primo giugno 2018, con il Movimento al 33% e la Lega al 17% e una conseguente distribuzione di pesi e incarichi, otto mesi dopo quelle percentuali sono ribaltate. Non sarà crisi di governo adesso, non conviene a nessuno: non ai 5 Stelle perché rinunciare al patto di potere che consente di sedere nei ruoli chiave sarebbe una scelta troppo difficile; non al leader della Lega che trova più utile rinviare a dopo le Europee qualsiasi decisione e nel frattempo continuare nella sua marcia di assorbimento del consenso. L’Abruzzo è la prima tappa di un giro di giostra che passa dalle regionali in Sardegna (24 febbraio) e si conclude il 26 maggio quando si voterà, nello stesso giorno, per rinnovare 2 regioni (Piemonte e Basilicata), migliaia di sindaci e per le Europee.

Il conto alla rovescia per il governo gialloverde è iniziato. Ma tocca aspettare la fine del giro di giostra. Da qui ad allora cambierà poco. Tranne che sull’agenda e sul “contratto” di governo: è chiaro che già nelle prossime settimane la Lega ha carta quasi bianca sui dossier risultati finora più divisivi, ad esempio le grandi opere. Salvini ha girato l’Abruzzo comune dopo comune e in ogni piazza ha sbancato su due temi: realizzazione delle grandi opere, aperture dei cantieri, sicurezza/immigrazione, strumentalmente messi insieme. Difficile che Di Maio e Toninelli possano ancora insistere con i loro NO.

Vince il centrodestra sovranista

Marco Marsilio è il nuovo governatore dell’Abruzzo che torna al centrodestra con quasi il 50% dei voti (49,1). E’ il primo governatore espresso da Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni è più che soddisfatta del risultato. Per oggi e per il prossimo futuro:“Il centrodestra unito è vincente ed è chiaro che l’Abruzzo è un modello spendibile a livello nazionale”. 

L’analisi del voto offre molti indizi. Alle politiche la Lega aveva preso il 14%, oggi è arrivata al 27,9, un salto enorme lontano però dalle proiezioni dei sondaggi di questi mesi che issano il partito di Salvini ben oltre il 30 per cento. Forza Italia tiene fermandosi intorno al 10% (era al 15% un anno fa) e Fratelli d’Italia arrivano fino al 6 per cento. Un dato importante è quello dei centristi. Nella coalizione per Marsilio c’era una “gamba” composta da Udc (Cesa), Dc (Rotondi) e  Idea (Quagliariello) che ha portato a casa un ottimo 3%. Salvini ha gioito via social (“Forza Abruzzo”) ma ha rinviato a stamani l’analisi del voto. E’ chiaro che non può essere contento della tenuta di Forza Italia: questo voto, per il leader leghista, era finalizzato soprattutto a contarsi con l’annessione di Fratelli d’Italia (che considera già “sua” ) e a verificare a che punto è arrivata l’erosione di Forza Italia. Su questo piano il vicepremier è rimasto un po’ deluso: il ritorno in campo di Berlusconi ha decisamente limitato le perdite e il 9-10%  resta un buon risultato.

Messa così è chiaro che il centrodestra che vince è quello a trazione sovranista con i moderati (Fi e centristi) a rimorchio.  Il Cavaliere pare non curarsi di ciò. “Il voto in Abruzzo conferma che il centrodestra è maggioranza naturale nel Paese e sono sicuro che, restando unito, avrà successo negli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi”.  Gaetano Quagliariello osserva come “la Lega abbia ottenuto un indiscutibile successo me non tale da essere autosufficiente”. Anche sommando Fratelli d’Italia, non arriva al 30 per cento. Questo è il peso, oggi, del sovranismo di centrodestra in Abruzzo. Trasferire questa percentuale a livello nazionale è forse azzardato. In fondo in Molise hanno votato il 53% degli aventi diritto (8% in meno), in tutto circa 600 mila persone. Ma resta una buona suggestione.  

Il modello Legnini

Il 31,2% della coalizione di centrosinistra guidata da Giovanni Legnini è stata senza dubbio la sorpresa più grande di questo voto abruzzese. Un anno fa il Pd più alleati stava intorno al 17%. “I sondaggi ci davano terzi, al massimo in un testa a testa con i 5Stelle. Posso dire di essere soddisfatto” ha detto Legnini verso le 2 del mattino,  lo spoglio al 50%, percentuali ormai stabili.  L’ex vicepresidente del Csm, abruzzese doc, non è certo un tribuno nè un front man da palcoscenico o un “leone da tastiera” social. E’ uomo delle istituzioni e ha fatto una campagna di “ricostruzione” dove le parole chiavi sono state due: “civismo” e  “ascolto”. Ha raccolto intorno a sè otto liste, “ho riaperto i canali con la società civile, giovani, professionisti, insegnanti”. Un modello “inclusivo” da cui, dice, “deve certamente ripartire il centrosinistra per creare un’alternativa valida e competitiva”. La lista con il simbolo Pd ha avuto l’ 11% (era il 14% a marzo 2018) quella di Legnini l’8,6, a seguire tutte le altre, di sinistra ma anche di centro, molta società civile. Il simbolo del Pd è stato “uno dei…” nella coalizione. E’chiaro che da oggi il tema è se ha ancora senso o meno tenere in piedi il Pd. E se “il modello Legnini” sarà utile ad una ripartenza e sufficiente per   evitare ulteriori emorragie nei prossimi mesi.  Di sicuro una forza del 30%, il consenso raggiunto in Abruzzo, detta legge in un sistema proporzionale.

La caduta delle Stelle

L’analisi post voto dei 5 Stelle è stata più o meno: “Abbiamo tenuto”. Il 19,2%  è un po’ meno della regionali del 2013 ma la metà delle politiche di un anno fa. Sara Marcozzi, la candidata governatrice, è “soddisfatta perché  confermiamo che siamo ornai una forza strutturata”. Per il resto ha dato la colpa “ai partiti che hanno fatto le solite ammucchiate mentre noi da soli siamo al 20%, esattamente come alle regionali di cinque anni fa”. Quello che la Marcozzi non dice è che un anno fa, alle politiche, il Movimento in Abruzzo era arrivato al 40%. Dimezzare i voti vuol dire precipitare. E’ chiaro che su questo dato negativo ha pesato l’esperienza di governo giudicata dagli abruzzesi non proficua.

Ed è altrettanto chiaro che tra i 5 Stelle qualcosa deve cambiare. La comunicazione? Magari l’eccesso di presenzialismo può risultare col tempo stucchevole. L’agenda e i temi?  La domanda a cui oggi Luigi Di Maio deve rispondere con urgenza è cosa convenga fare a questo punto: restare in maggioranza accettando di essere però minoranza?  Rompere per non farsi risucchiare dalla Lega? La risposta potrebbe arrivare già nei prossimi giorni, entro il 23 febbraio, quando i senatori 5 stelle della Giunta per le autorizzazioni decideranno se votare a favore o contro il processo a Salvini per il caso della nave Diciotti. Ma una crisi di governo adesso non conviene a nessuno. Neppure a Salvini. Figurarsi a Di Maio.