Caporalato e "gig economy": chi sono gli intermediari che sfruttano i rider stranieri. Storia di M. che pedala 11 ore al giorno

Sono spinti a fare più consegne possibile, ma non riescono a guadagnare più di 600 euro al mese. La giungla dei fattorini su due ruote su cui indaga la procura

Caporalato e 'gig economy': chi sono gli intermediari che sfruttano i rider stranieri. Storia di M. che pedala 11 ore al giorno

M. era ospite di un centro di accoglienza straordinario in una località a 50 km da Milano. Era in attesa del responso sulla sua richiesta di asilo. Il proprietario della struttura che lo ospitava non voleva che lavorasse: situazione durissima per M. che a non fare nulla dalla mattina alla sera non voleva più stare. Quella che sembrava un'opportunità è arrivata dalla cosiddetta "gig economy", ovvero la consegna di cibo a domicilio di aziende che agiscono attraverso le app per smartphone. Deliveroo, Uber eats, Glovo e Just Eat, sono i principali marchi che imperversano nell'alimentare da asporto. Ed è così che inforcando la bicicletta, cubo termico sulle spalle, M. si introduce nel mondo senza regole del food delivery

Secondo un'inchiesta di Openmigration.org, a Milano due terzi dei fattorini della "gig economy" sono migranti che raccontano di non avere direttamente contatti con le piattaforme, ma di lavorare attraverso degli intermediari. Non è roba di poco conto, visto che anche la procura del capoluogo lombardo ha aperto un'inchiesta conoscitiva per la sicurezza stradale e per capire come sia gestito il mercato delle consegne a domicilio. Dove a quanto pare sono impiegati e sfruttati fattorini per i due terzi stranieri, spesso senza documenti, gestiti da caporali senza scrupoli. 

Undici ore al giorno, tre euro a consegna

Le persone come M., intervistato dal magazine, lavorano anche undici ore al giorno pedalando in lungo e in largo per tutta Milano, nella speranza di realizzare più consegne possibile. "Ma non sono mai riuscito a portare a casa più di 600 euro", racconta il giovane che ha 33 anni ed è arrivato in Italia dopo essere fuggito dall'inferno della Liberia, attraverso un viaggio rocambolesco fatto di deprivazioni e violenze. Oggi il giovane vive in una casa in coabitazione con altri e ha lasciato il Cas da un anno. Vive facendo il fattorino nelle mani voraci dei caporali, anche perché è senza permesso di soggiorno. 

Le condizioni di lavoro sono di puro sfruttamento: tre euro a consegna, nessun orario di lavoro, contratto, assicurazione e contributi non ben definiti. Loro, quelli come M. dichiarano di fare questo lavoro perché non hanno alternative, in attesa di qualcosa di meglio o a causa del fatto di non avere documenti in regola. Il sindacato auto organizzato dei fattorini Deliverance dichiara di non riuscire a raggiungere tutti questi lavoratori dei quali spesso non si conosce nemmeno il viso o il nome. "Rivendichiamo tutti gli stessi diritti ma esiste una spessa barriera linguistica e culturale" dice Angelo, sindacalista a due ruote. L'inchiesta è una cosa positiva, dice, purché "non si trasformi in una caccia alle streghe tra la categoria di lavoratori più vulnerabili, quella dei migranti". 

L'indagine sugli intermediari

Gli intermediari sono delle società che gestiscono a loro volta delle app che si frappongono tra i grandi marchi e i fattorini in bicicletta. Distribuiscono il lavoro, sempre attraverso smartphone, e trattengono una parte della paga. Ma questo sistema porta nelle tasche dei lavoratori anche la metà di quello che dovrebbero guadagnare. Un'ingiustizia bella e buona di cui i rider sono consapevoli. Ma spesso non si ha scelta. Per molti è "un’opportunità unica di lavoro, soprattutto per chi non ha i documenti". L'inchiesta della procura farà chiarezza su eventuali abusi e sfruttamento.