L’omo-transfobia che uccide: un vademecum per capire, per conoscere e dire ‘basta’ in attesa di una legge

L’ultimo caso accaduto in Campania due giorni fa ci fa capire – semmai non si fosse ancora capito da 24 anni – che è arrivato il momento di intervenire

L’omo-transfobia che uccide: un vademecum per capire, per conoscere e dire ‘basta’ in attesa di una legge

Episodi come l’ultimo, accaduto due giorni fa nel piccolo comune napoletano di Caivano – la morte della 22enne Maria Paola dopo essere stata speronata in motorino dal fratello Antonio che non sopportava la relazione che aveva da tre anni con un ragazzo trans di nome Ciro –riaccendono, semmai si fosse spento, il bisogno di una legge contro l’omofobia e la transfobia di cui vi abbiamo parlato spesso su queste pagine. Nella mappa di Ilga Europe (International lesbian and gay association-Europa), l’Italia è l’ultimo Paese tra i fondatori dell’Unione Europea a non avere una legge in tal senso. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, il 62% delle persone lesbiche, bisex, gay e trans (lgbt) in Italia non dichiara il proprio orientamento sessuale; il 32% dichiara di evitare di tenere per mano il partner per paura di molestie o aggressioni e il 92% pensa che il proprio Paese non si impegni per nulla o quasi per nulla in una lotta efficace contro l’intolleranza.

Numeri che fanno riflettere come fa rabbrividire la frase “l’ha infettata”, pronunciata spesso dai  componenti della famiglia di Maria Paola e ripetuta anche dal fratello omicida quando è stato interrogato in questura. Episodi simili sono un invito a fare qualcosa in un Paese retrogrado in tal senso, visto che – questo non dobbiamo dimenticarlo –sono passati solo trent’anni (era il 17 maggio 1990) da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. La proposta di legge contro l’omofobia del deputato Pd Alessandro Zan è per ora rimasta tale, è ferma in Parlamento da 24 anni (!!!), ma si spera che qualcosa si muova e cambi in tal senso, perché – come viene fatto notare su La Stampa, la malattia non è l’omosessualità, ma lo è l’omofobia e in un momento particolare come quello particolare che stiamo vivendo per via del Covid, bisogna sì continuare a mantenere le giuste distanze, a indossare le mascherine e a lavarsi le mani, ma – soprattutto – bisogna “distanziarsi socialmente” da alcuni pregiudizi.

L’omofobia: una pandemia silenziosa che uccide

Fatte le dovute proporzioni e distinguo, anche l’omofobia, la bifobia e la transfobia rappresentano una pandemia silenziosa e come nel caso del Covid-19 non siamo in grado di risalire alla causa dei decessi (sì, avete letto bene: in alcuni casi di omofobia si arriva ancora a morire) per quel sipario di vergogna o di peccato che cala sulle famiglie e sulle storie personali. Altre volte è tutto chiaro e ci sono quindi le associazioni che denunciano e i giornali che ne parlano come è avvenuto in quest’ultimo caso. Qualcosa si sta muovendo, ma c’è ancora tanto da fare. Partiamo intanto da questa base: l’omofobia indica l’avversione nei confronti delle persone gay e lesbiche (o delle persone bisessuali e trans nel caso della bifobia e transfobia) in alcuni casi dovuta al timore di scoprirsi omosessuali.

Spesso si dice scherzando che i primi omofobi sono gli omosessuali repressi e in realtà, a quanto pare, non pochi casi lo hanno dimostrato. L’omofobia non è una malattia vera e propria classificata clinicamente (gli esperti di salute mentale preferiscono utilizzare la parola “omonegatività”) come – anche questo capitelo bene una volta per tutte - l’omosessualità non è una scelta, non è un ‘qualcosa’ che si può cambiare, perché l’orientamento sessuale è il risultato dell’interazione di fattori biologici, genetici, ambientali e culturali e la stessa Costituzione protegge l’orientamento sessuale tra i diritti fondamentali come aspetto dell’identità personale di ogni persona. Omosessuali, pertanto, si è, come si è eterosessuali.

Che differenza c’è tra omosessuale e transessuale? 

Altra cosa: non confondete la parola omosessuale con la parola transessuale, perché non sono sinonimi. Le persone gay e lesbiche sono attratte - emotivamente, sentimentalmente e fisicamente - da persone del proprio sesso. Entra in gioco, quindi, l’orientamento sessuale. Le persone transessuali, invece, sentono di appartenere al genere opposto a quello assegnato alla nascita. Si tratta tratta dell’identità di genere. Spesso, poi, sono in pochi a sapere la differenza che c’è tra le parole/espressioni outing e coming out. L’outing è rivelare l’omosessualità altrui senza il permesso e contro la volontà della persona interessata, è una pratica utilizzata dai movimenti gay americani più radicali ai danni di politici segretamente omosessuali, ma pubblicamente omofobi.

Il coming out, invece, è rivelare consapevolmente e liberamente la propria omosessualità. Dirlo o non dirlo? È la domanda. Dipende da come si è, ma è sicuro che ci sono più vantaggi nel dirlo che nel fare il contrario. Non possiamo assicurarvi che se lo direte vivrete con meno stress, ma sicuramente vivrete meglio, perché sarete voi stessi e potrete dare il meglio di voi non recitando ogni mattina la parte scritta in un copione troppo doloroso e faticoso. Il messaggio è rivolto soprattutto agli studenti che oggi tornano sui banchi scolastici dopo sette mesi di assenza. Lì la situazione è ancora tutta da evolversi, perché per la scuola italiana gli studenti e le studentesse che si scoprono omosessuali, bisessuali o trans sono per lo più invisibili.

L’intero sistema della formazione non è preparato a tenere un approccio affermativo verso l’orientamento omosessuale, bisessuale o la transessualità e non mancano le conseguenze negative come dimostra una maggiore incidenza dei suicidi tra giovani lgbt, maggiore dispersione scolastica e maggiori rischi per la salute. Tutto questo si ripercuote anche per la maggioranza della popolazione scolastica eterosessuale, perché la mancata esposizione dei ragazzi e delle ragazze alla diversità, all’uguaglianza e alla tolleranza – dati della Corte Europea dei Diritti Umani - indebolisce la coesione sociale.

Sempre secondo la Corte, i punti di vista dei genitori, in questi casi, devono essere bilanciati nel senso che la scuola – affrontando questi temi – non ha altra scelta che adottare il criterio dell’oggettività, del pluralismo, dell’accuratezza scientifica ritenuta l’utilità di certi tipi di informazioni per un pubblico giovane. Tenete a mente questo vademecum e non ascoltate chi parla di  “teoria gender” o di “lobby gay” che mirerebbe a far diventare tutti omosessuali e transessuali. Sono una minoranza e il simbolo di una grande ignoranza: ognuno deve avere e  ha il suo orientamento sessuale e la sua identità di genere che la conoscenza e la cultura possono rafforzare, ma non modificare. Un mondo migliore – scusate la banalità ma è così – è ancora possibile.