Salvataggi in mare e Ong: vi spiego perché le navi non sono uno stimolo alle partenze e qual è il grande errore di Conte

Le parole del premier sono false: le nostre autorità sanno benissimo che i respingimenti verso un Paese in guerra sono illegali come sanno che i migranti vengono tenuti in campi di concentramento dove è praticato ogni tipo di sadismo

Le persone salvate sulla Mediterranea

Le navi della società civile “non dovranno ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle imbarcazioni ufficiali delle Guardie costiere, inclusa quella libica". Così dice la bozza di accordo sottoscritta a Malta il 23 settembre da alcuni Paesi europei. Non so se ho dunque commesso quel che sarà considerato un reato quando, lo scorso luglio, mi sono ritrovato a bordo della Alex & co nel Mediterraneo Centrale per quella che era partita come una missione di “osservazione e denuncia” e che poi è diventata, forse, il più azzardato salvataggio in mare degli ultimi anni.

Il caso della Alex

Eravamo partiti dopo due mesi di sequestro dell’altra imbarcazione di Mediterranea, la Mare Jonio, che era bloccata dalla magistratura a Licata. Ma Mediterranea non può stare ferma in un porto, e dunque abbiamo deciso di partire con quella che era la barca di appoggio, la Alex, un motorsailer di 18 metri assolutamente inadatto ad operazioni di soccorso. Se incrociamo una situazione di criticità - ci eravamo detti - quel che possiamo fare è mettere in sicurezza i naufraghi e aspettare con loro i soccorsi. Per questo avevamo caricato sulla Alex degli zatteroni autogonfiabili e dei giubbotti di salvataggio.

Eravamo nella autoproclamata zona Sar libica, cosiddetta perché non può ovviamente compiere salvataggi e rimpatri uno Stato in guerra, uno Stato in cui non sono garantiti i diritti umani, o la possibilità di chiedere asilo, o - peggio - uno Stato i cui rappresentanti sono in un dossier sul tavolo del Tribunale internazionale per crimini contro l’umanità visto che si pratica abitualmente la tortura, lo schiavismo, gli stupri nei confronti di chi migra.

Pochi minuti prima avevamo trovato sulla nostra rotta i resti di un gommone semi-affondato. Tutti i segni ci dicevano che affondato del tutto era il suo carico di vite umane. 

Il salvataggio necessario

Abbiamo incontrato un altro gommone, in evidente stato di difficoltà e sovraccarico. Settanta persone, tra cui molti bambini e donne incinte. Sapevamo che nel giro di un quarto d’ora sarebbe arrivata la cosiddetta guardia costiera libica, cosiddetta perché spesso formata da milizie autoproclamatesi guardia costiera, spesso formate dagli stessi trafficanti di umani, dagli stessi torturatori, stupratori, assassini, rivenditori di schiavi che gestiscono i lager in Libia e che i contribuenti italiani sostengono con dazioni di milioni di euro e armi e imbarcazioni grazie agli accordi stipulati dall’ex ministro dell’Interno Minniti e rinnovati dal successivo governo.

Ci abbiamo messo poco a decidere che non avremmo lasciato nessuno in mano ai libici. Caricate quindi settanta persone su una barca a vela di diciotto metri, abbiamo fatto rotta verso il porto sicuro più vicino: Lampedusa. E durante il viaggio abbiamo ascoltato le storie delle donne, dei bambini e degli uomini che avevamo sottratto o alla morte o all’inferno.

Le false parole di Conte

Per questo mi suonano devastanti - e false come e più di Giuda - le parole del presidente del Consiglio Conte quando ringrazia "tutti i nostri apparati perché (...) la Guardia costiera libica, supportata dal nostro intervento, ogni giorno contiene centinaia – ma proprio centinaia – di migranti".

Già, li contiene in campi di concentramento e detenzione dove ogni tipo di sadismo è praticato costantemente, e questo le nostre autorità (italiane ed europee) lo sanno perfettamente. Come sanno che qualunque tipo di coinvolgimento del nostro Paese nel respingimento di persone verso un Paese in guerra è un atto illegale per il diritto internazionale. Quindi, semmai siamo stati proprio noi a dare fastidio ai trafficanti, interrompendo un ciclo infernale fatto di ricatti, detenzioni, partenze, “contenimenti” e di nuovo detenzioni, torture, ricatti.

Ci siamo chiesti anche se la presenza delle navi della società civile sia uno stimolo alle partenze. La nostra esperienza dice che non è così: nella missione precedente avevamo soccorso un gommone di cinque metri (cinque) con a bordo trenta persone (trenta). Nessuno di loro aveva modo di comunicare, non telefoni, non radio, non satellitari. Non potevano sapere dove erano, né tantomeno dove erano le navi che avrebbero potuto soccorrerli: sarebbero certamente tutti morti, viste le condizioni del mare e della loro imbarcazione, entro poche ore.

Il "pull factor" che non c'è

I dati confermano l’impressione che ci eravamo fatti in mare: il pull factor (in italiano "fattore spinta") non esiste, come dimostra molto bene il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa.

Quello che purtroppo invece le statistiche ufficiali non possono dire, non riescono a dire, è la quantità di partenze non censite, di disperati che prendono il mare senza “avvisare nessuno” e che non arrivano né in Italia né altrove ma muoiono in mare. Ne ho visti tanti, troppi, di giubbotti di salvataggio galleggiare vuoti. Di resti di gommoni semiaffondati alla deriva senza segni di salvataggio avvenuto.

Si contano, ufficialmente, sei morti in mare al giorno nel 2018. Secondo l’Unhcr sono quasi 15mila i morti nel Mediterraneo negli ultimi cinque anni. Oggi la mortalità ufficiale è al 6%. Questo dato fa del Mediterraneo il confine più pericoloso al mondo. Ma chi ha avuto il privilegio di navigare in quelle acque sa bene che questi numeri non danno che un vago senso di quella che è davvero la realtà di un mare trasformato in un gigantesco campo di sterminio.