25 aprile, il centrosinistra in piazza diviso nonostante le prove del “campo largo”

L’invasione russa in Ucraina ha spinto Letta e il Pd su posizioni filoatlantiste nette. Ma dopo due mesi segnali e scricchiolii sono evidenti

Polizia, bandiere ucraine e simboli sindacali al corteo del 25 aprile (Foto Ansa)
Polizia, bandiere ucraine e simboli sindacali al corteo del 25 aprile (Foto Ansa)

Il paradosso è che anche la pace riesce a dividere e separare. E poche altre cose come il pacifismo riescono d alzare barricate. Questo 25 aprile che s’incrocia con l’aggressione militare della Russia in Ucraina e mette a confronto la Resistenza di ieri con quella - e quelle - di oggi, è un moltiplicatore di guai. Soprattutto, come ovvio, nel centrosinistra. Dopodiché il centrodestra ha i suoi guai ugualmente divisivi visto che hanno a che fare con la linea politica e la leadership. La vittoria schiacciante di Macron ieri in Francia e la tenuta sorprendente del Rassemblement national di Marina Lepen è destinato ad aumentare le distanze tra Salvini, il primo leader europeo e italiano che ha subito fatto i complimenti a Lepen per il risultato, Meloni e Berlusconi.

Oggi nelle piazze

Dopo dieci giorni di distinguo, interviste e nervosismi vari, l’Anpi scende in piazza a celebrare la sua festa costituente. Lo fa dopo che il suo presidente Gianfranco Pagliarulo ha fatto chiarezza sulla resistenza ucraina. “Non c'è dubbio. E' evidente che ogni resistenza in caso di guerra diventa resistenza militare. Abbiamo riconosciuto il diritto dei popoli a difendersi dalle invasioni” ha detto ieri ospite del congresso di Articolo tra gli applausi e qualche pugno alzato della platea. Ma la polemica ha diviso e ha lasciato detriti in questi giorni. Difficili da rimuovere. E se “domani sarà una bellissima giornata” ha detto Pagliarulo,  la ferita è aperta. E sanguina. Perchè nel centrosinistra il dossier Ucraina porta sempre più tensioni: contro la Nato e il netto filoatlantismo del segretario dem Enrico Letta; a favore di Putin e “contro l’Amerika”; contro la decisione di inviare armi perchè tutto sommato l’Ucraina “sono nazisti e si devono arrendere”. Assistiamo ogni giorno a giravolte clamorose e riletture della storia che potrebbero far sorridere (se non producessero bombe e morti). Il paradosso più grande è che estrema destra e sinistra concordano nel difendere Putin. E che tutti insieme puntano chiaramente ad alimentare, da posizioni opposte, due diversi partiti populisti e antisistema in vista delle politiche del 2023.

L’Italia torna in piazza a celebrare il 77 anniversario della Liberazione

A Milano ci sarà la tradizionale manifestazione nazionale dell'Anpi  e Pagliarulo ieri ha voluto ribadire la “condanna senza se e senza ma dell'invasione da parte dell'esercito di Putin ed il riconoscimento della legittima resistenza ucraina”. E ha avvisato: “Nessuno sa dove porterà la vicenda dell'Ucraina, ma in questo vuoto che riempiremo giorno per giorno è già chiaro il tentativo di delegittimazione dell'Associazione: Pagliarulo è putiniano, sciogliamo l'Anpi. Noi non rispondiamo. Ma una cosa vorrei che fosse chiara, a nessuna condizione l'Anpi diventerà subalterna, non perderà la sua autonomia da partiti e editori, e tantomeno perderà la sua fisionomia, un'associazione larga, plurale, aperta a tutti gli antifascisti”.

Il tweet di Petrocelli

Chissà cosa gli ha preso ieri sera al senatore 5 Stelle Vito Petrocelli, il presidente della Commissione Esteri che non ha votato la fiducia al governo quando ha deciso l’appoggio logistico, umanitario e bellico all’Ucraina. Petrocelli, un passato in Rifondazine comunista, non fa mistero di essere a  favore di Putin, contro i “nazisti ucraini”, contro l’America e contro la Nato. Si vede che ieri ha sentito sfuggire la giornata in un tutto sommato concorde appoggio all’Ucraina di Zelensky  e ieri sera alle 19.15 ha postato il seguente tweet: “Per domani buona festa della LiberaZione”. Utilizzando la Zeta maiuscola ormai simbolo dell'invasione russa all'Ucraina. A conclusione di un’altra giornata di missili sulle città con morti tra i civili, veramente pessimo gusto.  Giuseppe Conte, ieri acclamato alla Festa di Articolo 1 dove in queste 48 ore sono esplose un po’ tutte le contraddizioni del centrosinistra,  ha subito risposto con un post per una volta perentorio:  “Vito Petrocelli è fuori dal Movimento 5 Stelle. Stiamo completando la procedura di espulsione. Il suo ultimo tweet e' semplicemente vergognoso. Il 25 aprile  è una ricorrenza seria. Certe provocazioni sono inqualificabili”. Solo che Petrocelli non lascia il Movimento e neppure la Presidenza ella Commissione.

Durissima anche Paola Taverna, vicepresidente del Senato:  “Sinceramente non ho più parole. Quella tua Z offende chi lotta oggi e chi ha lottato ieri, la libertà  e i valori su cui si fonda la nostra democrazia, offende chi è morto per la libertà, anche per la tua. Offende te, senatore della Repubblica nata dalla Resistenza”. Il web ieri sera pullulava di insulti verso il Presidente della Commissione Esteri di Palazzo Madama. Tra i tanti guai del campo largo, questo dovrebbe essere uno dei più facili da risolvere.

Tutta la sinistra in marcia della Pace

Più difficile invece tenere insieme il filoatlantismo del Pd con la marcia della Pace di ieri, diecimila persone in marcia tra Perugia e Assisi, Landini (Cgil) e Fratoianni (Sinistra italiana) in testa, che certamente condannano l’aggressione militare di Putin ma al tempo stesso invocano la diplomazia (e chi non lo fa) e fanno capire che l’Ucraina si dovrebbe arrendere e poi vedere cosa fare.  Inaccettabile in via di principio. Un precedente gravissimo. Definitive le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “L'attacco violento della Federazione Russa non ha giustificazione. La pretesa di dominare un altro popolo, di invadere, ci riporta alle pagine più buie dell'imperialismo e del colonialismo”. Il Capo dello Stato poi ha chiarito come “l’appello alla pace non significhi in alcun modo l’appello ad arrendersi di fronte alla prepotenza”.

Col passare dei giorni sembra sempre più difficile per il segretario dem tenere insieme le anime pacifiste del campo largo. E persino del Pd. La sinistra del partito che fa capo a Cuppi, Provenzano e Orlando è sempre più insofferente rispetto al netto filoatlantismo di Letta. Già prima di Pasqua, la sindaca di Marzabotto e presidente del Pd Valentina Cuppi, aveva dato voce ai tanti malumori repressi soprattutto nell’area sinistra del partito. Due mesi fa Letta spiazzò tutti con una posizione fieramente atlantista, concordata con il ministro della difesa Lorenzo Guerini. Una posizione talmente netta che bloccò sul nascere i tanti distinguo che sarebbero esplosi naturalmente nella galassia del Pd in larga parte votata al neutralismo. Ma destinata a farsi sentire sempre di più.

L’invio delle armi è un altro tema sensibile: è di pochi giorni fa un appello contro l’aumento delle spese militari firmato da Rosi Bindi e gli ultimi tre presidenti della Toscana, Claudio Martini, Enrico Rossi e Vannino Chiti.

E poi Giuseppe Conte

Sul no alle armi e alle spese militari è tornato ieri a dire la sua il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte. Che ha scelto, non a caso, la platea del Congresso di Articolo 1 per tornare alla carica su temi molto di sinistra (cittadinanza, reddito di cittadinanza e reddito universale, in pratica assistenzialismo di stato e debito pubblico) e contro le armi e le spese militari. Conte ha prima voluto chiarire che le sue parole su “Mcron-Lepen sono state fraintese”. Poi ha scelto con cura le parole: “Non possiamo impegnarci in una forsennata corsa al riarmo o rifornire gli ucraini con armamenti sempre più pesanti e offensivi”. Peccato che il “non possiamo” di Conte sia il “facciamo” di Letta. Su cui nicchia anche Roberto Speranza , rieletto segretario di Articolo 1 con un solo voto contrario. “Aiutare l'Ucraina per fare la pace non per fare più guerra”. Non è questa la linea del Nazareno. Letta si è già scontrato con Conte su questo punto quando l’ex premier ha imbastito una quasi crisi di governo contro l’aumento delle spese militari fino al 2 per cento del pil. Conte arrivò quasi a minacciare una crisi di governo. Fu liquidata come una delle solite baruffe che i partiti ogni tanto sollevano per far vedere che esistono. Di sicuro i distinguo di Conte non piacciono a Letta. E neppure al premier Draghi. Pare non piacciano neppure a larga parte dei suoi parlamentari. La domanda, tra i 5 Stelle in Parlamento è: “Sicuri che sarà Conte a fare le liste?”.

Il campo largo

In tutto questo c’è il tema del “campo largo” del centrosinistra che Letta sabato ha rilanciato parlando al congresso di Articolo 1. Sabato l’assise ha dato anche il sostanziale via libera al ritorno di Articolo 1 nel Pd,  “dobbiamo chiudere con quello che è successo nel 2017 (la scissione di Bersani &C dal Pd di Renzi, ndr)”. Bersani-Speranza hanno invitato al congresso Carlo Calenda (“noi mai con i 5 Stelle), Letta, Conte e non Renzi nè altri di Italia viva. E ieri, nelle conclusioni dell’assise, Speranza ha un po’ frenato circa il ritorno a casa. Non può essere lui quello che sta li' ad aspettare che il Pd apra la porta ad Articolo 1 e lo faccia accomodare imponendo delle condizioni. La frattura “è superata” e quindi “unirsi” con i dem “è possibile, anche subito e senza paura, ma per cambiare” ha chiarito. L'alleanza progressista di cui potranno far parte Pd e Articolo Uno con M5s “dovrà porre al centro di tutto la questione sociale, che chiede risposte subito”. Se il partito di Enrico Letta resta dunque l'interlocutore privilegiato, questo non può avvenire senza che nulla cambi.

No alle “ubbie centriste”

Pier Luigi Bersani ha spiegato “il cammino” da fare col Pd: “Letta ha espresso la volontà di fare un passo avanti  ma ci dobbiamo lavorare. Noi proponiamo un progetto sociale nuovo. Questo significa mettersi a sinistra sul serio e non rincorrere ubbie centriste. Se le condizioni che chiediamo non maturano entro la fine dell'anno, vedremo nel campo progressista le intese elettorali. Se invece si apre lo spazio di una novità politica, noi siamo desiderosi di valutarle, prenderemo una strada nuova”. Anche Massimo D'Alema, che il Pd non ama particolarmente, ha detto di condividere “l'idea di portare l'esperienza di Articolo Uno dentro al processo di ricostruzione di una sinistra democratica forte”.

Peccato che le “ubbie centriste” che Bersani non vuol rincorrere sono quelle con cui Letta ritiene di dover fare i conti - Italia viva, Azione, Più Europa - per un'alleanza di centrosinistra più larga possibile.

Insomma, i protagonisti del campo largo non sanno ancora bene quali siano i confini della coalizione. E così torna in ballo la questione della legge elettorale. Se Enrico Letta non si è sbilanciato, lo ha fatto il suo vice, Peppe Provenzano, che - come anche Articolo Uno - ha auspicato una legge proporzionale e pure un ritorno a una forma di finanziamento pubblico dei partiti.