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Vittime e carnefici. La morte di Giulia, i femminicidi e le radici della violenza che li genera

di Italia Libera   
Vittime e carnefici. La morte di Giulia, i femminicidi e le radici della violenza che li genera

Filippo Turetta ha massacrato un’inerme ragazza. Deve, dovrà pagare. Eppure qualche interrogativo sembra d’obbligo: quale è la storia della sua infanzia? Quali ragioni hanno spinto un ragazzo di 21 anni, che dormiva ancora con l’orsacchiotto, a commettere un omicidio? Quali “fantasmi” hanno guidato la sua mano? Solo il patriarcato? Per una delle più grandi psicoterapeute dei nostri tempi, Alice Miller, «un bambino ‘male amato’, o non desiderato, è destinato a diventare un adulto potenzialmente violento, che si rifarà sugli altri per i traumi del disamore patito in tenera età». In Italia sono circa 30 mila i minori abbandonati o con sentenza affidati alle cosiddette “casa famiglia”. Quasi 500 i bambini morti dal 2000 al 2017 per mano dei genitori o familiari. È la prospettiva che andrebbe cambiata quando guardiamo ad un adulto che ha commesso un reato

◆ L’analisi di ELISABETTA MIRARCHI

► Una domanda che mi pongo da tempo, soprattutto da quando si parla in maniera “ossessiva” di “femminicidio”, è se possiamo addebitare la violenza al solo genere maschile e considerare le donne come unica “categoria” di vittime. Mi chiedo se il mostro è solo “mostro”, ”carnefice”, “assassino”, “criminale”. Perché un conto sono le forze del male come mafia, ‘ndrangheta, camorra, organizzate in una o più strutture che puntano al profitto e dunque all’eliminazione fisica di tutti coloro che si oppongono o pretendono di sfidare il sistema criminale. Ben altro è un ventunenne che uccide e rivela, forse per la prima volta anche a sé stesso, un odio interiore cieco e vile

Un carnefice certo ma non mi convince l’odio di massa. Sento alcuni colleghi pontificare: l’assassino non va mai giustificato. È, e resterà per sempre, un assassino. C’è forse qualcuno che lo giustifica? Ma la sola colpevolizzazione non mi basta. Temo che nel nome dei social, “mi piace”, “non mi piace”, sta diventando sempre più semplice affidarsi alla logica della dicotomia: o con me, o contro di me. Una filosofia di guerra, insomma, che nulla rivela o spiega della realtà umana. Anzi. La cancella in nome di una “moda” del pensiero o, come diceva il filosofo Mario Perniola, a favore «del sentire comune».

Ora c’è lui, un giovane senza precedenti penali, che ha massacrato un’inerme ragazza. Deve, dovrà pagare. La sentenza è già stata emessa, per di più suffragata da una straordinaria campagna mediatica che il più delle volte poco indaga, anche perché il giorno dopo c’è una nuova tragedia da raccontare. Nessuna pietà, dunque. Una volta assicurato alla giustizia potremo sentirci paghi. Eppure qualche interrogativo a me sembra d’obbligo: quale è la storia della sua infanzia? Quali ragioni hanno spinto un ragazzo di 21 anni, che dormiva ancora con l’orsacchiotto, a commettere un omicidio? Quali “fantasmi” hanno guidato la sua mano? Il patriarcato. È stata la risposta universale. E tanti maschi si sono affrettati a prendere le distanze dalla loro identità di genere.

Il “mostro” dopo l’uccisione di Giulia è rientrato in Italia e, come tutti si aspettano, sarà condannato alla detenzione. E, si spera, tutelato. Se invece sarà messo a contatto con altri detenuti corre il rischio che, come scrivono in molti senza indignarsi, finisca per essere vittima della «dura legge del carcere». Vale a dire che i detenuti decidono di sopraffare e massacrare chi ha la pena “ritenuta” più grave. Pare la regola per un certo tipo di reati. Con buona pace della società “civile”

Alla sentenza di colpevolezza dei tribunali si aggiunge quella dei carnefici su altri carnefici. E così nessuno, o forse solo i genitori, piangerà per Alberto Scagni. Aveva ucciso la sorella Alice e dunque poteva essere torturato e quasi ucciso tra le mura del carcere. Magari se qualcuno picchierà o ucciderà Filippo Turetta ci saranno i colleghi a scrivere che  è stata, appunto, «la dura legge del carcere». Emoziona qualcuno che nel 2022 le carceri italiane hanno registrato 200 morti, 85 suicidi e migliaia di tentativi di suicidio? Si tratta in genere di maschi con un’età media di 37 anni. Possiamo rallegrarci? Possiamo continuare a ignorare? Davanti a questi dati – quasi 300 morti in un solo anno − possiamo continuare a ragionare in termini punitivi? Ma non siamo un Paese cattolico praticante? E dov’è il nostro cristianesimo? E l’umana pietà?

Condannare, giudicare è davvero l’unica strada possibile? Coltivare sentimenti di rabbia, in definitiva, ci assolve. Dal dolore, innanzitutto. Poco importa se l’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Sono parole bellissime ma a zero applicazione. Negli istituti penitenziari lavorano circa 600 psicologi, 30 minuti l’anno per ciascun detenuto. Ma io sento l’urgenza e il dovere di chiedermi chi sono questi esseri umani che distruggono non solo la vita degli altri ma anche la loro.

Lei si chiama Alice Miller, è stata ed è una delle più grandi psicoterapeute dei nostri tempi. Ed ecco cosa scriveva in uno dei suoi straordinari saggi “La fiducia tradita” (Garzanti editore). «Il bambino è un essere psicologicamente indifeso e facilmente plasmabile, e durante i primi anni di vita subisce i traumi più forti e dolorosi; ma dal momento che l’unica sua risorsa contro il dolore è la rimozione immediata, il piccino «dimentica» subito la ferita (fisica o psichica) che gli viene inferta da chi dovrebbe invece provvedere ai suoi bisogni». Secondo Alice Miller «tutti noi ci portiamo dentro il bambino che siamo stati; il problema è che non lo vogliamo e non lo sappiamo ascoltare, benché sia portatore delle nostre verità più profonde. Da adulti, ci ritroviamo infelici, inquieti e nevrotici, e spesso del tutto incapaci di comprendere il motivo della nostra sofferenza: nessuno ricorda più, infatti, le ferite subite durante l’infanzia». 

Da questa riflessione sul mondo degli adulti, Alice Miller passa all’osservazione e alla difesa dell’universo infantile. Un bambino «male amato», o non desiderato, è destinato a diventare un adulto potenzialmente violento, che si rifarà sugli altri per i traumi del disamore patito in tenera età. Gli adulti, nell’efficace immagine dell’autrice, «battono i figli come fossero metallo da forgiare, fino a trarne ubbidienti robot di cui potersi servire: ma, così facendo, rischiano di produrre dei futuri criminali». «Queste persone − aggiunge Miller − non hanno difficoltà a distruggere altre vite umane, persino la propria stessa vita vuota di senso. Dal mio punto di vista e sulla base delle mie ricerche sull’infanzia dei dittatori più efferati, come Hitler, Stalin, Mao e Ceausescu, vivo il terrorismo e gli ultimi attentati terroristici come la macabra, ma precisa dimostrazione di ciò che accade a milioni e milioni di bambini di tutto il mondo dietro il pretesto dell’educazione, e che purtroppo viene ignorato dalla società».

È dunque prima, molto prima, che bisognerebbe accorgersi che in ogni essere umano c’è o c’è stato un bambino inerme e innocente. A lui non si guarda perché non conta nulla, non vota, non fa “economia”. Negli stessi giorni in cui si gridava contro l’omicidio di Giulia, su qualche quotidiano è apparsa la notizia di trenta persone identificate dalla Procura di Milano per materiale pornografico in cui apparivano violenze contro bambini e perfino neonati. La Procura di Catania, tra le più attive in Italia, ha scoperto tempo fa una rete di pedofili che possedeva 150 mila filmati dell’orrore. Quante prime pagine la stampa dedica a questo orrore? Quaranta righe. Niente di più. Telefono azzurro ogni anno raccoglie la richiesta di aiuto di oltre 2500 ragazzi vittime della violenza dei genitori.

Se ne parla da anni ma per un misterioso motivo l’argomento emerge e cade nell’oblio. Eppure il dato  dovrebbe provocare una vera e propria rivolta. In Italia sono circa 30 mila i minori abbandonati o con sentenza affidati alle cosiddette “casa famiglia”. Qualcuno ha chiamato «nota dolente» il fatto che non esista una banca dati che certifichi esattamente quanti siano gli ospiti di queste strutture. E cioè un piccolo essere umano che per motivi non certo “leggeri” viene strappato ad una vita normale e di lui non abbiamo notizie certe. E mi chiedo se i Nas, le forze dell’ordine o qualche ministero abbiano mai fatto sopralluoghi a tappeto per sapere come si vive in queste “case famiglia”. Qualcuno si mette l’anima in pace pensando che si tratti magari di bambini stranieri. Ma i dati aggiornati al 2019 sui minori accolti nei servizi residenziali – escludendo gli stranieri – parlano di oltre 14.000 casi. La fascia d’età prevalente è tra i 15 e i 17 anni (48%), dagli 11 ai 14 (19%),  6-10 (16%), 3-5 anni (9%), 0-2 anni (8%).

E veniamo al più tragico dei silenzi: la “strage” dei bambini. In Italia dal 2000 al 2017 quasi 500 bambini sono morti per mano dei genitori o familiari. Delitti che non suscitano rabbia di massa, manifestazioni, lenzuola alle finestre, scarpette bianche. Non si invocano leggi per i 33 bambini uccisi nel solo 2018. Omicidi commessi proprio da coloro che dovevano proteggerli e tutelarli. Il dato angosciante e sottaciuto è che a togliere la vita ai propri figli, soprattutto nella fascia di età che va dalla nascita ai 5 anni, vale a dire quando il bambino è totalmente inerme, sono nella maggior parte dei casi le madri.

Ecco, dunque. Questo excursus vuole mettere in evidenza che non esiste, né può esistere, un genere “femminile” nella violenza. Ma è tutta la violenza che deve farci inorridire. Molte donne che esibiscono quotidianamente il loro corpo sui siti internet, su Instagram, su Facebook, nel tentativo di arruolare fans creando la falsa illusione di una loro disponibilità, forse fanno del bene alle altre donne? Queste immagini di sessualità ammiccata, esibita, ostentata non potrebbero essere all’origine di un’immagine distorta del genere femminile?

La violenza deve essere obiettata ovunque essa si manifesti. Chiunque commette reati negli asili nidi (in buona parte dei casi si tratta di donne) genera violenza; chiunque massacra e umilia la dignità degli anziani nelle case di riposo pratica violenza – quanti casi vengono denunciati e non c’erano forse figure femminili? Chiunque sfrutti senza ritegno i lavoratori con false buste paga, stipendi da fame, ricatti… commette violenza. Chiunque non rispetti le regole sulla sicurezza nei posti di lavoro − in venti anni questo Paese ha sepolto 20 mila lavoratori – fa violenza.

È la prospettiva che andrebbe cambiata radicalmente quando guardiamo ad un adulto che ha commesso un reato. Ci renderebbe più cristiani. Ci aiuterebbe ad avere più compassione. Ci porterebbe sulla strada della comprensione verso ogni personalissima storia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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