Con la misericordia di Papa Francesco l’inferno non esiste

Un modo nuovo di spiegare la parabola evangelica del Buon Pastore. L’inferno non è una minaccia di Dio, ma una eventuale scelta dell’uomo

Il Papa con un agnellino
Papa Francesco
di Carlo Di Cicco

La parabola del Buon Pastore raccontata da Papa Francesco fa pensare che l’inferno se anche esiste come crede la fede cristiana, potrebbe non avere dannati nella sua prigione di fuoco. Infatti l’inferno non è una minaccia di Dio, ma una eventuale scelta dell’uomo. In quanto misericordia Dio non può pensare di riservare l’inferno che resta una possibilità di scelta dovuta alla libertà umana che Dio rispetta sempre.

Il castigo eterno

Negli ultimi trent’anni è diventata nuovamente di attualità la questione dell’inferno, sempre presente nell’insegnamento della Chiesa, ma sul quale si è sempre discusso tra i teologi divisi su come interpretare questo castigo che attende i cattivi. Fuoco alle micce del problema venne dato dal teologo Hans Urs von Balthasar, uno considerato tra i più importanti del secolo scorso, ex gesuita, il cui insegnamento venne riassunto dai giornalisti con la famosa frase: l’inferno esiste ma è vuoto. Su questa piccola frase si accese un dibattito degno del calore del fuoco infernale. Von Bhaltasar spiegò che lui non aveva mai detto quella frase, ma aveva sostenuto che “sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede cristiana”. Dio non condanna alcuno ma è l’uomo in piena libertà che si rifiuta  in maniera definitivaall’amore e condanna così se stesso a stare separato da Dio. Questa separazione provoca dolore indicibile poiché secondo la fede cristiana noi siamo creati per godere la visione di Dio.

La parabola del buon pastore

Nella catechesi odierna ai pellegrini presenti all’udienza generale Papa Francesco senza nominare la storia dell’inferno, indirettamente la evoca spiegando la parabola del Buon Pastore. Interessante è che la prospettiva della misericordia divina come viene spiegata da Francesco è un punto di vista nuovo dal quale si può anche riflettere e risolvere la questione sull’esistenza dell’inferno e sulla possibilità di essere –come si diceva una volta – dannati in base alla gravità dei peccati commessi.

Secondo il papa la parabola raccontata da Gesù ha del paradossale

Il pastore, ritrovata la pecora, «se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me». “ Sembra – osserva Francesco - che il pastore non torni nel deserto a recuperare tutto il gregge! Proteso verso quell’unica pecora sembra dimenticare le altre novantanove. Ma in realtà non è così. L’insegnamento che Gesù vuole darci è piuttosto che nessuna pecora può andare perduta. Il Signore non può rassegnarsi al fatto che anche una sola persona possa perdersi. L’agire di Dio è quello di chi va in cerca dei figli perduti per poi fare festa e gioire con tutti per il loro ritrovamento. Si tratta di un desiderio irrefrenabile: neppure novantanove pecore possono fermare il pastore e tenerlo chiuso nell’ovile. Lui potrebbe ragionare così: “Faccio il bilancio: ne ho novantanove, ne ho persa una, ma non è una grande perdita”. Lui invece va a cercare quella, perché ognuna è molto importante per lui e quella è la più bisognosa, la più abbandonata, la più scartata; e lui va a cercarla. Siamo tutti avvisati: la misericordia verso i peccatori è lo stile con cui agisce Dio e a tale misericordia Egli è assolutamente fedele: nulla e nessuno potrà distoglierlo dalla sua volontà di salvezza. Dio non conosce la nostra attuale cultura dello scarto, in Dio questo non c’entra. Dio non scarta nessuna persona; Dio ama tutti, cerca tutti: uno per uno! Lui non conosce questa parola “scartare la gente”, perché è tutto amore e tutta misericordia”.

Buonista Francesco? Risposta: “Il gregge del Signore è sempre in cammino: non possiede il Signore, non può illudersi di imprigionarlo nei nostri schemi e nelle nostre strategie. Il pastore sarà trovato là dove è la pecora perduta”.

Ma vale ancora la parabola della pecora smarrita? Anche qui, la risposta di Francesco è chiarissima: 

“Dovremmo riflettere spesso su questa parabola, perché nella comunità cristiana c’è sempre qualcuno che manca e se ne è andato lasciando il posto vuoto. A volte questo è scoraggiante e ci porta a credere che sia una perdita inevitabile, una malattia senza rimedio. E’ allora che corriamo il pericolo di rinchiuderci dentro un ovile, dove non ci sarà l’odore delle pecore, ma puzza di chiuso! E i cristiani? Non dobbiamo essere chiusi, perché avremo la puzza delle cose chiuse. Mai! Bisogna uscire e non chiudersi in sé stessi, nelle piccole comunità, nella parrocchia, ritenendosi “i giusti”. Questo succede quando manca lo slancio missionario che ci porta ad incontrare gli altri. Nella visione di Gesù non ci sono pecore definitivamente perdute, ma solo pecore che vanno ritrovate. Questo dobbiamo capirlo bene: per Dio nessuno è definitivamente perduto. Mai! Fino all’ultimo momento, Dio ci cerca”.