Tunisia, anatomia di un colpo di Stato: Kaïs Saïed da presidente a dictator tunisino? 

Tunisia, anatomia di un colpo di Stato: Kaïs Saïed da presidente a dictator tunisino? 

Nonostante la sua transizione democratica sia considerata esemplare rispetto alle nazioni vicine, dalla caduta di Ben Ali il Paese nordafricano si dibatte tra un’economia che ristagna, la corruzione che dilaga e una profonda disillusione nei confronti dei partiti politici. La sospensione del Parlamento e del partito islamista maggioritario Ennahdha è stata favorita e sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, storici nemici della Fratellanza Musulmana e dei partiti islamisti regionali suoi affiliati. Forse il professore sessantratreenne si dimostrerà un dittatore come tanti se ne sono visti nella regione. Oppure, come avveniva per i dittatori nella Roma repubblicana, Saïed si servirà della propria posizione e per un periodo limitato solo per dare unità di direzione allo Stato in un momento di emergenza e pericolo

L’analisi di EMILIA MENICUCCI
SONO TRASCORSI DIECI ANNI dalla rivoluzione dei Gelsomini e dalla caduta del regime di Ben Ali, ma le sorti della giovane democrazia tunisina, a oggi l’unica di tipo occidentale nata dall’ondata di proteste popolari che da lì in poi incendiarono uno dopo l’altro gran parte dei Paesi arabi, restano precarie: la transizione democratica del Paese rappresenta davvero un successo, o l’eccezionalità tunisina si rivelerà un miraggio? 

Duramente colpita dalla crisi pandemica, che nelle prime fasi sembrava aver superato, la Tunisia non è stata risparmiata da quello che sembra ormai il doloroso paradosso dei Paesi delle cosiddette Primavere arabe che cercavano di liberarsi dei loro regimi: un colpo di Stato, in questo caso da parte dello stesso Presidente della Repubblica. Una mossa inaspettata, che però potrebbe portare a scenari diversi da quelli che si sono verificati negli altri Paesi della regione. Nonostante la sua transizione democratica sia considerata esemplare rispetto alle nazioni vicine, dalla caduta di Ben Ali la Tunisia si dibatte tra un’economia che ristagna, la corruzione che dilaga e una profonda disillusione nei confronti dei partiti politici.  

Questo clima ha favorito l’ascesa del sessantatreenne Kaïs Saïed, professore di diritto costituzionale. Candidato indipendente estraneo al mondo della politica, Saïed ha potuto tentare questo atto di forza sull’onda del supporto popolare che si è costruito da quando, nel 2019, è stato eletto alla Presidenza della Repubblica proprio grazie all’immagine di moralità e rigore che ha saputo trasmettere. Soprattutto, il Presidente è riuscito via via a minare la popolarità di Ennahdha, partito islamista di maggioranza ideologicamente vicino ai Fratelli Musulmani, che era uscito dalla clandestinità quando la caduta di Ben Ali aveva posto fine a decenni di persecuzioni del potere centrale contro il contro-potere religioso dell’Islam. Tuttavia, dopo vari tentativi falliti di riunire le diverse correnti dell’Islam politico, il risultato ottenuto da Ennahdha è stato quello di perdere una parte sempre  più importante del proprio elettorato, scontento della linea troppo moderata, o troppo radicale, del partito, che tra l’altro era al centro di scandali e sempre più frequenti episodi di corruzione.

Di questo distacco di Ennahdha da una parte dei suoi elettori ha approfittato Saïed, che il 25 luglio scorso, ricorrendo all’articolo 80 della Costituzione, ha congelato le attività del Parlamento per 30 giorni,  rimosso il Primo ministro dal suo incarico e concentrato tutti i poteri nelle proprie mani. Rimangono, tuttavia, dubbi riguardo alla legalità di questo colpo di Stato “costituzionale”: l’articolo 80, infatti, prevede che la legittimità delle misure adottate dal Presidente sia valutata dalla Corte costituzionale, che però non è ancora mai stata eletta. Ed è su questo punto che si intersecano le dinamiche regionali ed interne della vicenda. 

Come spesso capita in questi casi (esempio più vicino, l’Egitto, con la presa di potere da parte dell’attuale Presidente al Sissi), le dinamiche che hanno portato al colpo di Stato sono strettamente legate al contesto regionale, più che a quello interno tunisino. La sospensione del Parlamento e, in conseguenza, del partito islamista maggioritario Ennahdha, è stata certamente favorita e sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, storici nemici della Fratellanza Musulmana e dei partiti islamisti regionali suoi affiliati. Questi Paesi tentano di servirsi della crisi economico-sociale nel Paese e del supporto popolare a Saïed per indebolire la corrente dell’islam politico che, in Tunisia, è incarnata da Ennahdha, così come in Egitto era guidata da Mohamed Morsi.

Ma l’intervento di Saïed non è sgradito nemmeno a Francia e Unione Europea, che infatti hanno assunto un atteggiamento di attesa, senza prendere posizione contro il capo di Stato tunisino (anzi, il Presidente Macron gli ha già espresso pieno sostegno). Questo, sia perché preoccupa la situazione in Libia — la Tunisia è un attore chiave tra i Paesi del Nordafrica, in virtù della propria posizione strategica – sia perché si teme l’espansionismo della Turchia nel Mediterraneo, dove il Presidente Erdogan tenta di rafforzare la propria presenza militare  e diplomatica: il suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Apk) è molto vicino alla Fratellanza musulmana e gli incontri con il leader di Ennahdha e Presidente dell’Assemblea del Popolo, Rached Ghannouchi, non sono rari. 

In questo contesto, per quanto resti inammissibile l’interferenza con il funzionamento delle istituzioni democratiche, Saïed potrebbe (il condizionale è d’obbligo) aver deciso di servirsi di tali dinamiche e pressioni internazionali per intervenire alla radice sulla questione della nomina dei 12 membri della Corte costituzionale. Infatti, l’articolo 118 della Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica, il Presidente dell’Assemblea del Popolo e il Consiglio Superiore della Magistratura propongano ciascuno 4 candidati, da eleggere dall’Assemblea, per una durata di 9 anni. La corrente politica e ideologica dei membri eletti avrà grande influenza sul sistema giuridico e pesanti ripercussioni sulla lettura stessa della Costituzione, che è un testo di compromesso tra anime profondamente diverse del Paese, quindi volutamente ambiguo proprio per superare le numerose impasse sorte durante la sua stesura. Basti pensare agli effetti che potrebbe avere una interpretazione radicale del suo art.1, che attraverso un espediente semantico della lingua araba, rimane equivoco proprio su una delle questioni fondamentali per la vita istituzionale della Tunisia: quella dell’attribuzione della religione islamica all’apparato statale, o alla società. 

Congelando l’attività del Parlamento, Saïed avrebbe, dunque, la possibilità di intervenire direttamente sul nucleo delle norme fondamentali del Paese, assicurando una lettura laicista della Carta costituzionale. La sua aspirazione potrebbe, quindi, fermarsi all’estromissione degli islamisti dalla scena politica per il tempo necessario a sbloccare la questione dell’elezione dei giudici della Corte e uscire dalla crisi sanitaria ed economico-sociale. D’altronde, il Presidente della Repubblica non sembra voler seguire la strada tipica di un colpo di Stato: ad esempio, per ora non sono stati coinvolti gli apparati militari. Certamente, la democrazia impone il rispetto della volontà popolare, delle istituzioni e dell’equilibrio dei poteri. Tuttavia, il Capo di Stato ha reputato il governo e il Parlamento incapaci di gestire la crisi sanitaria e pandemica che devasta il Paese e ha fatto ricorso alla Costituzione per attribuirsi poteri eccezionali.  

La presa di potere di Saïed rappresenta un test importante per la giovane democrazia: forse il Professore si dimostrerà un dittatore come tanti se ne sono visti e probabilmente si vedranno nella regione. Oppure, il Paese dei gelsomini dimostrerà ancora una volta, la sua eccezionalità e Saïed, come avveniva per i dittatori nella Roma repubblicana, si servirà della propria posizione per un periodo limitato e solo per dare unità di direzione allo Stato in un momento di grave emergenza e pericolo. © RIPRODUZIONE RISERVATA