Variante Omicron e dosi del vaccino Pfizer-Biontech e Moderna: una, nessuna o centomila?

Variante Omicron e dosi del vaccino Pfizer-Biontech e Moderna: una, nessuna o centomila?

A pochi mesi dalla terza dose Pfizer, somministrata a tutta la popolazione a fine luglio, in Israele si sta procedendo con la quarta dose. Membri autorevoli del Comitato tecnico scientifico non la escludono per l’Italia. Perché, in assenza di dati certi sull’aggressività della nuova variante, il 2 dicembre l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, parla già di vaccinazioni annuali per molti anni a venire? E perché il Ceo di Moderna, Stephane Bancel, il 30 novembre fa sapere che «la variante Omicron è ‘altamente infettiva’ e le dosi di richiamo potrebbero aver bisogno di una dose ‘doppia’»? I vaccini servono, salvano vite umane e vanno fatti: sugli interrogativi generati dalla strategia vaccinale i cittadini hanno bisogno di risposte trasparenti e non elusive

L’analisi di LAURA CALOSSO 
NEL QUESTION TIME alla Camera del 1 dicembre il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha spiegato: «Sono 96 milioni 335 mila le dosi somministrate. I nostri numeri sono molto incoraggianti: 87,44% di prime dosi e 84% per i richiami», sottolineando il balzo in avanti della terza dose, provocato con tutta probabilità dall’allarme per la variante Omicron. I dati sembrano migliori rispetto al resto d’Europa, anche se di non facile interpretazione, considerato che l’Irlanda, con circa il 90% di vaccinati, ha comunque intrapreso la strada delle restrizioni. Eppure, nonostante percentuali di vaccinazione alte rispetto al resto del mondo, i dati dei contagi in Europa ed anche in Italia sono in salita. Il 1 dicembre la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: «Fino a due o tre anni fa non lo avrei mai pensato ma è tempo di discutere dell’obbligo vaccinale» [leggi qui nota 1.]. La stessa cosa ha detto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, che ha commentato: «credo che bisogna prendere atto della recrudescenza dei numeri e andare verso un obbligo vaccinale, con tutte le difficoltà che ne conseguono, a partire dal “come lo rendi obbligatorio”».

In Israele, a pochi mesi dalla terza dose Pfizer, somministrata a tutta la popolazione a fine luglio, si sta procedendo con la quarta dose, una strada che membri autorevoli del Comitato tecnico scientifico non hanno escluso per l’Italia, dove la preoccupazione non è la scarsa efficacia del vaccino, approvato con percentuali altissime (forse troppo rosee rispetto alla realtà), che obbligano a nuove dosi con intervalli brevi (cosa mai avvenuta in passato con i vaccini). No, la preoccupazione è la presenza di un 14% di così detti “no vax”, percentuale non altissima se paragonata a quella dell’Africa. Qui la media dei non vaccinati supera il 90%, non dovuta a una scelta, ma al fatto che il costo troppo alto dei vaccini impedisce agli Stati di comprarli e somministrarli, un problema non residuale considerato che le varianti, come dimostra Omicron, possono svilupparsi proprio in Africa. [leggi qui nota 2].

Mentre in Europa l’orientamento verso l’obbligo vaccinale sembra interessare vari Paesi, negli Stati Uniti un giudice ha bloccato l’obbligo di vaccino per gli operatori sanitari in tutti gli Stati americani, vincolo imposto dal presidente Joe Biden, che sarebbe dovuto scattare la prossima settimana [leggi qui nota 3].

Il clima è teso. Nonostante un recente studio abbia dimostrato che i non vaccinati non abbiano responsabilità maggiori dei vaccinati riguardo ai contagi [ne ho scritto qui, nota 4], l’accusa che viene loro mossa è di essere la causa delle restrizioni in corso e di “intasare” le terapie intensive, dove il numero dei non vaccinati supera quello dei vaccinati. Un dato vero da parametrare ai pochi posti disponibili, che, nonostante qualche incremento, sono notevolmente ridotti rispetto a una ventina di anni fa, quando la Sanità ha iniziato a subire tagli continui, al punto da mettere in crisi gli ospedali e le terapie intensive nel periodo dell’influenza, anche negli anni scorsi [leggi qui nota 5]. 

Questo il quadro ricavabile dai dati ufficiali in circolazione. E, se i dati sono questi, perché in Italia e nei paesi occidentali esiste ancora una quota di persone, tra cui molte istruite e non contrarie in linea di principio ai vaccini, che rifiuta i vaccini Covid? Cosa possiamo fare per convincere chi si oppone, al netto dei no-vax fanatici che non sentono ragioni? 

La prima cosa da considerare è forse questa: i vaccini hanno salvato e salvano vite, ma sul percorso che ha condotto all’approvazione dei vaccini Covid Pfizer-Bionctech e Moderna pesa un macigno. Un passaggio cruciale evidenziato il 20 agosto 2021 dal “British Medical Journal”, una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo. L’articolo era intitolato: “Covid-19: La Fda (Food and Drug Administration statunitense) è pronta a concedere la piena approvazione al vaccino Pfizer senza una discussione pubblica dei dati” [leggi qui nota 6]e sottolineava la protesta dei comitati per la trasparenza. Essi avevano «criticato la decisione della Food and Drug Administration, agenzia regolatoria degli Stati Uniti, di non tenere una riunione formale del Comitato Consultivo per discutere la domanda della Pfizer volta alla piena approvazione del suo vaccino Covid-19». Nonostante l’impegno preso in precedenza, «la Fda — si diceva nell’articolo — ha dichiarato al “British Medical Journal” (Bmj) che non riteneva necessario un incontro con il Comitato Consultivo prima della prevista concessione della piena approvazione».

Il Bmj aveva aggiunto: «Il vaccino Pfizer BioNTech Covid-19  è già stato distribuito a milioni di americani mediante un’autorizzazione di emergenza. Le aziende in genere chiedono l’approvazione completa dopo un periodo più lungo, in modo che siano disponibili più dati per la revisione. Ma davanti al fatto che il Governo degli Stati Uniti ha annunciato questa settimana di voler iniziare a rendere ampiamente disponibili i richiami il mese prossimo, gli esperti affermano che la decisione di non incontrarsi per discutere i dati è stata guidata dalla politica».

Riguardo all’esame dei dati, il Bmj riportava: «Kim Witczak, esponente di un movimento per la sicurezza dei farmaci, che nel comitato consultivo di Fda interviene come rappresentante dei consumatori, ha detto che la decisione ha eliminato un importante meccanismo per l’esame dei dati […] fondamentale per costruire la fiducia, specialmente quando i vaccini arrivano sul mercato alla velocità della luce con un’autorizzazione d’emergenza». 

«È già preoccupante che l’approvazione completa sia basata su dati raccolti in soli 6 mesi, nonostante gli studi clinici siano stati progettati per due anni» aveva detto la Witczak, uno dei 30 firmatari della petizione che chiedeva alla Fda di raccogliere più dati rispetto a quelli disponibili. E aggiungeva: «Non esiste più un gruppo di controllo, dopo che la Pfizer ha somministrato il vaccino anche ai partecipanti al gruppo placebo, prima che gli studi fossero completati. L’approvazione completa dei vaccini Covid-19 deve essere fatta nell’ambito di un forum pubblico aperto a tutti gli esperti» per non «creare un precedente e abbassare gli standard per le future approvazioni di vaccini».

«È ovvio che la Fda non ha intenzione di ascoltare l’opinione di nessun altro» aveva dichiarato al Bmj Diana Zuckerman, presidente del National Center for Health Research, «ma se si prendono decisioni a porte chiuse, questo può alimentare la diffidenza. È importante avere una discussione pubblica su che tipo di dati ci sono e quali sono i limiti. Quando pensiamo al bilanciamento rischio/beneficio, dobbiamo sapere come stanno le cose». Il 18 agosto, prima della notizia che la Fda non avrebbe tenuto una riunione formale del Comitato Consultivo, la presidente della Infectious Diseases Society of America, Barbara Alexander, aveva sottolineato «l’importanza delle riunioni consultive come “parte critica e necessaria” del processo per valutare se somministrare o meno le dosi di richiamo».

Queste ampie citazioni per sottolineare che l’assenza di dati è il nervo scoperto dell’intera vicenda Pfizer-Biontech e Moderna. Da giornalisti che vogliono tenere in gran considerazione i dati scientifici dobbiamo porci, in proposito, alcune doverose domande. La prima: perché le autorità preposte non si impegnano a rendere disponibili i dati raccolti, richiesti dagli scienziati di 30 prestigiose università americane (tra le quali Yale, Harvard, Ucla)? Ad essi è stata data questa risposta: li avrete tra 55 anni, stando a quanto riportato il 18 novembre 2021 dalla Reuters. Leggetevi integralmente il testo dell’articolo di una delle principali agenzie di stampa al mondo [vedi qui nota 7]. Se quella della Fda non è una battuta o una risposta provocatoria cos’altro è?

Se è poi vero che sono ancora in corso le valutazioni sulla variante Omicron (ad esempio: può “bucare” i vaccini attuali?), perché stiamo correndo con la terza dose? Il 23 giugno 2021 un articolo di Repubblica metteva in guardia dai pericoli di una terza dose di vaccino genico a mRNA. Antonio Cassone(membro dell’American Academy of Microbiology; già direttore del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie ed immuno-mediate, già componente dell’Istituto superiore di Sanità) e Roberto Cauda(ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Cattolica) scrivevano: «Chi si è immunizzato con Pfizer o Moderna dovrebbe usare un vaccino diverso, come quelli proteici. Perché gli affetti avversi potrebbero aumentare dopo ogni richiamo» [leggi qui nota 8].

Ed ancora: perché, in assenza di dati sull’aggressività delle nuove varianti, il 2 dicembre 2021 l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, in un’intervista alla Bbc ha dichiarato: «È probabile che ci sarà bisogno di vaccinazioni annuali contro il Covid per molti anni a venire» [leggi qui nota 9], mentre il Ceo di Moderna, Stephane Bancel, fa sapere il 30 novembre che «la variante Omicron è ‘altamente infettiva’ e le dosi di richiamo potrebbero aver bisogno di una dose ‘doppia’»? [leggi qui nota 10]. In ultimo: come spiegare che l’India, con 34,6 milioni di casi, 470mila decessi da inizio pandemia, e circa 1 miliardo e 380 milioni di abitanti ha riaperto le frontiere ai turisti, con il 79% di vaccinati (una dose) e il 38% (seconda dose)?

Sono domande, appunto. Doverose per un giornalismo indipendente, libero e responsabile. Per quanto ci riguarda, documentiamo e diamo conto di fatti accertati: i vaccini servono e vanno somministrati. E il quadro complessivo indica, ad oggi, una situazione epidemiologica e clinica migliore nei paesi con elevate percentuali di vaccinazioni (come Portogallo, Italia e Spagna). Vediamo che si procede per approssimazioni successive rispetto alla gravità del problema, e questo raccontiamo con senso di responsabilità. Il giornalismo embedded su tesi precostituite — come invocato in alte sfere — è, invece, un’altra cosa. Vogliamo augurarci di ricevere presto risposte adeguate e non elusive agli interrogativi posti. Sono le opacità ad alimentare le idiozie complottarde. Un clima di fiducia nelle istituzioni, a cui affidiamo la salute personale e la sicurezza sociale, si costruisce con la trasparenza del dibattito pubblico. Non con altro. © RIPRODUZIONE RISERVATA