Ursula von der Leyen: "Le zone gay-free non avranno spazio in Europa"

Linea dura dell'Ue: la presidente e politica tedesca ribadisce nella sua rubrica su il suo ‘no’ all’omofobia, promettendo che non ci saranno fondi agli Stati che discriminano gli omosessuali

Ursula von der Leyen: 'Le zone gay-free non avranno spazio in Europa'

Uno sente parlare - poco importa se in tv, in radio o in una diretta social - Ursula von der Leyen e si rincuora. Pensa subito: “Se lo dice lei, e se lo dice poi con quel tono di voce - mai troppo alto, mai troppo basso – beh, allora qualcosa accadrà di sicuro e un futuro migliore sarà possibile”. Sì, perché la presidente della Commissione Europea sa essere tedesca e quindi europea allo stesso tempo, ‘tosta e tenera’ direbbero i più, capace come pochi di ascoltare il suo avversario per poi attaccarlo e annientarlo con la stessa forza (intellettiva) e capacità che può avere una mantide religiosa. “Onorevoli deputati, non mi fermerò quando si tratta di costruire un’Unione di uguaglianza, un’Unione in cui puoi essere chi sei e amare chi vuoi senza paura di recriminazioni o discriminazioni.”, disse poco meno di dieci giorni fa nel suo primo discorso sullo Stato dell’Unione tenutosi a Bruxelles davanti al Parlamento UE riunito in plenaria. “Perché – precisò - essere te stesso non equivale a essere un’ideologia: è la tua identità e nessuno potrà mai portartelo via”. “Voglio dunque essere chiara – ha poi aggiunto. “Le zone libere da Lgbtqi+ sono zone libere da umanità e non hanno posto nella nostra Unione e per essere sicuri di sostenere l’intera comunità. Le zone gay-free, dunque, non trovano spazio in Europa”.

La presidente UE su Twitter: “Ogni persona deve essere libera di essere sé stessa e amare chi vuole in tutti i Paesi europei”

La dura presa di posizione nei confronti dei Paesi meno inclini non solo a riconoscere i diritti civili di omosessuali e transessuali, ma anche a calpestarne senza remore le libertà individuali, è continuata anche ieri nel corso della sua video-rubrica che ha su Twitter, #AskThePresident (Chiedi alla presidente). Come d’abitudine, nell’evento online la politica tedesca risponde sempre ad alcune domande poste dai cittadini e lo ha fatto, ovviamente, anche quando Marco Antei, componente di M.I.A. Arcigay, le ha chiesto per quanto tempo bisognerà tollerare il non rispetto dei diritti Lgbti+ in paesi UE come la Polonia e l’Ungheria. “Ogni persona - è stata la replica della presidente - deve essere libera di essere se stessa e amare chi vuole in tutti i Paesi europei”. La Commissione – ha assicurato la Von der Leynen - presenterà presto una strategia per rafforzare i diritti Lgbtqi+ - sospenderà la distribuzione dei fondi e porterà i Governi omofobi di fronte ai giudici - e spingerà anche per il riconoscimento reciproco delle relazioni familiari nell’Unione europea, perché – citiamo le sue parole – “se sei genitore in un paese, sei genitore in ogni Paese”.

La miccia che ha fatto esplodere il problema: la situazione polacca

C’è un documento intitolato Stanowisko Konferencji Episkopatu Polski w kwestii Lgbt+ (Posizione della Conferenza episcopale polacca sui temi Lgbt+) che i vescovi polacchi riuniti per la 386° Assemblea generale tenutasi lo scorso agosto presso il santuario mariano di Jasna Góra, a Częstochowa, hanno adottato venerdì scorso. Stando al comunicato ufficiale, si capisce che oltre a presentare le altre questioni trattate nella tre giorni – dall’insegnamento scolastico della religione agli abusi del clero sui minori, dall’incoraggiamento ai fedeli perché tornino in chiesa dopo la pandemia al 40° anniversario di fondazione di Solidarność – è stato sottolineato come lo Stanowisko richiami “la necessità di rispettare le persone che si identificano come Lgbt+”, ma allo stesso tempo “si oppone agli sforzi di dominare la vita sociale da parte di questi circoli, in particolare dal desiderio di equiparare le relazioni omosessuali alle coppie sposate e concedere loro il diritto di adottare bambini”. La Chiesa polacca, quindi, è pronta a venire in aiuto di “coloro che sperimentano lacrime interiori e difficoltà con l’autoidentificazione di genere”, suggerisce di “sviluppare centri di consulenza per aiutare queste persone” e gli stessi vescovi esprimono la loro gratitudine anche a tutti coloro che, “nello spirito dell’insegnamento di Papa Francesco, si esprimono per la difesa della famiglia in spazi pubblici”, ma la cosa è più omofoba di una dichiarazione di un Adinolfi qualunque, pura retorica mutuata da quella ecclesiastica e poi impiegata nella crociata contro l’ideologia Lgbt+. Il documento del 28 agosto insiste infatti sulla necessità di reagire al disinteresse dei movimenti Lgbt+ per gli elementi biologici e psicologici della sessualità umana, depauperata del fine procreativo e negata nelle sue caratteristiche di reciprocità e complementarietà tra uomo e donna. Di tutto questo, come di altre ‘bestialità’ (scusate i toni, ma leggete quel testo recuperabile su internet e sarà questa l’unica definizione possibile che vi verrà in mente se dotati di buon senso) contenute in quel documento, se ne è ovviamente accorta la ‘nostra’ presidente che è pronta ad agire più che mai, “a non fermarsi” appunto. E povero davvero chi oserà sfidarla.