“The power of the dog”: quanto era difficile essere gay nel selvaggio west

Jane Campion torna al Lido con il suo nuovo film in cui Benedict Cumberbatch è un omofobo represso incapace di provare vere emozioni

The power of the dog, con Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons (Foto Biennale)
The power of the dog, con Benedict Cumberbatch e Jesse Plemons (Foto Biennale)

Venezia - “Non riuscivo a smettere di pensare alla storia, perché mi aveva stregato. I temi della mascolinità, della nostalgia e del tradimento, sono un mix inebriante”. Jane Campion arriva qui al Lido di Venezia dove è in corso la 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, la seconda durante il Covid, e conquista tutti con il suo The power of the dog. Un ritorno a Venezia - il suo - dopo aver vinto proprio il Leone d’Argento per il suo primo film (Un angelo alla mia tavola) ed essere stata per ben due volte membro della giuria, e un ritorno al lungometraggio dopo 13 anni (l’ultimo suo film è stato Bright Star, poi solo serie tv). Stavolta, la regista e sceneggiatrice neozelandese Premio Oscar nel 1994 per Lezioni di Piano ha deciso di farlo puntando scrivendo e dirigendo l’adattamento dell’omonimo romanzo cult del 1967 di Thomas Savage, che quando lo scrisse era sicuramente avanti nel poter e saper affrontare determinati temi come quello della sessualità repressa.

La storia

Il film, infatti, narra la storia dei fratelli Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons), ricchi allevatori del Montana negli anni ’20 che hanno dormito nella stessa stanza per 40 anni. Ogni giorno, la solita routine tra allevamenti di vacche e cavalli da sfamare e allevare e un ranch da mantenere. Se George è un uomo stimato e rispettato da tutti, Phil è un avido lettore e un abile artigiano, ma anche un bullo prepotente e omofobo con lati oscuri molto pesanti. Quando suo fratello sposerà la vedova Rose (Kirsten Dunst) e lei si trasferirà nel ranch col figlio Peter (Kodi Smit-McPhee), Phil prenderà di mira quest’ultimo che considera – e che chiama – “una puttanella”, “una femminuccia”.

Scoprire di essere gay 

Scoprire ed essere gay non è stato (e purtroppo non è) mai semplice, figuriamoci negli anni Venti nel selvaggio West dove ogni minimo comportamento, ogni scelta, ogni movenza diversa dal normalmente stabilito, viene mal tollerata, sbeffeggiata e ‘platealizzata’ in maniera indecorosa, a dir poco imbarazzante, per chi la fa e – soprattutto – per chi la subisce. Phil è un uomo che sa di essere “diverso”, ma non ce la fa ad andare oltre quel filo che è più spinato e pericoloso di quanto sembri. Colleziona giornalini in bianco e nero con uomini nudi in pose culturistiche, si masturba con un tovagliolo che ha rubato al ragazzo - che studia medicina, compone fiori di carta ma è anche cameriere – si punisce in ogni modo negando sé stesso e nel farlo – nonostante tutto – non si può non amare proprio perché, vista la situazione e il momento, non ha nessuna colpa.

La forza dei protagonisti 

“Rimanere affascinata dallo straordinario romanzo di Savage, è stata pura gioia, ma non avevo pensato di farne un film, visti i tanti personaggi e temi maschili”, ha spiegato la regista riferendosi a questo film (che uscirà per Netflix) sui sentimenti più autentici e mai espressi, sulla difficoltà dell’essere veri in un mondo che non ti permette di farlo. “Nel realizzarlo, ci ho messo tutta me stessa e in Phil ho sentito l’amante e la sua tremenda solitudine, ma ho percepito anche la forza e l’importanza di ogni singolo protagonista, il modo in cui ciascuno si rivela alla fine”.