Tiscali.it
SEGUICI

Il futuro dei social network è sostenibile?

Spoiler: nì. I social network più grandi puntano sui creator per promuovere buone pratiche in ambito ambientale; i nuovi, su un modello di business etico. Ti raccontiamo l’esperimento di Sblind — di Raffaella Tallarico

di La Svolta   
Il futuro dei social network è sostenibile?

Social network non fa rima con sostenibilità. Le piattaforme inquinano, contribuendo nelle emissioni di CO2, fanno della profilazione utente la normalità e il loro obiettivo è favorire il più possibile la permanenza nel feed, concorrendo nello sviluppo delle dipendenze digitali.

Ma secondo un sondaggio Unilever condotto nei mercati di Regno Unito, Usa e Canada, sono proprio i social media i canali migliori per promuovere comportamenti sostenibili; a pensarlo così è il 78% del campione intervistato, e le piattaforme superano i documentari (48%), gli articoli di stampa (37%) e le campagne istituzionali (20%).

L’ampiezza della community, del resto, consente ai social network di raggiungere milioni persone; basta uno sforzo minimo – diffondere contenuti – per garantire un’efficace comunicazione dei valori di etica ambientale e sociale.

Così si arriva al curioso paradosso di TikTok: il social più inquinante secondo il sito Compare the market è anche la piattaforma più impegnata nella diffusione di buone pratiche in difesa del Pianeta, grazie al contributo dei creator.

Se i “big” social network cercano di essere sostenibili diffondendo contenuti, tra le nuove piattaforme la tendenza è esserlo anche nel modello di business. Un esperimento interessante è Sblind: nato nel 2017 per facilitare lo scambio di informazioni tra aziende (b2b), ora punta a diventare il primo social sostenibile al mondo. La società che possiede l’app è di Bergamo e attualmente conta 10.000 utenti.

Sblind ha un feed come i social tradizionali, i “followers” sono sostituiti dai “lovers” e ogni utente può averne al massimo 100. La piattaforma punta a essere glocal, favorendo la prossimità delle interazioni: da un menù a tendina si può scegliere la provincia di residenza, e compariranno i post dei profili in zona.

Un’ulteriore novità, all’apparenza controproducente per un social network, è il social time. Sulla parte alta del feed compare un contatore del tempo rimanente per navigare su Sblind: 1 ora e mezza al giorno, e ciascun utilizzatore può postare un massimo di 10 contenuti in 24 ore. L’app non ha inserzioni pubblicitarie; né cookies, né preferenze da accettare, il che garantisce l’assenza di sistemi di profilazione.

La piattaforma si impegna anche a ridurre le emissioni di CO2 tramite un meccanismo particolare. Parte del contributo pagato dagli account business iscritti a Sblind viene reinvestito in carbon credit per compensare il carbonio prodotto. Il risparmio accumulato viene redistribuito, tramite un algoritmo, tra ciascun utente della piattaforma in proporzione a quanto è stato attivo nell’app.

A ogni profilo vengono assegnati un rating di sostenibilità e la quantità di CO2 risparmiata: ovviamente sono gli account business a essere più “green”, proprio perché contribuiscono nella spesa di acquisto dei carbon credit; in cambio, ricevono una certificazione che può essere inclusa nel proprio bilancio di sostenibilità.

È troppo presto per capire se questo modello di social ha davvero un futuro. Ma se l’esperimento funziona, potrebbe aprire la strada a tendenze realmente sostenibili: più contenuti geolocalizzati per favorire relazioni di prossimità, impegno nella riduzione dell’impatto ambientale che è anche profittevole per le aziende, e contrasto alle dipendenze digitali.

di La Svolta   

I più recenti

Il telescopio James Webb ha scoperto una nuova galassia nana
Il telescopio James Webb ha scoperto una nuova galassia nana
Nel 2023 i Governi di 25 Paesi hanno preso di mira critici in esilio
Nel 2023 i Governi di 25 Paesi hanno preso di mira critici in esilio
Camerun: il “villaggio dell’amore” supporta le persone con disturbi mentali
Camerun: il “villaggio dell’amore” supporta le persone con disturbi mentali
Lavoro: la Gen Z non teme il part time (a differenza dei Millennials)
Lavoro: la Gen Z non teme il part time (a differenza dei Millennials)

Le Rubriche

Alberto Flores d'Arcais

Giornalista. Nato a Roma l’11 Febbraio 1951, laureato in filosofia, ha iniziato...

Alessandro Spaventa

Accanto alla carriera da consulente e dirigente d’azienda ha sempre coltivato l...

Claudia Fusani

Vivo a Roma ma il cuore resta a Firenze dove sono nata, cresciuta e mi sono...

Carlo Di Cicco

Giornalista e scrittore, è stato vice direttore dell'Osservatore Romano sino al...

Claudio Cordova

31 anni, è fondatore e direttore del quotidiano online di Reggio Calabria Il...

Massimiliano Lussana

Nato a Bergamo 49 anni fa, studia e si laurea in diritto parlamentare a Milano...

Stefano Loffredo

Cagliaritano, laureato in Economia e commercio con Dottorato di ricerca in...

Antonella A. G. Loi

Giornalista per passione e professione. Comincio presto con tante collaborazioni...

Lidia Ginestra Giuffrida

Lidia Ginestra Giuffrida giornalista freelance, sono laureata in cooperazione...

Carlo Ferraioli

Mi sono sempre speso nella scrittura e nell'organizzazione di comunicati stampa...

Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS Guido Carli...

Giuseppe Alberto Falci

Caltanissetta 1983, scrivo di politica per il Corriere della Sera e per il...

Michael Pontrelli

Giornalista professionista ha iniziato a lavorare nei nuovi media digitali nel...