Dal set con i più grandi registi al prezzo per essere se stessa: Bianca Berlinguer e la storia della trans Marcella

La storia commovente nel libro scritto dalla giornalista di #Cartabianca. “Ho fatto 80 film ma tutto è finito quando ho cambiato sesso. Ero prigioniera di una nevrosi sessuale spaventosa"

Dal set con i più grandi registi al prezzo per essere se stessa: Bianca Berlinguer e la storia della trans Marcella

Si sono conosciute un giorno, per caso, a Venezia, durante il Gay Pride del 1997. Pioveva a dirotto, lei, la giornalista, era senza ombrello, l’altra, la manifestante, si staccò dal corteo per offrirle il suo e in un istante fu subito confidenza, divenuta nel tempo amicizia, un condividere momenti che è poi la vita. All’epoca, Bianca Berlinguer era al Tg3, non era ancora la direttrice che poi è stata e l’attuale conduttrice di #Cartabianca era ancora una posizione molto lontana. Marcella Di Folco invece era già Marcella, una delle trans più conosciute d’Italia, un simbolo colorato ma con i piedi ancorati bene a terra per il mondo LGBT, per il riconoscimento dei diritti, l’ex regina del Piper assieme a Patty Pravo, una militante politica per i Verdi. Sì, perché Marcella fino agli anni Ottanta, quando decise di cambiare sesso a Casablanca, si chiamava Marcello ed era un uomo. Poi, senza pensarci più di tanto, fece quella scelta che le cambiò la vita.

“Diventare donna non è solo una questione di coraggio davanti agli altri, ma di assunzione di responsabilità in tutto, non solo di quello che fa comodo”, scrive in Storia di Marcella che fu Marcello (La Nave di Teseo), un libro che le due amiche avevano iniziato a scrivere insieme, ma che è uscito postumo, perché Marcella è morta nel 2010 a Bologna, la sua città d’adozione, dopo una lunga malattia. Era nata a Roma nel 1943 nel quartiere dei Parioli. I suoi avevano un bar-latteria e la nonna era stata la fondatrice della Centrale del Latte di Roma. Vivevano tutti insieme in una grande casa, ma la convivenza, nonostante gli ampi spazi, non fu facile.

L'infanzia ai Parioli

Il padre era autoritario e la madre la succube delle sue violenze, a cui si aggiungevano di tanto in tanto anche le botte della madre di lui che la detestava, perché gelosa del figlio. Marcella, che all’epoca era un bambino ligio al dovere ma già scalmanato, cercava di passare più tempo possibile in casa con la madre per evitare che accadessero quelle cose, combattendo sin da allora l’ingiustizia, “un qualcosa che da bambino non riesci a capire”. Nel libro racconta all’amica Bianca quel periodo, le parla di suo padre che non giudica mai più di tanto, una persona che le riservava pochi gesti e che baciò soltanto due volte nella sua vita: durante un Natale e quando morì che lei aveva solo dodici anni.

Dal Piper al set di Fellini

Da quel momento, cominciarono i veri problemi. Rimase da sola con sua madre che adorava e sua sorella Lilli di tre anni più grande, ma furono costrette a trasferirsi dai Parioli a Largo Preneste per necessità e a inventarsi, tutte loro, dei lavori per sopravvivere. Inizia il periodo al Piper, la conoscenza e l’amicizia con alcuni registi che la vollero nei loro film. Da Fellini – che la volle nel Satyricon, Roma, Amarcord e La città delle donne – a Rossellini che le diede una parte per Cartesius e per L’età di Cosimo de’ Medici – fino a Sordi (Finché c’è guerra c’è speranza), Petri (Todo modo) e Bolognini (Bubù).

Il più cattivo e il più invidioso, stando sempre ai suoi racconti, era Zeffirelli che la volle per Fratello sole, Sorella luna, ma visto che sul set tutti gli uomini si innamoravano di lei, dalle maestranze agli attori, non la chiamò mai più. Erano gli anni Sessanta, lo spirito di ribellione era nell’aria, a Roma c’era un fermento artistico, politico e culturale che oggi pare scomparso. “Lavoravo come cameriera in un hotel, ma poi la sera mi andavo a divertire in via Veneto, al Cafè de Paris dove mia sorella faceva la cassiera”, racconta Marcella rivolgendosi a Bianca.

“Ho fatto 80 film – continua – ma tutto è finito quando ho cambiato sesso”. “Ero prigioniera di una nevrosi sessuale spaventosa. Cambiare sesso ti aiuta a raggiungere un certo equilibrio mentale, ma la vagina non da’ la felicità, semmai può darti la serenità”.

La cosa più difficile nel cambio sesso, almeno per lei, è stato il dopo, “dimostrare a tutti che ero una donna”. Una volta tornata a Roma, andò a vivere in un residence da sola, ma stava molto male e un amico chiamò sua sorella che si precipitò subito per aiutarla. La portò a casa e un giorno, dopo qualche settimana, rispose lei a telefono: era un amico di suo nipote che chiedeva di lui; rimase ad ascoltarli parlare e a un certo punto il ragazzino disse all’amico se la persona che aveva risposto fosse sua zia. E lui: “Sì, è mia zia”. “I bambini – dice Marcella – hanno una sensibilità maggiore degli adulti, e da quel momento, almeno in casa, non ebbi più problemi”.

Roma, nel frattempo, continuava il suo fermento artistico e culturale, a ballare – se si era gay – si andava al Pipistrello in anni in cui spopolava nell’ambiente Giò Stajano, un pugliese che decise di fare coming out per primo in Italia, l’autore di Roma Capovolta, un libro pubblicato nel 1959 in cui raccontava la realtà omosessuale nella Capitale che poi venne sequestrato. Cambiò sesso, sempre a Casablanca, ma molti anni prima di Marcella, fino a ritirarsi in un convento piemontese dove morì diversi anni fa. Anche Marcella, ad un certo punto, decise di cambiare ancora e di trasferirsi da Roma a Bologna, “una città dove c’è più educazione dove nessuno ti insulta”, spiega.

Nel mentre, ci son stati i problemi, le gioie, i dolori, i viaggi (soprattutto in Marocco), gli amori e il marciapiede, “l’unico posto in cui viene riconosciuto alle trans il diritto di essere quello che sono e di affermare la propria identità”. Leggendo questo memoir, sembra quasi di sentire la sua voce o una delle sue fragorose risate che tanto piacevano a Giulia, la figlia di Bianca, a cui il libro è dedicato.

Marcella non c’è più, ma sembra quasi che sia ancora viva. Nella sua “bella vita”, come lei stessa la definisce, ha avuto i suoi alti e bassi, ma nessun rimpianto. Quel che la premia è la sua forza di volontà e il suo coraggio di voler essere se stessa che l’hanno portata a fare tutte le cose che ha fatto. Un esempio per molti, un simbolo per il rispetto e l’uguaglianza dei diritti che sono ancora, purtroppo, garantiti a pochi.