"La prima tentazione di Cristo": storia di un Dio Gay che non piace ai brasiliani

È uscito su Netflix il lungometraggio del collettivo satirico brasiliano 'Porta Dos Fundos' che ha innescato una valanga di polemiche sui social oltre a una petizione perché venga rimosso

'La prima tentazione di Cristo': storia di un Dio Gay che non piace ai brasiliani

Un film – documentario, corto o lungometraggio che sia – come un libro, un testo teatrale o un’opera d’arte, possono essere ancora oggi censurati? No, assolutamente, perché ognuno deve avere libertà d’espressione, deve poter pensare, dire e fare quello che vuole nel rispetto delle norme, ma a quanto pare alcune volte non è così. Si pensi al caso scatenato qualche giorno fa dal collettivo satirico brasiliano Porta dos Fundos (in italiano sarebbe ‘Porta di Servizio’), divenuto famoso sul canale You Tube e poi grazie a Netflix che ha deciso di produrre e distribuire i loro film. Il primo, Se Beber, Não Ceie (un titolo che in italiano sarebbe tipo L’ultima sbronza), vincitore di un Emmy, era uscito proprio lo scorso Natale ed era una sorta di parodia in chiave evangelica di Una notte da leoni, con i discepoli di Gesù che si risvegliano stanchi e ubriachi la mattina dopo l’ultima cena. Nessuno si era lamentato, a differenza del secondo, invece, uscito in questi giorni anche da noi - La prima tentazione di Cristo - distribuito sempre sulla piattaforma streaming più vista al mondo.

I brasiliani gridano allo scandalo 

A gridare allo scandalo sono stati soprattutto i brasiliani che hanno organizzato una petizione per farne rimuovere la proiezione tanto che in una settimana sono state raccolte un milione e trecentomila firme. Il motivo? Il fatto che il film racconti la storia di un Gesù gay che deve presentare alla famiglia e ai suoi discepoli il suo fidanzato Orlando. A scatenare la ‘rivolta dei benpensanti’ è stato quindi un film a tematica omosessuale, blasfemo, a parer loro, nei confronti della Chiesa, nonostante il film stesso sia dichiaratamente una satira ed è la satira stessa l’anima del gruppo che lo ha realizzato. Un po’ come dire – come è stato già fatto più volte - al giornale Charlie Hebdo di non uscire perché offensivo di religioni, idee politiche, sessualità e quant’altro. Il “caso” di Porta dos Fundos, però, ha qualcosa in più, perché ad essersi indignata più che mai nel loro Paese d’origine è stata anche e soprattutto la comunità LGBTQ brasiliana che ha lamentato l’eccessiva stereotipizzazione dei gay. Contestati da mezzo Brasile nell’evo del presidente ultra cattolico Bolsonaro, giudicati blasfemi, indegni e irrispettosi del cristianesimo, i quarantacinque minuti del fulminante e pungente quadretto d’antica Galilea, fa a pezzi Nuovo e Antico testamento, buttando in quel calderone umoristico anche Budda, Shiva e Allah.

La storia 

C’è un Gesù gay (Gregorio Duvivier) che è privo di vocazione, un fidanzato Orlando (Fabio Porchat, fondatore del collettivo assieme al primo e ad Antonio Pedro Tabet) che è sempre più Lucifero, un Dio innamorato pazzo di Maria e un Lazzaro che è risorto ma che ha perso la testa per una prostituta. E, ancora, ci sono, ovviamente, i Re Magi, ma qui litigano su varie cose, a cominciare proprio dalla stella cometa che nessuno di loro vuole più seguire, perché l’ultima volta li ha portati sulle spiagge di Mykonos. Ed è solo l’inizio. Il gioco sta tutto nel mettere a nudo la rigidità e l’irrefutabilità del dogma, prendendo a pretesto la conoscenza popolare delle sacre scritture e distruggendole come fosse cinema demenziale anni settanta.

Polemiche in Brasile

Ai brasiliani, dunque, non è andata giù questa rappresentazione di un figlio di Dio più umana di sempre, con tutte le sue debolezze, virtù (poche) e vizi (molti). Su Twitter, ad esempio, il deputato Julio Cesare Riberiro ha annunciato di aver cancellato l’abbonamento a Netlifx, “perché in questo film nostro signore Gesù viene mostrato come omosessuale e i discepoli sembrano degli ubriaconi”. Joel Teodoro, pastore collaboratore della Catedral presbiteriana di Rio de Janeiro, ha ordinato alla propria comunità di dire addio alla piattaforma streaming e il vescovo Carlos Alves ha invitato i seimila follower della sua pagina Instagram a boicottare la pellicola definendola una “spazzatura che manca di rispetto non solo ai fedeli ma anche a Dio”.

Il collettivo ha risposto a suo modo, con un’altra provocazione (ricondividendo il link per firmare la petizione per cancellarlo), mentre Netflix si è difesa dichiarando al quotidiano O Estado de S.Paulo che loro valorizzano la libertà creativa degli artisti con cui lavorano, essendo ben consapevoli che non tutti apprezzeranno quei contenuto, ricordando la “libertà d’espressione” di cui sopra, quella che – ribadiamo – dovrebbe essere sempre garantita e mai negata.