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Camerun: il “villaggio dell’amore” supporta le persone con disturbi mentali

Il tema della salute mentale è ancora molto stigmatizzato in Camerun. Il centro Le village de l’amour si pone l'obiettivo di combattere le superstizioni e supportare i pazienti — di Ilaria Marciano

di La Svolta   
Camerun: il “villaggio dell’amore” supporta le persone con disturbi mentali

Esiste un centro medico nel cuore del Camerun, a Yaoundé, che si chiama Le village de l’amour, “Il villaggio dell’amore”. Come suggerisce il nome, lo scopo del "villaggio" è dispensare amore: non inteso nel senso convenzionale del termine ma in senso ampio, come sinonimo di “prendersi cura del prossimo”.

Qui, infatti, ci si occupa delle persone senza fissa dimora con disturbi mentali: persone che, a causa della malattia, sono state rifiutate dalle famiglie e abbandonate.

I disturbi mentali in Camerun sono spesso stigmatizzati e confusi, a causa di credenze popolari, con la stregoneria. Inoltre, la carenza di personale specializzato lascia la maggior parte delle persone senza diagnosi e, conseguentemente, senza cure: secondo un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, nel 2020 nel Paese c’erano solo 12 psichiatri, 300 psicologi e 150 infermieri esperti di salute mentale. Meno di 500 persone specializzate per 28 milioni di abitanti.

Le Village de L’amour

La struttura, situata vicino all’ospedale Jamot nella Capitale camerunense, è stata fondata nel maggio 2021 grazie a un progetto congiunto tra il Ministero della sanità pubblica e il Consiglio comunale della città; oggi, può contare su una squadra composta da oltre 100 volontari tra infermieri, psicologici, igienisti e medici.

«Il nostro obiettivo principale qui è curare i malati di mente che vivono senza casa per le strade di Yaoundé – racconta Justine Laure Menguene, psichiatra dell’ospedale Jamot e responsabile della struttura – È il primo e unico centro di assistenza gratuito dedicato ai pazienti senza dimora in Camerun».

I volontari, con regolarità, perlustrano le strade della città alla ricerca di persone che hanno bisogno di aiuto, e solitamente si tratta di individui che vivono in condizioni difficili e che nella maggior parte dei casi sono stati rifiutati dalle famiglie a causa dello stigma o della paura nei confronti della salute mentale.

Il team si impegna poi a contattare le famiglie dei pazienti per valutare la possibilità di fornire cure domiciliari; nel caso in cui non sia possibile rintracciare i parenti o questi decidano di non collaborare, il paziente viene trasferito presso la struttura per ricevere le terapie necessarie.

Fornire assistenza non è sempre semplice, perché capita, come spiega Menguene, che i pazienti oppongano resistenza: «Sono malati; alcuni sono nudi e mangiano spazzatura, la maggior parte sono schizofrenici. È una psicosi e non riescono a capire che cosa sta succedendo».

Gli ospiti della struttura sono un centinaio e il 95% soffre di schizofrenia. Alcuni arrivano in condizioni critiche: hanno ferite che richiedono amputazioni, colera, tubercolosi o altre malattie legate alla lunga permanenza in strada.

«L’amore è la nostra prima medicina qui. Quando arrivano i pazienti li trattiamo con amore, li facciamo sentire importanti», spiega Audrey Pokam, psicologa che lavora nel centro.

Fino a ora, Le village de l’amour ha curato più di 630 pazienti, ne ha 114 ricoverati e altri 350 ambulatoriali. All'interno del centro si insegna anche alle persone a vivere di nuovo e, quando necessario, a vestirsi, a lavarsi, a mangiare con le posate e a bere. «Alcuni hanno vissuto per strada tutta la vita – dice Caroline Martine Ibe Ngando, infermiera e coordinatrice del centro – Hanno dimenticato tutto».

Il rifiuto della malattia e l’ignoranza che circonda la questione della salute mentale nel Paese porta spesso le famiglie a abbandonare i propri figli e le proprie figlie, che finiscono a vivere per strada: «La maggior parte delle famiglie va dallo stregone locale, che a volte accusa il paziente di essere l’autore della sua malattia, e quest'ultimo viene rifiutato dai genitori e dai parenti».

Per questo, il centro cerca di aiutare anche queste famiglie: «C’è molta rabbia – racconta Evelyne Essiane, una delle infermiere – Qui non curiamo solo i nostri pazienti, ma facciamo diverse sessioni di terapia con le famiglie che accettano il reinserimento. L’80% dei pazienti poi viene reintegrato in famiglia».

La storia di Eloisa Pentecotisa

A incarnare l’amore che i medici, gli infermieri e tutto personale della struttura mettono nel loro lavoro è Eloisa Pentecotisa, una giovane paziente salvata dalla strada dal team di volontari. Per far emergere la sua storia c’è voluto tempo: «Ho perso mia mamma quando ero piccola e sono cresciuta con mio zio pensando che mio padre mi avesse abbandonato. Quando finalmente l’ho incontrato abbiamo passato insieme un po’ di tempo, ma poi è morto. Allora sono andata a vivere con mia sorella maggiore, ma dopo un po’ mi ha cacciata. Volevo morire perché nessuno mi amava», racconta.

E così si è trovata a vivere in strada, da sola, affrontando non solo le insidie che porta una vita così, ma anche l’ombra di una malattia, la schizofrenia, che non le era mai stata diagnosticata fino all’arrivo nel "villaggio". «Per strada la gente mi diceva che ero pazza, qui invece mi vedono come un essere umano: aiuto nelle faccende domestiche, a fare il bucato e a lavare i piatti. Ma chiacchiero anche con altri pazienti». Dopo 10 mesi di terapie e cure, Pentecotisa ha molti sogni: «Vorrei diventare insegnante, sposarmi e avere figli».

La speranza di Menguene è quella che un domani la sua struttura non serva più: «Il centro esiste perché la società rifiuta questi pazienti. Non esiste un villaggio dell’amore per i malati di cancro o per quelli con insufficienza renale o cardiaca. Il nostro obiettivo è che le famiglie e la società sostengano le persone come fanno quando sono malate di altre malattie».

di La Svolta   

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