Tiscali.it
SEGUICI

Usa: perché la crisi degli oppioidi non migliora?

Dagli anni ‘90 il numero di decessi per overdose è continuato a crescere vertiginosamente nonostante esista un trattamento che si è dimostrato efficace. Peccato che poche persone possano accedervi — di Costanza Giannelli

di La Svolta   
Usa: perché la crisi degli oppioidi non migliora?

“La crisi degli oppioidi non ottiene così tanti titoli come prima del Covid-19, ma le notizie rimangono ostinatamente e sorprendentemente negative”. Inizia così il lungo articolo che Lydialyle Gibson ha pubblicato su Vox che fa il punto sullo stato della crisi degli oppiodi negli Usa. Cercando di rispondere alla domanda “abbiamo trattamenti per la dipendenza da oppioidi che funzionano. Allora perché il problema sta peggiorando?”.

Dagli anni ’90, quando le prescrizioni di farmaci oppioidi hanno iniziato ad aumentare vertiginosamente assieme al numero di overdose legate a queste sostanze, il numero di decessi per overdose ha continuato a salire.

Secondo il Cdc, nel 2021 i decessi per overdose da oppioidi (che comprendono gli oppioidi da prescrizione, eroina e oppioidi sintetici come il Fentanyl e rappresentano il 75% di tutti i decessi da overdose), sono stati 10 volte superiori a quelli del 1999. Dal 1999, più di 1 milione di persone sono morte per overdose.

Le overdose da oppioidi hanno ucciso più di 80.000 persone nel 2021 e quasi l’88% di queste riguardava oppioidi sintetici. Sono proprio queste sostanze, come il Fentanyl, che spesso vengono mischiate con altre droghe e diventano ancor più pericolosi, che hanno fatto crescere drasticamente il numero dei morti in pochissimi anni, che sono raddoppiati dai 47.600 del 2017 a 80.411 quattro anni dopo.

Ma i numeri dei decessi non sono che una (enorme) parte di un problema ancora più enorme: nel 2022, secondo il più recente sondaggio annuale della Substance Abuse and Mental Health Services Administration, 6,1 milioni di persone di età pari o superiore a 12 anni avevano un disturbo da uso di oppioidi. 8,9 milioni hanno riferito di averne abusato nell’ultimo anno.

Eppure, ricorda Gibson, un trattamento per la dipendenza da oppioidi esiste, e funziona. È conosciuto come Mat, ma il nome completo è Medication Assisted Treatment (“trattamento farmacologico assistito a lungo termine”), e combina consulenze regolari e terapia comportamentale con farmaci come metadone o buprenorfina (più nota con il nome del marchio più diffuso, Suboxone).

Queste sostanze (che contengono opapioidi sintetici) prevengono l’astinenza e il cosiddetto "craving", e possono ridurre le overdose fino al 76%. Il Mat è "considerato altamente efficace": gli studi indicano che può ridurre il rischio di morte per abuso di sostanze di oltre il 50%.

Se gli effetti di questo approccio non si vedono è perché quasi il 90% delle persone con disturbo da uso di oppioidi non ha ancora accesso a trattamenti come questi.

«Ogni morte per overdose è una tragedia, non perché la dipendenza da oppioidi sia irrisolvibile ma perché, come tante altre malattie croniche, ora è facilmente curabile», ha detto a Gibson Sarah Wakeman, direttrice medica senior per i disturbi da uso di sostanze al Mass General Brigham.

I motivi sono diversi, ma principalmente di natura ideologica, non medica: «come società, abbiamo trascorso più di 100 anni a pensare e costruire politiche, sistemi e punizioni per affrontare la dipendenza come se fosse una questione di moralità», continua Wakeman, «e quindi, anche se ora stiamo iniziando a parlarne come una questione di salute pubblica, le nostre politiche, i nostri approcci clinici, i nostri modelli di cura, i nostri finanziamenti, riflettono davvero questa idea secondo cui in realtà pensiamo che le persone stiano facendo qualcosa di brutto e quindi noi dovrebbe rendere le cose davvero difficili per loro».

C’è anche un aspetto economico: il “detox”, su cui si focalizza l’impianto punitivo dell’approccio alle dipendenze, è la parte più redditizia della riabilitazione, anche se la meno efficiente. E, non sorprendentemente, un aspetto legato alla razza: il metadone è diventato il farmaco d’elezione quando la dipendenza da eroina era un problema attribuito alla popolazione afroamericana, cristallizzando anche nell’immaginario le lunghe code fuori dalle cliniche in cui veniva distribuito.

La buprenorfina, invece, è stata approvata dalla Fda quando la crisi degli oppioidi aveva colpito la popolazione bianca. Per questo, ancora oggi “i prescrittori di buprenorfina sono molto più comuni nelle comunità bianche segregate, mentre le cliniche di metadone sono più diffuse nei quartieri neri e ispanici. I pazienti bianchi, ricchi e istruiti hanno maggiori probabilità di ricevere buprenorfina rispetto ai pazienti neri o ispanici. I pazienti di colore vengono spesso indirizzati alle cliniche del metadone e, anche quando ricevono buprenorfina, il ciclo medio di trattamento è più breve”.

A questo si aggiungono le problematiche legate alle incarcerazioni di massa e la carenza di fornitori di servizi per la cura delle dipendenze, in particolare nelle zone rurali dell’America, dove la scarsità di cure primarie di base per tutti i tipi di pazienti è sempre più grave: fino allo scorso anno, infatti, quasi il 60% della popolazione rurale viveva in contee senza un solo medico autorizzato a prescrivere buprenorfina.

Intanto, le politiche all’avanguardia di “riduzione del danno” - che includono siti di consumo sicuri (dove le persone usano droghe sotto la supervisione di professionisti medici qualificati), programmi di scambio di siringhe (dove gli utenti possono ottenere aghi puliti), programmi di distribuzione di naloxone (un farmaco che può invertire un sovradosaggio) e strisce reattive al Fentanyl (che può prevenire l’overdose rilevando se i farmaci di qualcuno contengono Fentanyl) – faticano ad affermarsi “in una società cresciuta sul concetto di astinenza totale dalle droghe”.

E mentre i numeri continuano a essere drammatici – e alcuni Stati, come l'Oregon, dichiarano l’emergenza nazionale – il procuratore generale del Kentucky Russell Coleman ha intentato una causa contro una delle più grandi catene farmaceutiche della nazione, sostenendo che le sue farmacie hanno contribuito ad alimentare la mortale crisi di dipendenza da oppioidi. La Kroger Co., ha detto Coleman, con le sue oltre 100 farmacie del Kentucky è stata responsabile di oltre l'11% di tutte le pillole di oppioidi dispensate nello stato tra il 2006 e il 2019, pari a centinaia di milioni di dosi.

di La Svolta   

I più recenti

Scrivi la rabbia (e buttala), che ti passa!
Scrivi la rabbia (e buttala), che ti passa!
DrugGTP affiancherà medico e paziente nella terapia farmacologica
DrugGTP affiancherà medico e paziente nella terapia farmacologica
Uk: un mini dispositivo da inserire nel reggiseno monitorerà la crescita dei tumori
Uk: un mini dispositivo da inserire nel reggiseno monitorerà la crescita dei tumori
4d knit dress: il sarto robot che scolpisce abiti in maglia
4d knit dress: il sarto robot che scolpisce abiti in maglia

Le Rubriche

Alberto Flores d'Arcais

Giornalista. Nato a Roma l’11 Febbraio 1951, laureato in filosofia, ha iniziato...

Alessandro Spaventa

Accanto alla carriera da consulente e dirigente d’azienda ha sempre coltivato l...

Claudia Fusani

Vivo a Roma ma il cuore resta a Firenze dove sono nata, cresciuta e mi sono...

Carlo Di Cicco

Giornalista e scrittore, è stato vice direttore dell'Osservatore Romano sino al...

Claudio Cordova

31 anni, è fondatore e direttore del quotidiano online di Reggio Calabria Il...

Massimiliano Lussana

Nato a Bergamo 49 anni fa, studia e si laurea in diritto parlamentare a Milano...

Stefano Loffredo

Cagliaritano, laureato in Economia e commercio con Dottorato di ricerca in...

Antonella A. G. Loi

Giornalista per passione e professione. Comincio presto con tante collaborazioni...

Lidia Ginestra Giuffrida

Lidia Ginestra Giuffrida giornalista freelance, sono laureata in cooperazione...

Carlo Ferraioli

Mi sono sempre speso nella scrittura e nell'organizzazione di comunicati stampa...

Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli...

Giuseppe Alberto Falci

Caltanissetta 1983, scrivo di politica per il Corriere della Sera e per il...

Michael Pontrelli

Giornalista professionista ha iniziato a lavorare nei nuovi media digitali nel...