Simone de Beauvoir e quell’amore impossibile per Zazà nella Parigi degli anni Venti

È uscito postumo “Le inseparabili”, il libro in cui la grande scrittrice francese racconta la sua prima storia lesbica con la compagna di banco, “un’eternità dell’istante che rimarrà per sempre”

Simone de Beauvoir (al centro), Zaza Lacoin (a sinistra) e Geneviève
Simone de Beauvoir (al centro), Zaza Lacoin (a sinistra) e Geneviève (foto web)
di Giuseppe Fantasia

 

A nove anni, Simone de Beauvoir “era una bambina molto tranquilla”, come racconta lei stessa ne “Le inseparabili”, il suo libro postumo che nelle ultime settimane è uscito in contemporanea in Francia (Éditions de l’Herne) e in Italia (Ponte alle Grazie). “Durante la prima infanzia – scrive in quelle pagine tradotte con grande precisione da Isabella Mattazzi in cui decide di chiamarsi Sylvie – mi insegnarono che dal mio comportamento assennato e dalla mia fede dipendeva la salvezza della Francia per volere di Dio. Non potevo sottrarmi”. Praticamente una perfetta “jeune fille rangée” che pregava “sempre e con gusto” facendo sempre quello che gli adulti le dicevano di fare anche se, spesso, la loro tirannia le provocava accessi di rabbia tali che una delle zie le diceva che era posseduta dal demonio. 

Simone e Zazà: il primo incontro 

Tutto cambia il primo giorno di scuola. Tra le nuove compagne di classe c’è Andrée, una bambina dai capelli neri e lisci “che le incorniciavano il viso” e una macchia d’inchiostro sul mento, una presenza da quel momento fondamentale che la conquistò con il suo modo di parlare e di muoversi, con la sua sicurezza e le risposte sempre pronte e dirette, i suoi vestiti particolari, il cappotto di ratina rossa e il suo camminare con la sicurezza di un adulto. Andrée non è un personaggio immaginato dalla grande scrittrice francese, ma la sua vera compagna di banco e amica inseparabile Elizabeth Lacoin detta Zazà. Frequentandosi, ebbero sin da allora un bisogno fisico reciproco fino a diventare inseparabili, trascorrendo molto tempo insieme tra la casa estiva a Gagnepan e le case a Parigi, a rue de Rennes e rue de Grenelle. Zazà morì però troppo presto, a soli 22 anni, un dolore atroce per la de Beauvoir che ha cercato di ricordarla raccontandola anche in altri suoi romanzi autobiografici (Memorie di una ragazza perbene; L’età forte; La forza delle cose), senza però riuscirvi come ha fatto invece in questo suo libro, pubblicato su ferma decisione della figlia adottiva e compagna Sylvie Le Bon de Beauvoir. 

 “Vivere senza lei non era vivere” 

Sylvie nel romanzo, Simone nella vita reale, si innamora di Andrée/Zazà e glielo dice e dimostra anche in maniera passionale, ma quella ragazzina cresciuta in una famiglia cattolica ultra-conservatrice, non può né riesce ad accettare le conseguenze di quell’amore lesbico e rifiuta le avance dell’amica gettandosi tra le braccia di Pascal (Maurice Merleau-Ponty). Per questo motivo Sylvie comincia a interessarsi a uno studente di filosofia di tre anni più grande, Jean-Paul Sartre, di cui non si parla mai direttamente nel racconto ma negli altri suoi libri. A quelle due bambine, poi adulte, un mondo troppo borghese - fatto di schemi, regole e divieti - non permise appieno di essere sé stesse, ma soltanto “di dimenticarsi di sé, di rinunciare a sé e di adattarsi” senza riuscire mai “ad incastrarsi”, perché in preda a doveri sociali secondo i quali, negli anni Venti, l’unica strada socialmente accettabile per una donna era l’amore eterosessuale. Ad entrambe, soprattutto a Zazà, le qualità eccezionali che avevano non le furono di aiuto. Zazà scoprì infatti presto le ipocrisie, le menzogne, l’egoismo moralista del suo ambiente i cui atti tradivano costantemente lo spirito dei Vangeli, ma mantenne comunque la sua fede. L’autenticità delle sue esigenze spirituali servì solo a mortificarla e a torturala, incatenandola a laceranti e intime contraddizioni, perché la fede non era per lei un uso compiacente e strumentale di Dio, ma l’interrogazione dolorosa di un Dio silenzioso, oscuro e nascosto e quell’ossessione del peccato può solo minare la sua vitalità. “Vivere senza lei non era vivere”, scrive l’autrice che qui, in questo capolavoro ritrovato, denuncia quella società fin troppo ipocrita e repressiva, strabordante di disuguaglianze di genere, sessismo e pericoli. Quello femminile è il “secondo sesso” rispetto alla mascolinità dominante e quell’amore lesbico non è altro che una seconda sessualità, una posizione marginale e rischiosa rispetto alla norma convenzionale. 

Il mistero 

Nessuno sa, e se lo sa non lo dice, per qualche motivo la de Beauvoir non abbia voluto pubblicare questo romanzo quando era ancora in vita, ma l’ipotesi più credibile è che non lo abbia fatto perché la diffusione della sua prima storia d’amore lesbica, cinque anni dopo la pubblicazione di “Secondo sesso”, le avrebbe attirato altre critiche e altri insulti. Per una prudérie comprensibile per l’epoca, decise di non farlo, ma di lasciare in qualche maniera la testimonianza di quell’amore “impossibile” battendo a macchina il romanzo e conservandolo con estrema cura e attenzione sena distruggerlo. In Memorie di una ragazza per bene, come già ricordato, c’è Zaza, ma lì non parla né del suo desiderio sessuale né della conseguente delusione. Qui c’è tutto questo e molto altro ancora. “La presenza di quell’amore – scrive in una lettera – è troppo ingombrante perché io possa portarne il peso da sola, ma d’altra parte so che mi riempirà di felicità”. Sopravvivere all’amica/amante è stato tremendo, perché, ricorda, “è in qualche maniera una colpa”. L’unica cosa che si può fare, pertanto, è “rendere giustizia a questa presenza assoluta dell’istante, a questa eternità dell’istante che rimarrà per sempre”. E così è stato.