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Lo stato di salute di M5s e Pd. I 5stelle diventano sempre più "partito" e il Pd affronta un forte calo di iscritti

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Giuseppe Conte (foto Ansa)
Giuseppe Conte (foto Ansa)

Pd e M5s danno battaglia in Parlamento e vincono persino alcune battaglie mediatiche, come quella sulle gaffe del governo sul caso Cospito (con le accuse rivolte soprattutto al Pd che vengono rispedite al mittente) e arrivano a chiedere le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia, Delmastro delle Vedove, per aver rivelato documenti riservati del Ministero (le conversazioni tra Cospito e diversi mafiosi), tenendo sotto scacco il governo per due giorni, ma vivono anche di molte contraddizioni e problemi interni nei loro assetti organizzativi. Per il M5s le polemiche riguardano il nuovo organigramma che ha deciso di darsi il Movimento con una serie di ‘super-poteri’ da attribuire a Conte mentre, nel Pd, il problema è il calo degli iscritti e il rischio flop alle primarie. Ma andiamo con ordine. Vediamo prima il M5s. 

Il M5s sempre più partito: superpoteri a Conte e basta rendicontazioni

Il presidente del M5s diventa "presidentissimo". Con gli aggiustamenti al Codice etico votato online dagli iscritti il M5s si conferma partito non scalabile, pienamente nelle mani di Giuseppe Conte. Nel presentare le modifiche agli attivisti lo stesso ex presidente del Consiglio scrive: "Non sono stati introdotti nuovi poteri in capo al presidente. L'organo apicale di indirizzo politico e rappresentanza legale era il "capo politico". Successivamente l'organo era stato modificato in "Comitato direttivo", ma con l'ultima modifica statutaria quest'organo è identificato con la figura del "presidente". Il nuovo Codice etico non fa altro che sostituire le parole "Comitato direttivo" con "presidente", senza intervenire a variare le facoltà e i poteri spettanti a quest'organo apicale. Quel famoso Comitato direttivo che non ha mai avuto luce: doveva incarnare la riforma post- Di Maio, figlia dei cosiddetti Stati generali del Movimento, poi con l'arrivo di Conte si è tornati all'idea di una gestione accentrata. L'indirizzo politico del M5S non rimarrà in mano agli iscritti, che prima ne erano formalmente gli artefici, ma sarà tale "così come determinato dal presidente".

Di sicuro, nel bene e nel male, il Movimento fa un passo in più verso l'assimilazione definitiva al classico modello ‘partito’. Una scelta vidimata dal Comitato di garanzia "a maggioranza", quindi non all'unanimità. Ne fanno parte tre persone: Roberto Fico, Virginia Raggi, Laura Bottici. Il voto contrario è stato quello della ex sindaca di Roma, ormai in rotta col resto del partito. 

Inoltre, ai tempi di Casaleggio, prima Gianroberto e poi Davide, c'era il sito per le rendicontazioni. Ogni eletto era tenuto a elencare le spese sostenute per la propria attività, i famosi scontrini e bonifici sui quali qualcuno arrivò a barare. Quell'epoca è chiusa definitivamente. Sparisce anche la sanzione a carico degli eletti espulsi dal Movimento 5 Stelle o fuoriusciti, che era stata censurata dalla Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti.

Per concludere questo farraginoso processo mancano solo le nuove regole sulle retribuzioni per gli eletti. Quando i primi 5 Stelle furono eletti consiglieri regionali, in Piemonte ed Emilia-Romagna, era il lontano 2011, la regola era semplice: 2.500 euro netti a testa, il resto si rimandava indietro. Una rigidità ormai datata. Per l'oggi si ipotizza di restituire semplicemente 2 mila euro al mese (da versare al partito) e altri 500 al fondo per la beneficenza, quando finora la proporzione era l’esatto contrario. Il motivo è semplice: il Movimento (come ogni partito) ha dei costi di gestione non da poco, serve il finanziamento degli eletti oltre alla quota del 2 per mille per pagare affitti, stipendi, campagne elettorali. I 5 stelle diventano, cioè, un partito a pieno titolo.

Ma la ratifica di una delle pietre miliari che disciplinano le regole interne al Movimento (il codice etico, appunto) sta creando dibattito, specie per la figura del presidente. L’accusa che viene rivolta da alcuni stellati a Giuseppe Conte è quella di aver accentrato nelle sue mani con il nuovo codice troppi poteri. C’è chi ironizzando parla persino di «presidenzialismo alla M5S».

C’è chi fa notare: «L’indirizzo politico del Movimento ricade sul presidente e non più sugli iscritti. Sulla base di questo indirizzo si può sanzionare un eletto». Ma un big del nuovo corso puntualizza: «Il codice etico non attribuisce o toglie poteri: è lo statuto che lo prevede». Intanto, spariscono i riferimenti anche al ruolo dei comunicatori in caso delle campagne elettorali.

Nelle pieghe del comunicato si nota che il nuovo codice etico è stato approvato «a maggioranza» dei componenti del comitato di garanzia. Facile desumere che a opporsi sia stata Virginia Raggi. L’ex sindaca di Roma è contraria, infatti, a un cambio di rotta che sradichi il M5S dai valori delle origini. Il testo, peraltro, contiene una precisazione che di fatto preclude proprio a Raggi eventuali nuove candidature: «Al fine del computo dei mandati elettivi svolti, non si prende in considerazione un solo mandato da consigliere comunale o circoscrizionale o municipale, in qualunque momento svolto». I fedelissimi di Conte precisano: «Si tratta di una precisazione già implicita nelle regole vigenti, tant’è che Raggi non si è candidata alle Politiche». Ma c’è chi fa notare: “Alla Raggi si conta un mandato elettivo da sindaco perché ha avuto la ‘sfortuna’ di essere stata eletta dal popolo, a Conte no perché scelto da Di Maio e Salvini. è ridicolo conteggiare i mandati elettivi e non quelli “esecutivi”».

I sondaggi vedono frenare l’emorragia di voti

Va detto che, guardando ai sondaggi, se la salita del M5s continua, la discesa del Pd si è, se non invertita, quantomeno fermata. Lo certifica la supermedia di You trend che rivelano i dati rispetto a due settimane fa. In sintesi, lieve ma costante flessione per FdI e Lega, stabili Forza Italia e Pd, crescono M5s e Verdi/Sinistra. 

Tra le liste delle opposizioni, a crescere in maniera sensibile è solo il M5s, che segna un deciso (17,9%, +0,4). Il Pd, però, arresta la discesa (stabile al 15,8%), il Terzo Polo è, a sua volta, stabile (7,9%). In ripresa i rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (3,4%).

Di conseguenza, come coalizioni, è in calo il centrodestra, crescono centrosinistra e M5s, anche se le distanze restano abissali: centrodestra al 46,2%, centrosinistra al 22,2%, M5s al 17,9%.

Giarrusso non ha potuto iscriversi al partito…

Il problema numero uno del Pd si chiama, però, livello di partecipazione alle primarie (numero dei votanti) e stato di salute del partito (numero degli iscritti). E qui, invece, sono solo dolori. 

Per un Dino Giarrusso che voleva iscriversi e che, ormai è chiaro, non potrà farlo (il termine per i nuovi iscritti è scaduto il 31 gennaio) perché la ex Iena ed ex M5s da un lato si era iscritto a un movimento localistico (“Sud chiama Nord” di Cateno De Luca) e, dall’altro, al Parlamento Ue, milita nel gruppo Misto che, per quanto ‘Misto’, è sempre diverso da quello socialista (S&D), sono fin troppi gli iscritti al Pd che hanno deciso di non rinnovare la tessera. Secondo gli ultimi dati diffusi, il Pd conta, al 31 gennaio, 150 mila iscritti, in forte calo rispetto ai 320 mila del 2021. 

Il sensibile calo nel numero degli iscritti

Per ora, è un dato solo parziale. Il regolamento congressuale, infatti, prevedeva l’adesione fino al 31 gennaio, con una eccezione per i militanti storici quelli che hanno la tessera dem del 2021. Per loro è possibile tesserarsi fino al congresso nel loro circolo, quindi dal 4 al 12 febbraio. Con un prolungamento ulteriore al 19 febbraio per Lombardia e Lazio, dove si vota per le regionali.

Dicono al Nazareno che nelle ultime ore e giorni c’è stata una corsa a tesserarsi, tanto che la piattaforma online è stata presa d’assalto e si è verificato un ritardo nell’elaborazione dei dati da consegnare alla commissione congresso: da qui le cifre ancora oggi ballerine. Il responsabile dell’organizzazione, Stefano Vaccari se ne vanta: "Le 'cassandre' sono state smentite, qualcuno anche all’interno del partito prevedeva che fossimo morti e sepolti". Ma, al di là di previsioni ancora più fosche, il Pd si restringe. Ed è una lenta e inesorabile contrazione: nel 2019 i tesserati erano 412mila; nel 2013, 535mila, anche se si disse che erano stati “pompati” in vista del congresso di allora. Subito dopo la fondazione, il Pd di Walter Veltroni, nel 2008, aveva 830mila iscritti. Altra epoca, altra capacità espansiva e altro appeal. Ma anche ipotizzando un buon afflusso dei militanti storici nei prossimi giorni, la proiezione non sale a oltre i 200 mila iscritti che parteciperanno al primo round del congresso, dove solo chi è tesserato (e i bersaniani che dichiareranno di tesserarsi: ad oggi circa 9 mila), può votare per i quattro sfidanti alla segreteria.

Il risultato designerà chi andrà al ballottaggio nelle primarie dei gazebo il 26 febbraio. Qui a decidere il segretario che prendere il posto di Letta, sono non solo i militanti, ma anche gli elettori dem.

La caduta di iscrizioni è forte specie al Sud

Non è solo però la caduta del numero dei militanti a preoccupare i dem. Bensì l’effetto a macchia di leopardo e il crollo al Sud. Se l’Emilia-Romagna (la regione di tre dei quattro sfidanti: De Micheli, Schlein e Bonaccini) ha tenuto, così come Toscana, Piemonte e Lombardia, nel Mezzogiorno il Pd rischia l’irrilevanza. A mano a mano che emerge la fotografia del tesseramento, l’impressione è quella di un flop nelle regioni meridionali. La spinta dei candidati, insieme con la competizione per i nuovi segretari regionali, sta giocando un effetto traino, ma modesto. Morale, alla fondazione, con Walter Veltroni, gli iscritti erano quasi un milione. Quindici anni dopo le tessere ammontano a poco più di 150 mila.

Le primarie meno partecipate della storia dem

L’altro e ultimo, ma cruciale, problema è che le prossime primarie del Partito Democratico si annunciano come le meno partecipate della storia. Veltroni le vinse contro Rosy Bindi ed Enrico Letta con tre milioni e mezzo di partecipanti. Il prossimo segretario o segretaria del Pd, anche vincendo, potrà contare su una legittimazione popolare decisamente ridimensionata da allora.

Nel primo anno di tesseramento, nel 2008, gli iscritti alla formazione erede del Pci-Pds-Ds e del PPI-Margherita raggiungevano quota 830 mila. Un numero non paragonabile, certo, al 1947, quando nel Pci di Palmiro Togliatti gli iscritti raggiungevano superavano quota due milioni. Altri tempi, ma nel 2008 quei numeri consegnavano al Pd la testa incontrastata nella classifica delle formazioni politiche per numero di iscritti. Da quel Pd “a vocazione maggioritaria” resta veramente poco. Già due anni dopo, conclusa la segreteria dell’ex sindaco di Roma e iniziata la svolta a sinistra con Pier Luigi Bersani il tracollo è forte: 570 mila tessere nel 2010, che si riducono ulteriormente a 400 mila nel 2012, quando i dem sono ancora guidati da Bersani.

Va riconosciuto che una leggera ripresa la si ottenne con l’ascesa dei rottamatori di Matteo Renzi, che aspirava esplicitamente a costruire un 'partito della Nazione'. Il premier-segretario riuscì a stabilire un nuovo record elettorale, con il famoso 40% alle europee del 2014, ma l’exploit non corrispose a un analogo successo nel tesseramento: nel 2015 gli iscritti sono 385 mila e risalgono l’anno successivo a poco più di 400 mila. I numeri comunque reggono, uno zoccolo duro di militanti che non vuole saperne di mollare il partito: con l’avvento della segreteria di Nicola Zingaretti, nel 2019, sono 412 mila. Ma la pandemia dà la botta decisiva. In due anni le tessere crollano di quasi centomila, a 320 mila. Fino ad arrivare ai numeri più che dimezzati attuali, con l’asticella ferma a poco più di 150 mila e che non dovrebbe salire più di tanto. Delle due l’una: o con la segreteria di Enrico Letta si è consumata una forte emorragia, oppure i numeri delle precedenti rilevazioni erano “gonfiati”, accusa che spesso circola alla vigilia di ogni congresso, come avvenuto nel 2019 e come ancora prima negli anni dell’epopea renziana.

Per quanto riguarda le primarie, quelle del 2023 saranno l’ottava tornata. Anche qui, però, i numeri testimoniano la crisi graduale della partecipazione: nel 2007, nella sfida che vide contrapposti Veltroni, Rosy Bindi e il giovane Enrico Letta, i numeri erano da record, con oltre tre milioni e mezzo di elettori.

Nel 2009, nella sfida che vede contrapposti Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino siamo ancora sopra quota tre milioni. Ai due giri di primarie nel biennio 2012-2013 (nel primo Bersani fu riconfermato segretario contro lo sfidante Renzi, nel secondo il sindaco fiorentino sistemò la pratica Gianni Cuperlo e Pippo Civati con facilità) si sfiorano ancora i tre milioni. Il crollo arriverà al tramonto dell’era renziana: nel 2017 Renzi batte Andrea Orlando sfidandolo in una competizione da poco più di un milione e mezzo di elettori. L’anno successivo, alle elezioni del 4 marzo, i dem si schiantano con il 18% e l’addio di Renzi alla segreteria. Nel 2019 le primarie registrano un milione e mezzo di voti, di cui due terzi al governatore del Lazio Zingaretti, nuovo leader. Quattro anni dopo, però, considerato il dimezzamento netto delle tessere, sono in tanti a dubitare sulla capacità di attirare alle urne di partito almeno un milione di elettori. E così le primarie rischiano di rivelarsi, come le ultime elezioni politiche, il più grande flop nella storia pluridecennale dell’intero Pd dalla nascita.

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