Kamala Harris: il suo futuro sarà “rainbow” perché il suo presente già lo è

La neo vice presidente degli Stati Uniti d’America è sempre stata una paladina dei diritti gay e la sua elezione potrà portare solo dei miglioramenti alla causa. Qui vi spieghiamo perché

Kamala Harris
Kamala Harris

La bella notizia dell’elezione di Joe Biden a presidente degli Stati Uniti d’America ne porta con sé un’altra a suo modo ancora più grande: l’elezione a vice presidente di Kamala Harris, una donna che nella sua carriera, da quando faceva la procuratrice distrettuale a San Francisco, si è sempre battuta per la tutela dei diritti delle minoranze, soprattutto della comunità LGBT+. In molti la ricorderete quando, il primo luglio del 2019, partecipò al Gay Pride cittadino in qualità di senatrice indossando una giacca di paillettes con i colori dell’arcobaleno, percorrendo le vie della città tra migliaia di partecipanti al corteo che gridavano il suo nome fino ad arrivare a prendere lei stessa la parola una volta sul palco. Quella fu solo una delle tante volte in cui la Harris ha dimostrato di essere una paladina della comunità gay e di battersi per la tutela dei loro diritti.  

Donna asio-americana

Californiana, 55 anni, con madre indiana e padre giamaicano, nell’affiancare il 77enne Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti d’America sarà la prima donna asio-americana a ricoprire un ruolo del genere, la terza in assoluto. “Ho il grande onore di annunciare che ho scelto come candidato alla posizione di vice Kamala Harris, una combattente coraggiosa per e uno dei migliori servitori dello Stato”, ha twittato Biden. “Joe Biden può unificare il popolo americano perché ha passato la sua vita a lottare pe tutti noi”, ha replicato lei, aggiungendo: “Come presidente costruirà un’America all’altezza dei nostri ideali. Sono onorata di unirmi a lui come candidata vicepresidente del nostro partito, e di fare quello che serve per renderlo il nostro presidente”.  

“Proposition 8”

Anni fa, in qualità di procuratore generale della California, la Harris avrebbe dovuto difendere in tribunale la contestata “Proposition 8” - il divieto statale nei confronti del matrimonio egualitario – ma si rifiutò di farlo e poco dopo officiò il primo matrimonio gay dopo la sentenza della Corte Suprema che aveva annullato il divieto stesso. Divenuta senatrice, poi, ha continuato a sostenere la libertà delle persone trans di scegliere il bagno che sentivano più vicino alla loro identità co-sponsorizzando “l’Equality Act”, il provvedimento contro ogni tipo di discriminazione che estenderebbe le protezioni dei diritti civili alle persone Lgbt+ dicendo che avrebbe lo approvato al suo primo giorno alla Casa Bianca, promettendo anche di porre fine alle violenze contro le donne trans di colore, ribadendo che ci devono essere “gravi conseguenze e responsabilità”.  

Se sarò la prima donna in questo incarico, non sarà l’ultima”

Fondamentale il discorso di Biden incentrato sull’unità, il dialogo e la riconciliazione. “Ho corso come democratico – ha detto - ma sarò il presidente di tutti. Un presidente che non cerca di dividere ma di unire. Non ci sono Stati rossi e Stati blu ma gli Stati uniti d’America”, ha aggiunto, facendo poi un appello a lavorare tutti insieme, “democratici, repubblicani, indipendenti, progressisti, moderati, conservatori, giovani e vecchi, cittadini metropolitani e delle aree rurali o suburbane, gay, eterosessuali e transgender, bianchi, latinos, asiatici, nativi americani”. Appassionato, quello della Harris, un discorso declinato principalmente al femminile. Vestita di bianco, ha ringraziato le donne nere “che sono la spina dorsale della nostra democrazia” e ovviamente Biden: “Joe ha avuto l’audacia di rompere una delle maggiori barriere nel nostro Paese”, ha precisato, “ma se sarò la prima donna in questo incarico, non sarà l’ultima”.

 La storia di Kamala 

Nasce a Oakland in California da genitori immigrati. Dopo il divorzio dei due, cresce insieme alla sorella Maya e alla madre Shyamala Gopalan Harris, una ricercatrice per il cancro e attivista per i diritti civili. Frequenta l’università di Howard a Washington e dopo la laurea in legge alla Hasting in California, comincia la carriera giuridica nell’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Alemada. Nel 2003 diventa procuratrice distrettuale di San Francisco e poi la prima procuratrice donna, nera e di origine asiatica della California dal 2011 al 2017.

Nomina a senatrice dello Stato

Nello stesso anno arriva la nomina a senatrice dello Stato e comincia a farsi largo nell’ambiente progressista dopo l’audizione del giudice nominato da Trump alla Corte Suprema Brett Kavanaugh, passata alla storia per la ‘grinta’ della senatrice nel fargli le domande, e avendo a che fare con il ministro della Giustizia, William Barr. Sulla cresta dell’onda, arriva a lanciare la candidatura per la Casa Bianca proprio nella sua Oakland e riceve una calorosa accoglienza da parte dell’elettorato salvo poi non riuscire a dare un’impronta precisa alla sua campagna elettorale e risultare confusa su temi come l’assistenza sanitaria. Nel dicembre 2019 fa il suo endorsment all’ex vice di Obama con la promessa di fare “tutto ciò che è in mio potere per aiutarlo a diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti”.

Kamala è una poliziotta

Spesso viene accusata di essere stata, durante l’incarico in California, troppo dura nel combattere i reati, soprattutto di droga, commessi dai neri, sull’assenteismo scolastico, e di non aver agito con fermezza per frenare la brutalità della polizia di Los Angeles (uno dei casi riguardava la morte di due ragazzi neri uccisi dalle forze dell’ordini). Per questi motivi “Kamala is a cop” (Kamala è una poliziotta) o “top cop” (super poliziotta) sono dei ritornelli molto conosciuti nella base democratica più liberale. Prima di dimettersi da procuratrice Harris ha cercato di rimediare, compiendo alcuni passi in questa direzione come l’apertura di indagini sui diritti civili in due dipartimenti della polizia californiana considerati i più violenti degli Usa e la messa a punto di un database sull’uso della forza da parte degli agenti. Douglas Emhoff è suo marito, un avvocato ebreo di 56 anni con cui ha due figli che è il primo ad aver assunto la qualifica di “second gentleman” degli Stati Uniti.