Quaranta miliardi, stop ai costi fissi, riaperture graduali: così il governo risponde alle piazze

Ieri doppia manifestazione nella Capitale. Nessuna violenza. Tanta rabbia, disperazione e ottimi motivi. Oggi il nuovo scostamento di bilancio. Obiettivo coprire i costi fissi. Il caso del ministro Speranza: troppe cose non fatte e troppa “continuità” col passato

Il premier Mario Draghi (Ansa)
Il premier Mario Draghi (Ansa)

Una cifra sul tavolo, 40 miliardi. Una destinazione chiara: restituire una buona parte dei costi fissi sostenuti dai titolari di quelle attività chiuse ormai da un anno. Una bella notizia: a metà giugno riapre lo stadio Olimpico a Roma per ospitare le partite di Euro 2020, gli Europei, con il 25 % di pubblico. Non era scontato. Una promessa: la prossima settimana ci sarà una riunione della Cabina di regia e poi un Consiglio dei ministri sulla aperture. Avevano qualcosa in tasca ieri sera quando sono tornati a casa i quattro mila manifestanti riuniti al Circo Massimo, gli altri che hanno bloccato l’autostrada A1 all’altezza di Orte e gli altri riuniti da remoto con le 21 sedi regionali per l’assemblea straordinaria della Fipe-Confcommercio convocata in piazza San Silvestro. Ma non abbastanza per “smontare” il presidio permanente e smettere di chiedere “lavoro” e “dignità”. Lunedì prossimo si ricomincia, a Roma e nelle altre città.

Vogliamo una data

In piazza San Silvestro a Roma, a due passi da palazzo Chigi, ieri c’era il presidio di Fipe-Confcommercio. E’ stata una ordinata assemblea pubblica, con posti a sedere distanziati e il palco e il maxischermo per gli interventi, in presenza e da remoto dalle 21 città collegate.   “Vogliamo una data, vogliamo riaprire in sicurezza, serve un piano preciso per le riaperture” è il messaggio chiaro e declinato con storie e racconti personali.  In piazza c’è anche un big come Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, che ascolta e dal palco manda un messaggio al governo accusandolo, ormai dopo due mesi,  di non aver fatto alcun “cambio di passo”. In piazza ci sono ristoratori, baristi, operatori dei catering, gestori di discoteche, sale del gioco, stabilimenti balneari. Soprattutto ci sono le loro storie che arrivano “da remoto” dalle 21 città collegate.  Da Firenze parla Marco Valenza, titolare di due caffè storici in centro: “I nostri due locali danno lavoro a 90 dipendenti, che sono un prolungamento della nostra famiglia” ha raccontato circondato lavoratori con mascherina e divisa bianca da lavoro. Valenza è stato il portavoce delle città d’arte, quelle che in assoluto hanno sofferto di più perché non sono più arrivati i turisti. “I centri storici delle città d’arte - ha spiegato - hanno pagato il prezzo più caro di questa pandemia. Le nostre attività hanno perso fino all'80% del fatturato. Dai ristori abbiamo recuperato solo un 4%. Se il governo non può darci i ristori - è la richiesta - almeno ci tolga le spese, non possiamo sostenere questi costi da soli”. Da Genova Ilaria racconta la disfatta di un settore come il catering dove lei per l’appunto aveva investito tutto pochi mesi prima dell’arrivo della pandemia. Aveva fatto mutui. Ora sono tutti debiti. E’ disperata, teme di non poter riaprire. Sono tante le donne imprenditrici in questo settore.  Valentina Picca Bianchi le rappresenta e ieri ha declinato in piazza il concetto di “antifragili” che va oltre la resilienza.

Parallelamente alla manifestazione di Fipe, al Circo Massimo, c’era il sit-in dei commercianti “Una volta, per tutti”. Anche qui, nessuna tensione. Tanta rabbia e disperazione raccontate, spiegate, davanti alle telecamere che, per quanto “odiate”, amplificano e rilanciano nelle dirette tv tante storie di persone che drammaticamente non ce la fanno più. Nel pomeriggio, verso le 18, una delegazione sarà ricevuta a palazzo Chigi dal sottosegretario Debora Bergamini. Promesse, parole, non convinti, lunedì prossimo saranno nuovamente a Roma. E andrà così finché non avranno un piano serio sulle riaperture.

Possono più le parole delle bombe carta

Quella di ieri è stata la piazza che ha fatto più male di tutte quelle viste in queste settimane. La violenza è stata “solo” quella della disperazione che mette a nudo la verità. “Questa non è cattiveria – diceva una signora proprietaria di una pizzeria a Roma – questa è la disperazione di chi come noi non ha più nulla da perdere”. Di chi ha pignorato un po’ di gioielli, di chi ha venduto la macchina e anche la moto. Di chi chiede “lavoro e non sussidi”. Di chi si mette in ginocchio a mani alzate davanti ai poliziotti con caschi e manganelli. Non li hanno mai dovuti usare. Parole e immagini che “entrano” dentro palazzo Chigi molto di più se si fossero stipati in piazza Montecitorio. Le loro voci e le loro storie fanno male. Ed è un problema in più per l’esecutivo Draghi. Uno dei tanti visto che la fortuna non aiuta e i miracoli non sono di questo mondo.

La risposte, quelle vere, a questo punto non possono più attendere. Ieri il premier ha deciso così di accelerare sul nuovo scostamento di bilancio. Il Consiglio dei ministri è convocato per questa mattina (ore 11.30). L’ordine del giorno recita “varie ed eventuali”. Ma gli uffici del Mef lavoreranno tutta la notte per portare sul tavolo un nuovo scostamento di bilancio per circa 40 miliardi. Si tratta del primo vero provvedimento economico antipandemia del governo Draghi (il Sostegni 1 agiva sullo scostamento di 32 miliardi già deciso dal Conte 2). La parola chiave del nuovo deficit è “costi fissi”, quelle spese di affitto e utenze che bar, ristoranti, pizzerie e piscine e palestre hanno continuato a pagare nell’ultimo anno pur non avendo potuto lavorare.

Coprire i costi fissi

Draghi vuole destinare una larga fetta del nuovo deficit ad indennizzare queste voci. 30-35 miliardi dovrebbero così andare ad imprese e partite Iva e soprattutto  a coprire i costi fissi che gli imprenditori di settori come turismo, ristorazione e ambulanti hanno dovuto continuare a sostenere nonostante lo stop quasi totale delle attività..  Quello che resta dei 40 miliardi dovrebbe essere destinato a quelle opere pubbliche necessarie che non riescono ad entrare nel PNRR. E’ questa, la prima vera misura economica del governo Draghi (il decreto Sostegni , appena approvato, agiva su uno scostamento di 32 miliardi deciso dal Conte 2). E si intravede per la prima volta una netta distinzione tra debito necessario (indennizzi alle imprese e P.Iva) e debito buono (il fondo per le opere pubbliche), quello che diventa investimento per il futuro.  I dettagli saranno più chiari in un successivo decreto una volta che il Parlamento avrà autorizzato la nuova cifra. Da quello che filtra, i ristori saranno elargiti sotto forma di contributi a fondo perduto per due mensilità (e non una soltanto come nel precedente decreto sostegno), con le medesime modalità di assegnazione ed erogazione. Per ridurre i costi fissi sono previsti sgravi sugli affitti e sulle bollette, il congelamento del canone Rai per i locali commerciali. In valutazione anche misure fiscali come il taglio dell'Imu sui beni strumentali e un nuovo rinvio di Tosap e Cosap. Il governo rinvia invece a domani la presentazione del Documento di economia e finanza. Con i nuovi 40 miliardi di debito (sono 180 dall’inizio della pandemia) il disavanzo per il 2021 dovrebbe salire al 10-11% contro le previsioni dell’autunno scorso che lo davano al 7%.

Le riaperture

Il governo sta lavorando anche sulle riaperture. Il segnale alla Uefa sugli Europei di calcio è come un via libera anche per tutte le attività all’aperto di sport e spettacolo. Se all’Olimpico potrà entrare il 25% del pubblico, si parla di portare ad 800 il numero delle persone per gli spettacoli all’aperto e a 400 quelli al chiuso (il doppio dei protocolli di gennaio poi mai attivati). Questioni di giorni e il Comitato tecnico scientifico autorizzerà anche le zone gialle. E quindi le aperture per bar e ristoranti a pranzo e anche a cena se i posti sono all’aperto e seduti. Poco importa se sarà già in aprile come chiedono Lega, Fi e Iv o se invece questa graduale riapertura avverrà a maggio. Queste sono bandierine di partito che lasciano il tempo che trova. L’importante è sapere che sarà così. Il premier è stato chiaro con il Cts: dobbiamo fare il possibile per riaprire. La promessa è che l’estate sarà “normale” pur con mascherine e distanziamenti.

Vaccini, il piano non cambia

Certo, le variabili restano. Si chiamano contagi e vaccini. E purtroppo vengono prime delle buone intenzioni. Ieri sono arrivati anche in Italia le dosi del vaccino monodose Jannsen (J&J) ma non le potremo usare. L’ente di sorveglianza Usa (Fda) ha chiesto “in via precauzionale” uno stop per valutare sei casi di donne tra i 18 e i 48 anni (sei su un totale di 6,8 milioni di dosi inoculate) che hanno avuto problemi analoghi a quelli di Astrazeneca. Adesso si attendono le valutazioni di Ema e Aifa. Lo stop ad oggi non preoccupa la struttura del Commissario Figliuolo. Certo non aiuta a raggiungere il target di 500 mila inoculazioni al giorno previsto per l’ultima settimana di aprile. Al momento si viaggia sulle 300 mila al giorno.
L’approvvigionamento dei vaccini è, con la rabbia di ristoratori e partite Iva, la spina nel fianco del premier. Arrivato due mesi fa a palazzo Chigi ha trovato poco o nulla su questo fronte. Non c’era un Piano vaccini degno di questo nome, adesso almeno c’è una macchina pronta. Le regioni andavano per conto proprio e infatti la disomogeneità è ancora forte nelle perfomance del numero dei vaccinati tra le fasce a rischio, anziani e fragili. Soprattutto il passato governo ha del tutto ignorato il dossier relativo alla produzione nazionale dei vaccini. Se già in estate Francia e Germania potranno essere autonome, l’Italia dovrà aspettare l’autunno-inverno e perdere un trimestre significa perdere circa 200 miliardi di pil. La riconversione degli stabilimenti per produrre il vaccino è un dossier aperto dal governo Draghi e di cui prima nessuno si era occupato.

Un “problema” chiamato Speranza

In tutto questo è evidente che c’è un problema al ministero della Salute. Che va al di là della campagna – quasi una caccia all’uomo – scatenata da Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e giornali d’area contro Roberto Speranza e lo staff del ministero. Pubblicamente Draghi difende il ministro a spada tratta. La scorsa settimana a domanda precisa ha replicato: “Ho voluto io Speranza nel governo perché lo stimo”. In questi giorni però sono tornati i rumours di una sua “sostituzione imminente”. Un promoveatur ut amoveatur che porterebbe Speranza a ricoprire un ruolo chiave nell’Unione europea – si dice proprio al fianco di Sandra Gallina voluta da Von der Leyen per negoziare i vaccini – e libererebbe la casella del ministero. Certo le voci su questo “promozione” vanno di pari passo all'indagine sull’assenza di un vero Piano Antipandemico che vede coinvolto il numero due dell'Oms Ranieri Guerra e che ha acceso i riflettori anche sul  capo di gabinetto del ministro, Goffredo Zaccardi, ex braccio destro di Bersani quando era ministro. Al di là delle inchieste che faranno il loro corso, Speranza è certamente il ministro che ha legato maggiormente il suo nome all’emergenza, alle chiusure e alla crisi economica. Un mestiere e un ruolo difficile, il suo, senza dubbio. Bravissimo a chiuderci, improvvido nella scrittura di un libro poi ritirato dagli scaffali, Speranza ha negato per troppo tempo anche solo la speranza e la progettazione di un graduale ritorno alla normalità. Nel "Conte 2" e con Draghi. E questa continuità è un problema per questo governo.