Ferzan Ozpetek e la diversità come libertà: il suo Mine Vaganti arriva a teatro

All'Ambra Jovinelli di Roma dopo il debutto a Caserta – almeno per ora - non c’è Coronavirus che tenga: registrato il tutto esaurito

Ferzan Ozpetek e la diversità come libertà: il suo Mine Vaganti arriva a teatro
Il regista Ferzan Ozpetec

Come si fanno a trasportare i sentimenti, i momenti malinconici e le risate sul palcoscenico? Sono state queste le prime domande che si è posto Ferzan Ozpetek quando cominciò a prendere corpo l’ipotesi di teatralizzare Mine Vaganti, uno dei suoi film più amati e conosciuti assieme a Il bagno turco, Le Fate ignoranti e La finestra di fronte, già vincitore di due David Di Donatello, cinque Nastri D’Argento, quattro Globi D’Oro e del Premio Speciale della Giuria al Tribeca Film Festival.  

"A teatro – ci spiega - non ci si dovrebbe mai annoiare ed è da questo che sono partito per evitare che lo spettacolo fosse lento. Ho optato per un ritmo continuo, che non si ferma, anche durante il cambio delle scene, con un gioco di movimenti e dei tendaggi, con le luci e i costumi colorati e sgargianti. Il risultato è una commedia che mi farebbe piacere andare a vedere a teatro". 

Tutto esaurito al Teatro Ambra Jovinelli

Sul palcoscenico, qualche giorno fa, c’è finita davvero, al Teatro Ambra Jovinelli di Roma dopo il debutto a Caserta e – almeno per ora - non c’è Coronavirus che tenga visto che ha fatto registrare il tutto esaurito. Diversi i cambiamenti: via la quarta parete, ecco gli attori in platea che coinvolgono il pubblico come solo i grandi mattatori sanno fare. Non più il Salento, ma il piccolo paese di Gragnano, non più Ricardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Elena Sofia Ricci, Lunetta Savino né i compianti Ennio Fantastichini e Ilaria Occhini, ma Arturo Muselli, Giorgio Marchesi, Francesco Pannofino, Roberta Astuti, Sarah Falanga, Caterina Vertova, Mimma Lovoi e Paola Minaccioni, l’unica ad essere anche nel film, ma in una parte diversa. 

Al centro del racconto c’è sempre la famiglia Cantone, proprietaria di un grosso pastificio, con le sue radicate tradizioni culturali alto borghesi e un padre desideroso di lasciare in eredità la direzione dell’azienda ai due figli. Tutto però precipita nel momento in cui uno dei due si dichiara omosessuale, battendo però sul tempo il figlio minore tornato da Roma proprio per rivelare alla famiglia la sua vera sessualità. La parte del pater familias qui è emblematica oltre che drammatica e iconica allo stesso tempo. Pannofino – nei panni che furono di Fantastichini – parla con gli attori, coinvolge il pubblico che per poco più di un’ora si trasforma nella popolazione pettegola e giudicante del paesino.

Si confronta e giudica proprio su quel tema che, in certi casi, purtroppo, ancora tabù; cerca una soluzione che a bene vedere c’è sempre, basta trovarla dentro se stessi, nel proprio cuore e nella propria mente che proprio in quei casi deve essere semplicemente aperta. Ozpetek sostituisce i primi piani a punteggiatura e parole, porta i tre amici gay a due (Francesco Maggi ed Edoardo Purgatori, ma nel gruppo c’è anche Luca Pantini) e si può permettere il lusso dei silenzi perché siamo a teatro, quasi sempre esilaranti.

La noia non c’è mai, il ritmo è continuo come le battute (su tutte, quella dell’ombrellone) creando un toccante e intenso affresco corale che fa riflettere su quelli che sono i suoi temi più cari, dal rapporto conflittuale con la famiglia alla già citata l’omosessualità - latente o irrisolta - dagli amori impossibili alla necessità di adeguarsi alla società che cambia irreversibilmente. Prima con il film e adesso con una pièce, il regista italo-turco continua a fare centro parlando di sentimenti universali indipendentemente da gusti e generi. È l’amore a vincere in tutte le sue forme ricordandoci che la sessualità – sempre nel rispetto altrui – è libertà.