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Desmond Tutu: “Non potrei venerare un Dio omofobo, non c’è futuro senza perdono”

Perché dopo le violente dichiarazioni del Gran Mufti arabo, le parole del Premio Nobel per la Pace recentemente scomparso hanno adesso un peso ancora più grande

Giuseppe Fantasiadi Giuseppe Fantasia   
Desmond Tutu: “Non potrei venerare un Dio omofobo, non c’è futuro senza perdono”

Nel giorno di Santo Stefano, come è noto, è scomparso a 90 anni Desmond Tutu, grande uomo di pace e vincitore del Premio Nobel che denunciò l’apartheid in Africa e in Palestina. “Non abbiamo negato il nostro passato, abbiamo guardato la bestia negli occhi”, disse durante uno dei suoi discorsi alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione (Trc), istituita nel 1994 per volere del presidente Nelson Mandela con cui lottò sempre al suo fianco fino alla fine. Primo arcivescovo anglicano nero di Città del Capo, Tutu ha difeso gli oppressi e coloro che non avevano diritti impegnandosi sempre per la riconciliazione del Paese.

“Non potrei venerare un Dio omofobo”

L’inchiesta sulle atrocità del regime segregazionista si chiuse nel 1998 segnando un doloroso e drammatico processo di pacificazione fra le due parti della società sudafricana.

A quanti confessarono i propri crimini, offrendo una sorta di riparazione morale ai familiari delle vittime, fu accordato il perdono. Dopo aver sentito la testimonianza di un ex detenuto politico sulle torture subite da parte della polizia che lo aveva appeso per i piedi con la testa chiusa in un sacco, Tutu scoppiò in lacrime in diretta tv. E quello fu solo uno dei tantissimi episodi in cui si dimostrò vicino alla sua gente preferendo, però, sempre, alle parole l’azione concreta. Alcune sue prese di posizione furono però persino contestate dai suoi superiori, come per esempio quella per il diritto all’aborto, sul diritto al suicidio assistito e quelle in difesa degli omosessuali, dicendo di non poter venerare “un Dio omofobo”.

L’omofobia di Abdulaziz al-Sheik

Le sue parole hanno ancora più peso oggi dopo aver ascoltato quelle terribili e decisamente opposte pronunciate dal suo ‘collega’ Abdulaziz al-Sheik, il “Gran Mufti”, la principale figura religiosa dell’Arabia Saudita con cui Tutu cercò più volte di trovare un punto d’incontro, ma invano. L’omosessualità è dunque per lui “uno dei crimini più efferati” e gli omosessuali sono “una vergogna in questo mondo e nell’altro”. “I diritti umani – ha aggiunto il Mufti - sono prima di tutto all'interno della legge di Dio e non nei desideri pervertiti che seminano la corruzione sulla Terra”. I suoi commenti sono arrivati dopo che il sovrano de facto dell'Arabia Saudita, il principe ereditario Mohammed bin Salman, ha cercato di proiettare un'immagine moderata e favorevole agli affari del suo regno austero mentre cerca di aumentare gli investimenti per diversificare l'economia dal petrolio. Tra i cambiamenti adottati dallo stato del Golfo ci sono la revoca del divieto alla guida per le donne, l’autorizzazione ai concerti misti e ad altri eventi e la diminuzione del potere della polizia religiosa, una volta molto temuta. L'Arabia Saudita ha anche investito molto negli ultimi anni nei settori del turismo, dell'intrattenimento e dello sport, anche se permane una severa repressione del dissenso. L’Arabia Saudita continua quindi ad essere ampiamente considerata come uno dei peggiori paesi al mondo per i diritti LGBTQI+.

“Siamo vivi, siamo umani, siamo tutti uguali”

Dopo simili dichiarazioni, una figura come Tutu - uomo di fede e di parole in grado di veicolare i suoi valori e le sue indignazioni - manca ancora di più. Pur appartenendo alla Chiesa e al suo mondo, non ha mai condannato le relazioni tra persone dello stesso sesso. Per lui, l’unica cosa che contava davvero erano gli esseri umani senza alcun tipo di differenza. “Siamo vivi, siamo umani, siamo tutti uguali”, disse. “Direi che non mi darebbe fastidio”, aggiunse invece sul suicidio assistito, dimostrandosi così favorevole, “mi sento obbligato a prestare la mia voce a questa causa, non voglio essere tenuto in vita a tutti i costi”. Indimenticabile, poi, l’ironia che utilizzò in occasione del suo 85esimo compleanno, quando uscì da più ricoveri ospedalieri per un’infezione legata al cancro alla prostata, dicendo: “Sono più vicino alla sala partenze che alla sala arrivi”. “Siate gentili con i bianchi, hanno bisogno di voi per riscoprire la propria umanità”, disse nell’ottobre 1984, nel momento peggiore dell’apartheid. Pochi mesi dopo, in un discorso in cui chiedeva sanzioni contro il suo Paese, affermò: “Per l’amore di Dio, ci sentiranno i bianchi? Sentiranno ciò che cerchiamo di dire loro? L’unica cosa che chiediamo è che ci riconoscano anche a noi come esseri umani, perché quando ci feriscono sanguiniamo e quando ci fanno il solletico ridiamo”. Ricordiamocele queste parole, oggi più che mai.

Giuseppe Fantasiadi Giuseppe Fantasia   
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