[L'intervista] "Siamo i testimoni del mare e salviamo vite umane: tutti devono sapere cosa fanno le Ong"

Isabella Trombetta, responsabile comunicazione della Sos Mediterranée va nelle scuole a parlare di mare, migrazioni e vite umane da salvare

[L'intervista] 'Siamo i testimoni del mare e salviamo vite umane: tutti devono sapere cosa fanno le Ong'

Sono tre le Ong che con le loro navi solcano il mare Mediterrano con l'unico scopo di salvare vite umane. Quelle che partono per lo più dalla Libia su barconi mal attrezzati e sovraccarichi. Per raggiungere l'Europa mettono a rischio se stesse: sono uomini, donne spesso incinta e bambini in fuga da luoghi senza futuro, lungo un viaggio che potrebbe non avere destino. Tragedie umane di cui si parla quotidianamente ma che, paradossalmente, rischiano di entrare nella nebulosa assuefazione informativa che spersonalizza e allontana dalla realtà percepita. A questo si aggiungano le falsificazioni strumentali della politica che, per fini meramente elettorali, contribuisce a diffondere diffidenza quando non vero e proprio odio. Chi ci rimette è il nostro senso di umanità che "impone di salvare la vita delle persone in difficoltà", sempre e comunque. 
"Per questo per noi è fondamentale andare nelle scuole e parlare con i giovani", spiega a Tiscali News Isabella Trombetta, responsabile comunicazione della Sos Mediterranée e imbarcata fino al 2018 sulla Acquarius, oggi sulla Ocean Viking, una delle navi che tra mille difficoltà salvano vite nel Mediterraneo. "Parlare con i giovani per noi è un piacere ma soprattutto una responsabilità: la nostra terza missione è 'testimoniare', perché abbiamo il privilegio di assistere a cosa sta accadendo nel Mediterraneo e sta a noi raccontarlo", spiega all'indomani di un incontro con gli studenti dello Ied di Cagliari. 

Lei da anni segue l'attività della Ong che salva quotidianamente vite umane. Come si arriva a questa scelta di vita?
"Sono nata a Reggio Calabria, per me il Mediterraneo è proprio il giardino di casa quindi essere a conoscenza della tragedia umanitaria senza fare qualcosa era impossibile da sostenere. Per questo dal 2017 ho deciso di salire sulla Ocean".

La sua scelta di vita oggi appare complessa: norme e leggi complicate che disciplinano la vexata quaestio dei salvataggi in mare: come si gestisce la macchina dei soccorsi?
"Le leggi sono complesse ma la regola di base è molto semplice: nessuno può morire in mare. Chiunque si trovi in mare ha l'obbligo morale e legale di prestare soccorso. Poi il modo di farlo è cambiato negli ultimi anni: adesso non c'è nessuno a coordinare i soccorsi, mentre in passato lo faceva la Guardia costiera italiana. Perciò quando vengono individuate le imbarcazioni in pericolo, molto spesso con i binocoli o con segnalazioni e richieste di aiuto ai centri di coordinamento, parte il soccorso. La nostra Ocean Viking, ad ogni modo, manda sempre comunicazione alla Guardia costiera dei soccorsi che fa. Subito dopo viene chiesto alle autorità dei Paesi competenti, Italia, Malta e anche la Libia - perché la procedura è questa - di indicare un porto sicuro".

Il "porto sicuro" ha sempre favorito polemiche perché esclude il porto di partenza, la Libia.
"Dopo il vertice di Malta sembra che si stia arrivando a una gestione basata su un accordo 'informale', per cui viene assegnato un porto sicuro (che non può essere la Libia ndr) e poi viene effettuato il ricollocamento dei migranti nei vari Paesi. E' auspicabile che questo non rimanga un sistema informale e ad hoc ma che venga creata una procedura stabile e ufficiale a livello europeo". 

Le Ong sono sole a prestare soccorso nelle acque del Mediterraneo?
"Le navi delle Ong sono nel Mediterraneo con questo scopo, ma è chiaro che il soccorso è un obbligo. Perciò qualora un mercantile o una nave militare dovessero imbattersi in imbarcazioni in difficoltà, sono obbligate a prestare aiuto". 

Le persone da salvare non sono naufraghi qualsiasi ma uomini, donne e bambini spesso reduci da condizioni di vita disumane, vittime di violenza estrema e sistematica. Oggi sappiamo molto delle condizioni in cui vengono tenuti i migranti nelle carceri libiche. Le sofferenze e i rischi del viaggio sono solo un dramma che si aggiunge al dramma. 
"Salvare vite è una sensazione indescrivibile. Non si pensa a nulla in quei momenti, si pensa solo a soccorrere chi è in pericolo di vita. Poi è chiaro che i nostri soccorritori sono altamente preparati tecnicamente al soccorso e anche umanamente all'approccio. Ogni giorno sulla nave vengono fatti dei training, dei corsi di formazione per tutto il personale a bordo. Anche per il crowd control, il controllo della folla e del panico perché proprio il panico in queste situazioni può portare alla morte".

Per la Sos Mediterranée, lei si occupa di comunicazione: quanto è importante una corretta informazione sulla questione dei migranti nelle rotte del mare e più in generale delle migrazioni? 
"La corretta rappresentazione della realtà è fondamentale. Nel senso che alla base della missione di Sos Mediterranée c'è soccorrere, proteggere, ma anche accogliere le persone in difficoltà a bordo, prendendosene cura, e, soprattutto, testimoniare. Noi siamo testimoni ogni giorno di quello che accade in mare e quindi è nostro compito e nostra responsabilità raccontare cosa sta succedendo, soprattutto alla luce della disinformazione che viene fatta sui social, ma anche in tv e sulla stampa".  

Negli ultimi anni le Ong hanno vissuto in un clima molto ostile. Ci sono stati a suo avviso degli errori nella gestione delle missioni da parte vostra?
"Posso parlare solo a nome della Sos Mediterranée di cui faccio parte e le posso dire che sono sempre state seguite le procedure e le regole nazionali e internazionali che riguardano il soccorso in mare".

Oggi il panorama politico è cambiato: i rapporti con le istituzioni sono diversi o continuano a esserci ostacoli?
"Una delle differenze che siamo in grado di sottolineare è questo cambiamento di approccio agli sbarchi derivante dall'accordo di Malta che fa sì che le persone possano essere sbarcate più velocemente. Però ancora si tratta di interventi ad hoc gestiti caso per caso. Per questo ci auguriamo che si trovi quanto prima un accordo formale che dia origine a un sistema di sbarchi normato e condiviso".

Adesso si aggiunge la crisi libica che complica il quadro geopolitico con possibili ripercussioni anche sull'attività di salvamento a mare. L'Unhcr parla di oltre 300 mila persone in fuga da casa, la situazione nel Mediterraneo potrebbe aggravarsi. Cosa prevedete?
"Migranti libici ce ne sono da molto tempo, perché l'instabilità del Paese maghrebino fa fuggire le persone già da anni. E' chiaro che con il conflitto in atto noi possiamo fare solo speculazioni e pensare agli scenari che potrebbero verificarsi. Un aumento dei flussi o un assoluto contrario, cioè il blocco delle partenze? Non siamo in grado di prevedere cosa accadrà perché i viaggi dipendono da molti fattori".

Per esempio?
"Non ultimo da come si muovono i trafficanti in Libia che come sappiamo fanno parte delle milizie in guerra in questo momento. Perciò non siamo in grado di predire come si modificheranno le cose. Quel che è certo è che noi siamo pronti a tutte le evenienze".