Chi era Marsha P. Johnson, simbolo di un eroismo che coincise con la difesa del diritto di essere se stessi

L’ultimo giorno del Pride Month è dedicato a una delle figure più celebri e controverse del mondo LGBTQ+ raccontata nel documentario “The Death and Life of Marsha P Johnson” visibile su Netflix

Marsha P.Johnson
Marsha P.Johnson

Un Doodle di Google ad hoc quello di oggi, ultimo giorno del Pride Month. Quell’immagine che a volte sostituisce il logo del motore di ricerca è dedicato a Marsha P. Johnson (1945-1992), una delle figure più celebri e controverse del mondo LGBTQ+. Nera, donna, trans, gay, sex worker, è stata regina del Village, modella per Andy Warhol, drag, una persona che ha vissuto e ha dato molto nella sua vita. Nata con il nome di Malcolm a Elizabeth, nel New Jersey, il 24 Agosto del 1945, crebbe in una famiglia che riteneva gli omosessuali “inferiori agli animali”.

Il documentario Netflix

Ci viene raccontato in The Death and Life of Marsha P Johnson, l’interessante documentario Netflix di David France, regista già candidato all’Oscar nel 2012 per How to Survive a Plague. All’età di 18 anni, dopo gli studi alla Edison High School, Marsha scappa a New York con 15 dollari e uno zaino pieno di vestiti iniziando a lavorare per tre anni come cameriera in un ristorante. Ritrovandosi poco dopo senza soldi e senza casa, inizia a lavorare come sex worker camminando lungo Cristopher Street e intrattenendo a volte i clienti dello Stonewall Inn, locale oggi leggendario.

Il movimento S.T.A.R

Quel clima particolare e rivoluzionario dell’epoca le fu congeniale a tal punto da diventare, grazie alla sua personalità, al suo coraggio e al carisma unico, uno dei personaggi catalizzatori dell’underground newyorchese. Il nome che scelse fu un’invenzione in risposta alla costante e fastidiosa domanda sulla sua sessualità, dove la “P” sta per “Pay It No Mind”, cioè “non prestateci attenzione”. Nel 1970 fonda il movimento S.T.A.R. (Street Transvestite Action Revolutionaries) assieme all’altra attivista Sylvia Rivera che la definì “la madre di tutte noi”. Sempre in prima linea nelle lotte politiche, pacifica, gentile e libera, il suo corpo fu rinvenuto nel fiume Hudson nel luglio del1992 e la sua morte archiviata come suicidio, una tesi sempre contestata dalla comunità gay che nel 2012 riescì a far riaprire il caso grazie a Mariah Lopez, attivista che vuole renderle giustizia. Per mancanza di prove, però, il caso è stato presto archiviato ed è anche per questo che David France ha deciso di realizzare tre anni fa il documentario.

Il Pride Month

C’è un motivo per cui giugno è celebrato dalla comunità LGBQT+ mondiale come il Pride Month, il mese dell’orgoglio omo-bi-transessuale: il 28 giugno del 1969, un gruppo di omosessuali, transessuali e prostitute riuniti allo Stonewall Inn, noto bar gay del Greenwich Village di New York, furono vittime dell’ennesima violenta retata della polizia, che da anni aveva dichiarato guerra aperta alla comunità LGBTQ+. Nel corso delle retate spesso erano le persone trans a essere le più vessate: i controlli della polizia si concentravano su chi si macchiava del reato di ‘cross-dressing’, ossia l’indossare abiti non conformi al proprio sesso. Una di queste drag queen era proprio Marsha, che quella sera si trovava proprio allo Stonewall. Indossava dei tacchi alti che lanciò contro le guardie che la stavano portando fuori con forza per arrestarla. Fu così dato il calcio d’inizio ai gay riots di Stonewall nel 1969 e oggi, più di cinquant’anni dopo, si ricordano e con lei si ricorda Marsha che il 30 giugno 2019, ha ricevuto un riconoscimento postumo: il Grand Marshal of the New York City Pride March”.

La vena reazionaria Marsha

“Voglio che i diritti vengano riconosciuti ai gay e alle donne - disse Marsha, come si vede nel documentario. “Fino a quando la mia gente non avrà ottenuti tutti i diritti in questo Paese non possiamo festeggiare. Ecco perché ho continuato a manifestare”. Nel 1973, la sua vena reazionaria, cominciò a provocarle numerose inimicizie, interne allo stesso movimento, culminate nel divieto da parte degli organizzatori sia a lei che a Sylvia Rivera di partecipare alla parata. L’impegno politico di Marsha continuò e agli inizi degli anni ’80 si unì ad Act Up, storico movimento di azione contro la pandemia di Aids, partecipando a campagne di sensibilizzazione e proteste, costatele numerosi arresti. Iniziò così ad aizzare la folla che incredibilmente le rispose e i ‘Moti di Stonewall’, come ricordato, iniziarono allora. A soli 23 anni Marsha ebbe il coraggio di cambiare il mondo insieme a quell’esercito arcobaleno che un anno dopo, il 28 giugno del 1970, si riunì davanti allo Stonewall per dare vita al primo Gay Pride della storia.

La morte di Marsha

Da notare, poi, un particolare che potrebbe spiegare molte cose, soprattutto la sua morte. Nel Giugno del 1992, Randy Wecker, il suo coinquilino, cominciò una campagna di sensibilizzazione per sottrarre l’organizzazione del Pride cittadino all’Heritage of Pride sostenendo che al suo interno ci fossero membri strettamente collegati alla Mafia come Ed Murphy, ex buttafuori dello Stonewall. Poche settimane dopo, il 6 Luglio 1992, come già detto, alle ore 17.33, Marsha venne ripescata dal molo che si affaccia in Christopher Street col cranio sfondato. Il giorno dopo, sul molo vennero sistemate delle bottiglie disposte a formare una sagoma, intervallate da mazzi di fiori e biglietti. Un gruppo di persone, in rivolta, chiese giustizia urlando per l’ennesimo crimine lesbo-omo-transfobico che quell’anno in particolare raggiunse numeri spaventosi: 1300 di cui tra il 12 e il 18% dalla polizia.

L’attivista Victoria Cruz

Il documentario ripercorre quei momenti e inizia negli uffici del New York City’s Anti Violence Project dove l’attivista transgender Victoria Cruz, ormai alla fine della sua carriera in questi uffici, si muove lenta fra i faldoni delle mille storie di individui transgender vittime di violenza. Lei stessa lo è stata ma a gettare un’ombra sul suo congedo rimane soprattutto la storia dell’amica attivista Marsha P. Johnson. Sotto lo slogan “Justice for Marsha”, la Cruz intervista le persone della sua vita, da Randy Wicker, il coinquilino storico, alla leggendaria attivista Sylvia Rivera, morta nel 2002, ma introdotta nel documentario attraverso un delicato gioco di montaggio. Grazie al recupero di queste interviste a Sylvia Rivera che David France riesce sì a continuare il racconto di Marsha cogliendo altresì l’occasione per raccontare uno dei più dolorosi cold case nella storia della comunità omosessuale, ma soprattutto per raccontare la transfobia, la troppa e orribile violenza che si è scatenata e che, purtroppo, scatena ancora. Quel che emerge è la persona che era Marsha, prima ancora del personaggio ed è questa la cosa più bella in mezzo a tante brutture e atrocità: il simbolo di un eroismo che ha coinciso per la prima volta col difendere il diritto di essere se stessi.