Frustate, scariche elettriche e violenze sessuali nei lager libici: tre fermi. Per la prima volta contestata la tortura

Oltre all'associazione finalizzata all'immigrazione clandestina, i fermati sono accusati di aver praticato violenze di ogni genere nei lager libici ai danni di persone giunte a Lampedusa via mare

Senza pietà. Per piegare ogni forza di volontà o tentativo di ribellione venivano colpiti con bastoni e tubi di gomma, ma anche calci di fucile, quando non venivano frustati o seviziati con scariche elettriche. Ancora violenze sessuali e minacce di morte continue: e quando si andava oltre il limite le persone venivano semplicemente lasciate morire. Pietà nessuna, ma piuttosto sistematica disumanità. I racconti delle persone soccorse al loro arrivo a Lampedusa, in varie fasi, hanno portato all'incriminazione di tre persone dalla Dda di Palermo che ha proceduto al fermo di indiziato di delitto a carico di Mohamed Condè, alias Suarez, nato in Guinea nel 1997, di Hameda Ahmed, egiziano di 26 anni, e di Mahmoud Ashuia, egiziano di 24 anni. 

"Per la prima volta è stato contestato il reato di tortura che è stato introdotto nel luglio del 2017. A parità di condotte criminose, è la prima volta che viene applicato il reato specifico di tortura. Oltre all'associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina, alla tratta, all'estorsione, alla violenza sessuale e agli omicidi", ha detto il vice questore aggiunto Giovanni Minardi, a capo della squadra mobile di Agrigento. 

Le torture nel lager libico

L'inchiesta per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina si evolve e colpisce anche coloro che hanno agito all'interno di quelli che tutte le organizzazioni umanitarie definiscono veri e propri "lager" in terra libica e contro cui, oggi, anche l'Unione europea si è espressa chiedendone la chiusura. Teatro delle violenze oggetto dell'inchiesta è la ex base militare della città libica di Zawyia, uno dei centri di dentenzione che rappresentano, sulle coste libiche, l'ultimo girone infernale prima della partenza con l'imbarcazione verso le coste italiane o maltesi.

I racconti dei testimoni

"Tutte le donne che erano con noi, una volta alloggiate all’interno di quel capannone sono state sistematicamente e ripetutamente violentate da due libici e tre nigeriani che gestivano la struttura. Eravamo chiusi a chiave. I due libici e un nigeriano erano armati di fucili mitragliatori, mentre gli altri due nigeriani avevano due bastoni", racconta una delle vittime, che descrive condizioni di vita inaudite. "Ci davano da bere acqua del mare – racconta il testimone – e, ogni tanto, pane duro. Noi uomini, durante la nostra permanenza venivamo picchiati al fine di sensibilizzare i nostri parenti a pagare denaro in cambio della nostra liberazione. Ci davano un telefono col quale dovevamo contattarli per dettare loro le modalità di pagamento".

Il testimone racconta anche di aver visto due migranti morire. "Uccisi a colpi di pistola" perché "avevano tentato di scappare". "Eravamo divisi in gruppi per nazionalità e per sesso – racconta un’altra vittima – Le donne erano messe tutte insieme, mentre noi uomini eravamo divisi per la nazione di appartenenza. Io, ovviamente ero con i camerunensi”. Anche in questo caso il racconto evidenzia condizioni di vita dure. "Ci davano da mangiare solo una volta al giorno e ciò non bastava per placare la nostra fame, mentre l’acqua era razionata e non potabile, poiché bevevamo l’acqua del rubinetto del bagno. Tutti i giorni venivamo, a turno, picchiati brutalmente e torturati con la corrente dai nostri carcerieri”.

I carcerieri vengono descritti come persone "spietate" e il capo Ossama, "un libico" che "vestiva abiti civili ed aveva delle pistole sempre con sé". Il racconto prosegue: "Con me all’interno di quel carcere c’era mia sorella Nadege che purtroppo è morta lì per una malattia non curata. Mia sorella aveva al seguito le due figlie di 7 e 10 anni che sono ancora detenute in Libia. Ho visto molte donne venire violentate da Ossama e dai suoi seguaci".

L'indagine

L'indagine è partita sotto il coordinamento della Procura di Agrigento, del procuratore Luigi Patronaggio e del sostituto Gianluca Caputo nello specifico. "Una volta raccolti elementi di particolare rilevanza e di competenza della Dda di Palermo, gli atti sono stati trasmessi e l'attività è stata seguita dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara" ha spiegato il capo della Squadra Mobile di Agrigento. "Su questa attività c'è stata la massima attenzione sia della direzione generale Anticrimine e del servizio centrale operativo, sia per la delicatezza del caso che per i riverberi che può avere a livello internazionale", ha aggiunto.

Tre persone fermate

Un lavoro alacre di raccolta di informazioni e testimonianze da parte dei migranti che hanno raccontato i particolari del viaggio che li ha portati a Lampedusa "ma anche le vicissitudini e il supplizio vissuto nell'ex base militare della città libica di Zawyia", ha aggiunto Minardi. La ricostruzione dei fatti che hanno portato ai tre fermi comprende anche l'evidenza delle violenze perpetrate nelle strutture libiche anche a scopo di estorsione.

"I migranti tenuti sotto sequestro nella ex base militare venivano convinti a chiamare, al cellulare, i propri familiari che in diretta sentivano le violenze e i pestaggi", ha raccontato l'inquirente. Il riconoscimento dei tre responsabili è avvenuto attraverso le foto segnaletiche sottoposte ai migranti alle persone protagoniste dei fatti, sentite anche nei luoghi dove si trovano ricoverate, nei centri di accoglienza di Castelvetrano e Marsala, o in alcuni Comuni della Calabria, dopo essere approdati a Lampedusa. "Abbiamo il monitoraggio di tutti i migranti che sbarcano e dei loro spostamenti - ha precisato - In questo caso, quando i sospetti si sono concentrati su queste tre persone è stato avviato un controllo assiduo fino a quando non sono stati catturati in esecuzione del provvedimento di fermo".